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Antonio R. Daniele

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Il Meridione narrato da Angelo Rossi: “Il tempo di Liliana tra musica e impegno civile (1932-1956)”

di Carmen Rampino

Sul golfo di Manfredonia si affaccia il Tavoliere delle Puglie, una pianura che si estende per migliaia di chilometri.

Si tratta di una delle più vaste province della penisola, ma con una densità di popolazione tra le più basse d’Italia.

Chi è nato qui è abituato fin da subito ad avere un precario e fragile senso di appartenenza, una sorta di crisi dell’attaccamento dovuta a molteplici fattori, tra cui anche lo scarso peso, soprattutto politico, che i tanti piccoli paesi che circondano la pianura, collocati alle pendici della dorsale appenninica, assumono. E se un senso attaccamento c’è, lo si attribuisce sempre al fatto di essere l’ultima provincia d’Italia per qualità della vita e la prima per criminalità.

Allora, chi è nato qui si porta sempre dentro una ferita insanabile: la lacerazione di provenire da una terra sempre più abbandonata da tutti, senza riuscire però a recidere mai del tutto quel cordone ombelicale che ci lega indissolubilmente ad essa attraverso un amore profondissimo che ci riconduce alle braccia dei contadini, al sole, alla povera gente.

Eppure, senza cadere in un patriottismo per partito preso o in un cieco e retorico populismo, esistono delle storie che provengono da questo territorio di persone, che, pur non dimenticando la loro provenienza, con le loro vite hanno inciso sulla Storia, e che meriterebbero qualcosa di più dalla memoria collettiva. Sono storie concrete, e non astratti miti, che ci permettono di riconnetterci e ricostruire un senso di sana identità verso la nostra terra.  

È il caso di Liliana Rossi, una figura che in provincia di Foggia conoscono in pochi, ancor meno in Puglia e ancor meno nel Meridione e quasi nessuno tra «quelli di Roma», come avrebbero detto i contadini di Carlo Levi (Levi 2014, p. 67). Conoscere questa storia vuol dire scoprire tracce di antifascismo, femminismo, e lotta in luoghi da sempre considerati dormienti. Ed ecco che l’operazione della casa editrice Guida Editori di Napoli, di pubblicare nel dicembre 2023, il testo Il tempo di Liliana. Tra musica e impegno civile (1932-1956), scritto da Angelo Rossi, si rivela in questo senso assolutamente necessario. Al centro del libro vi è Liliana Rossi, la cui storia iniziò a diffondersi parzialmente a livello popolare grazie al film del 1998 di Michele Placido Del perduto amore. Questa giovane donna, nata nel 1932 a Bovino e morta nel 1956 ad Ascoli Satriano, a soli 23 anni, ha fuso il suo viscerale cristianesimo militante con un impegno politico attivo nel Partito Comunista. Da tempo si sentiva il bisogno di una sistematizzazione ordinata e attendibile che desse luce a questa personalità, varie volte citata ma poche volte davvero conosciuta. Tale pubblicazione, che comprende una sorta di biografia scritta dal fratello Angelo, la tesi di laurea di Liliana sull’appena nata Costituzione dell’Italia repubblicana, due saggi a cura rispettivamente di Francesca Izzo e Silvia Niccolai, dei documenti e un repertorio fotografico, rispondono proprio a quest’esigenza di unitarietà e ordine intorno a Liliana Rossi. La parte principale, quella redatta dal fratello Angelo, si configura come un testo a metà tra memoria, romanzo storico e biografia, in cui attraverso la micro-storia di Liliana e del suo contesto sociale e familiare, il lettore può entrare in contatto in modo diretto con l’atmosfera che doveva respirarsi a Bovino, Ascoli Satriano (luogo dove, dopo Bovino, la famiglia Rossi si trasferirà), Foggia e tutta la Capitanata, in quegli anni di storia fondamentali che dal fascismo alla Seconda Guerra Mondiale, passando per il difficile periodo del dopoguerra, arrivano alla nascita della Repubblica e della Costituzione. Il libro ci permetterà di accedere proprio a questo squarcio di storia in modo così piacevole che la lettura sembrerà trasformarsi in un racconto orale, che talvolta si perde seguendo il filo un po’ confuso dei ricordi, esposto dalla voce di un nonno colto che narra episodi imprescindibili, dal punto di vista di chi ne è stato un attivo protagonista, pur non dimenticando quel rigore storico che Rossi, già docente di storia e filosofia nonché senatore della Repubblica dal 1994 al 1996, non trascura mai. Cosa voleva dire andare a scuola durante il fascismo? Chi vi poteva accedere? Com’era lacerata la società del Meridione durante la Seconda Guerra Mondiale? Cosa voleva dire ascoltare Radio Londra per capire in maniera più attendibile cosa stava accadendo durante la guerra? E cosa ha significato il bombardamento su Foggia del ‘43? Leggendo questa narrazione accorata, si concretizzeranno davanti ai nostri occhi i vari episodi, i vari luoghi dilaniati dalla guerra, i vari volti raccontati.

Il libro procede su più tempi, quelli che hanno incrociato gli anni di Liliana. Descritta come una bambina prodigio, una studentessa modello, appassionata di violino, cinema e cultura, gli studi non l’hanno mai resa elitaria, non dimenticando mai quanto importante potesse essere insegnare a leggere e scrivere alle ragazze di un Meridione che iniziava a sembrare sempre più anacronistico in un dopoguerra di «grandi problemi ma anche enormi speranze di cambiamento» (Russo 2023, p. 5). Dopo gli studi liceali, compiuti in meno anni del previsto, e gli intensi anni di studio del violino presso l’allora Liceo Musicale Umberto Giordano di Foggia, Liliana si reca a Napoli, città impegnata, presente a intermittenza nella storia, che con i suoi circoli funge da volano per la passione politica dei giovani fratelli Rossi. Qui si laurea in Giurisprudenza e, in men che non si dica, diventa assistente dell’ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Napoli, Alfonso Tesauro. La sua tesi di laurea e i vari interventi in favore della giovane Costituzione rappresentano il segno di una lungimiranza e sensibilità uniche. Accanto a questo, rilevante è stato l’impegno politico all’interno del Partito Comunista. Nel ’56 fu candidata al Consiglio Comunale di Foggia e tenne il comizio di chiusura delle amministrative di Ascoli Satriano dove era candidato suo fratello Angelo. Come ci racconta Rossi, le donne di Ascoli, in modo particolare, si affezionarono a lei, al punto da affiggere, dopo la scomparsa, la foto di Liliana nelle case, come una figura sacra, che seguiva le famiglie anche durante le migrazioni all’estero. Nel libro c’è tutto questo e anche i risvolti più intimi della parabola esistenziale di Liliana, eppure anche i toni più elegiaci della storia d’amore, quella tra Liliana e Franco, novelli eroi romantici, cugini di primo grado che si amavano, diventano segni di una consapevolezza fuori dal comune, che sembrano dirci qualcosa ancora oggi: Liliana non rinunciò ai suoi sogni e ai suoi progetti, anche quando ricevette pressioni per adeguare la sua vita a quella del futuro marito Franco, magistrato, carica che in Italia fino al 1963, ben 15 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, fu interdetta alle donne.

Insomma una intelligenza fuori dal comune, con una spiccata dote per lo studio, un costante impegno sociale, civile e politico, con il piglio di una instancabile studiosa, attiva su tanti fronti, come la delicata condizione femminile (si ricordi il discorso tenuto all’UDI l’8 marzo del ’56), la difesa della Costituzione, e poi, ancora, eccellente musicista, sincera cristiana. Eppure proprio la sua fede profonda non bastò. Quando nel ’56 Liliana morì, il parroco di Ascoli Satriano si rifiutò di celebrare in chiesa i funerali di una comunista, “scomunicata”. I funerali laici, pur senza rito religioso, furono molto partecipati e le donne del paese dauno si vestirono di bianco per manifestare il loro supporto, la loro vicinanza, la miopia di certe prese di posizione.

Non va dimenticato che Liliana ha avuto la fortuna di nascere in un contesto socio-familiare in cui si è potuta istruire, condizione rara al tempo, soprattutto per una donna, ma ciò che ha fatto con gli strumenti in suo possesso è stato rivoluzionario.

Che cosa sarebbe diventata Liliana? Sicuramente «una straordinaria intellettuale destinata, se la morte non l’avesse colta così presto, a diventare forse una affermata violinista oppure un’autorità nel campo del diritto costituzionale oppure una figura politica nutrita di solide competenze specialistiche. Chissà». (Izzo 2023, p. 202) Non lo sapremo mai, perché Liliana è stata un germoglio sbocciato a metà, ma forse questo cammino biografico si è interrotto così presto proprio perché doveva in qualche modo rappresentare il primo gesto di un direttore d’orchestra che segna l’inizio di una composizione musicale nuova, di una stagione nuova, di un percorso che doveva essere proseguito da tante altre donne, che avrebbero dovuto e dovrebbero percorrere la stessa strada da lei intrapresa per ricordare, soprattutto a tutte le ragazze del sud come lei, di dover indirizzare le proprie cure e la propria dedizione prima di tutto a difendere, come Liliana fece, ciò che le madri della Repubblica e della Costituzione hanno realizzato: tutti quei diritti che esistono, ma che per essere pienamente effettivi necessitano ancora di dure lotte. Per questo il libro di Rossi è un libro necessario, un faro in un momento storico come quello attuale, un modo per ricordare e guardare al futuro con una coscienza diversa. Per quanto non sia propriamente una trattazione storiografica, è l’unico strumento che al momento abbiamo – a parte il film, molto romanzato, di Michele Placido del 1998 – per conoscere la storia di Liliana e anche per sapere come la macro-storia, nota ai più, influì anche su questi territori. È una storia di non fiction che, pur con i limiti e le imperfezioni che un tipo di narrazione come questa può comportare, in tempi di smaccato revisionismo implica il riappropriarsi della nostra memoria collettiva. Oggi la giovane vita di Liliana continua a vivere grazie all’amore del fratello, che con dedizione non ha mai abdicato al suo ruolo di divulgatore di una storia che merita sempre più di essere conosciuta.

TESI CITATI.

Carlo Levi, 2014 (1° ed. 1945), Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Giulio Einaudi editori.

Francesca Izzo, Una appassionata intelligenza meridionale, in Angelo Rossi, Il tempo di Liliana tra musica e impegno civile (1932-1956), Napoli, Guidaeditori.

Angelo Rossi, 2023, Il tempo di Liliana tra musica e impegno civile (1932-1956), Napoli, Guidaeditori. Stefania Russo, 2023, Prefazione. Liliana Rossi: l’impegno di una donna, in Angelo Rossi, Il tempo di Liliana tra musica e impegno civile (1932-1956), Napoli, Guidaeditori.

In Lavoro Critico

Corpo artistico e disabilità. La rappresentazione del sé nell’arte visuale di Claudia Amatruda

di Annasara Bucci

Claudia Amatruda (1995) è una fotografa che vive e lavora tra Bologna e Milano. È nata a Foggia, città in cui ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza, crescendo tra le tele, i pennelli e l’odore delle tempere dei quadri dipinti dai genitori. Il primo approccio con la macchina fotografica avviene da giovanissima, quando la madre e il padre le chiedono di fotografare i momenti delle loro esposizioni per conservarne i ricordi: dalla delicatezza dei primissimi scatti, Claudia inizia a sperimentare i meccanismi di riproduzione attraverso il mezzo fotografico. La scoperta di una malattia rara cambia la sua vita all’età di 19 anni, malattia per la quale (ad oggi) non esistono cure e la cui diagnosi arriva dopo una lunga serie di visite ed esami.

Neuropatia delle piccole fibre. Disautonomia, Connettivopatia ereditaria. Malattie rare, non esiste cura. Riposo, letto e acqua. (Naiade, 2019)

Claudia ha 19 anni ed incontra una malattia che non lascia segni evidenti sul corpo. «Il dolore c’è, ma non si vede» – racconta – e dunque, anche stare in piedi o camminare diventano gesti che richiedono particolare sforzo e fatica. Come tutte le malattie rare che non hanno cura, sono possibili solamente trattamenti palliativi: nel caso di Claudia, a parte specifici medicinali, tanta fisioterapia.

«Ho iniziato a documentare tutto, anche inconsciamente» – racconta Claudia, lasciando che la sua macchina fotografica viaggiasse assieme a lei tra visite in ospedale, attese, riposo e fisioterapia in acqua.

La fotografia aiuta Claudia nel processo di elaborazione ed accettazione di un dolore fisico ed emotivo, conseguenze di una patologia “invisibile”: documentare significa aver trovato una lente di ingrandimento della realtà, un modo per dire “eccomi”, esisto in questo modo ed in questa forma, non ho altra alternativa che fare esperienza del mondo insieme a tutta la fragilità che mi appartiene; questi sono i miei spazi, insieme ai modi e ai tempi in cui sto imparato ad occuparli e, insieme, ad accettarli.

Nell’ambito di un Master in Progetto Fotografico a Pescara seguito dal professor Michele Palazzi, grazie ad un crowdfounding, dopo due anni di raccolta di materiale nasce Naiade: diario narrato per scatti ed autoscatti che ritraggono i luoghi ed il corpo del dolore (http://www.claudiamatruda.com/naiade2/). Il titolo del diario fotografico è un riferimento alle figure della mitologia, le Naiadi -appunto- ninfe delle acque dai poteri guaritori, adottate come metafora dell’importanza che l’elemento fluido ha assunto per Claudia in termini di benefici terapeutici.

«La fotografia mi permette di esplorare questa relazione tra la malattia e il corpo, e attraverso gli autoritratti può diventare tutto ciò che voglio: un tramite, un palcoscenico, un orizzonte mobile, una testimonianza visibile nell’invisibilità della condizione» (Discardedmagazine.com)

Come nel caso di Claudia, misurarsi con l’urgenza di voler trasmettere ad altri il disagio della malattia spinge artiste del calibro di Jo Spence (dalla cui esperienza artistica nasce canonicamente la fotografia terapeutica) ad autoritrarsi alla luce di un tacito compromesso il tra mezzo di rappresentazione ed il corpo rappresentato, giacché il soggetto possiede non solo il controllo della propria immagine, ma anche del modo in cui vuole che esso appaia. Autorappresentazione non intesa come specchio di realtà, quindi, ma come “un palcoscenico” che ospita uno dei tanti focus possibili su di essa con l’intento di osservarla da differenti prospettive.

In Naiade ritroviamo il corpo di Claudia autoritratto in piscina, immersa in vasca durante la fisioterapia; oppure piccoli focus su diverse parti del corpo, inquadrate con l’intento di metterne in risalto la fragilità, contestualmente alla compattezza materica.

Immagine che contiene aqua, piscina, acqua, nuotare

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Immagine che contiene persona, pelle

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Immagine che contiene acarino, invertebrato, insetto, parassita

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Questo contrasto trova spazio nella dignità tutta umana che contraddistingue ogni corpo di sofferenza, senza che l’immagine rimandata all’osservatore scivoli in rappresentazioni pietistiche o eroiche della malattia, pericolo che Claudia ha voluto scongiurare sin da subito per tentare di sgretolare i luoghi comuni che la società attribuisce al corpo disabile.

When you hear hoofbeats, think of horses, not zebras (trad. “quando senti rumore di zoccoli, pensa ai cavalli, non alle zebre”: https://yogurtmagazine.com/portfolio/when-you-hear-hoofbeats-think-of-horses-not-zebras-claudia-amatruda/)  è il titolo del suo secondo lavoro. La frase a cui si ispira è una metafora molto comune, utilizzata in ambito medico, che intende insegnare agli specializzandi a procedere dalle patologie più comuni a quelle più rare nella definizione di una diagnosi clinica, come però non è stato nel caso di Claudia: «mi chiamavano “la zebra” dell’ospedale» – ricorda. Anche questo suo secondo lavoro ruota attorno allo studio delle tecniche del ritratto e dell’autoritratto, con l’introduzione di nuovi elementi di ‘supporto’: la stampella, ritratta quasi come se fosse una terza gamba, oppure la carrozzina, ritratta come corpo protagonista di un contesto come la spiaggia, di norma occupato dai corpi che tutti siamo abituati a vedere e dal modo in cui essi si espongono.

Immagine che contiene pavimento, calzature, terreno, persona

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Immagine che contiene aria aperta, acqua, ruota, cielo

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Immagine che contiene terreno, ruota, persona, sedia a rotelle

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Tra le immagini di questo secondo lavoro fotografico, spicca un autoritratto di particolare impatto visivo e tematico collocato su uno sfondo nero che, per contrasto, mette in risalto il candore della carnagione di Claudia; a partire dalla guancia, quella che sembrerebbe una maschera utilizzata con intento estetico è in procinto di essere staccata. Chiarirà successivamente che -in realtà – si tratta non di una maschera ma di un eccesso di pelle, in riferimento alla sovrabbondanza di collagene prodotto dal suo organismo come particolarità della sua patologia rara.

Immagine che contiene Viso umano, persona, ragazza, ritratto

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«Dopo aver ricevuto una diagnosi così pesante» – racconta Claudia – «non guardi più allo specchio la tua immagine come prima, vedi solamente difetti, quindi cominci a chiederti: con tutti questi ausili, con tutte queste cicatrici, sarò femminile come vorrei essere?» (Vogue Photo: Il corpo politico. Gli autoritratti di Claudia Amatruda).

Se si prova a riflettere sull’immagine rimandata da questo autoritratto nella sua duplice “lettura”, la lente della fotografa sta carpendo un atto puramente estetico che rimarrebbe inteso come tale se non venisse spiegato a posteriori nel suo reale intento metaforico. Quello della ricerca della femminilità e della sessualità nei corpi non convenzionali è la riflessione indotta da Claudia nell’intento di sfatare il tabù del corpo disabile non erotico o, in ogni caso, non erotizzabile. Nel caso specifico che riguarda queste categorie, la sana educazione al piacere e alla sessualità si sostituisce all’infantilizzazione o all’isolamento, non solo con l’effetto di una perdita della curiosità nella scoperta del corpo, ma anche di una scarsa autodeterminazione della sfera erotica con tutte le problematiche che ne derivano (e non solo a livello fisico). In una società che percepisce il corpo diversamente abile come corpo senza desiderio e che non riconosce il diritto alla sessualità come elemento indispensabile per il miglioramento della qualità della vita (si pensi alla figura del lovegiver), l’arte ricopre un ruolo fondamentale quando riesce a farsi veicolo di immagini-modello dei reali bisogni di una categoria ancora inascoltata. Si pensi anche al ruolo della moda in tal senso, per l’importanza mediatica che essa assume in termini di rivoluzioni estetiche: la copertina di maggio 2023 di British Vogue è diventata iconica per aver assunto lo slogan “Reframing Fashion”, testimoniando il cambio di rotta nel settore primario dell’industria dei corpi da copertina per sensibilizzare all’inclusività, in un campo che troppo a lungo ha tenuto le diversità nascoste sotto i red carpet.

Immagine che contiene cielo, aria aperta, persona, Accessorio di moda

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Nell’ultimo anno, Claudia ha ampliato le sue competenze in materia di arte visiva inserendo la performance nei suoi lavori attraverso il medium video. Anche se non si può parlare effettivamente di performance poiché le registrazioni sono avvenute in assenza di pubblico (o comunque non costruite per essere ‘godute’ sul momento) esse sono state il frutto di uno studio elaborato durante la residenza artistica “MigrArt” edizione 2023, svoltasi presso Lignano.

«A un certo punto ho iniziato a pensare che la fotografia fosse un settore da ampliare all’interno del macrosettore dell’arte, con la possibilità di utilizzare altri media. Usare non soltanto -quindi- la fotografia, ma anche il video, l’installazione o la scultura che non ho ancora iniziato ad esplorare». (Diretta con Claudia Amatruda da “Strade di Fotografia”)

Nel primo della serie di video prodotti, vediamo Claudia scalare una piccola montagna di sabbia; una volta arrivata in cima, con l’aiuto del telefono, inizia a far girare la sua carrozzina attorno alla montagna stessa: «Lei sembra inseguirmi, ma in realtà sono io a comandarla. Quindi c’è questa specie di ‘scambio di potere’ su cui ho riflettuto dopo averlo fatto» (Ivi)

[Link al video: https://www.youtube.com/watch?v=NiaJO9NNo3o&t=11s  ]

A colpire l’osservatore in apertura del video è il modo in cui l’artista, arrivata alla base della montagna con la stampella, la lascia cadere senza indugi per poi scalare a mani e piedi nudi, senza ausili: “Vediamo dove arrivo con il mio corpo” – sembra voler comunicare.  La scalata è lenta ma decisa. Anche Claudia ha la sua “montagna” da scalare ed in ciò si lascia accompagnare fiduciosa dal proprio corpo; si nota qualche tremore a poca distanza dall’arrivo che però non le impedisce di raggiungere la cima.

L’immagine di tenacia che restituisce la sequenza non esclude affatto quei tremori finali, anzi, li rende parte integrante della scalata: quasi un invito ad accogliere la fragilità non come un impedimento, bensì come caratteristica peculiare dell’agire e dell’essere umani in qualsiasi forma, non soltanto in termini di disabilità.

Nel secondo video della serie, Claudia lascia ‘danzare’ la sua carrozzina a ritmo di musica in uno dei locali della residenza adibito a discoteca: «Mentre comandavo la carrozzina» -dice Claudia- «c’è stata una strana connessione tra me e lei perché è stato come traslare il mio movimento su di lei mentre anch’io ascoltavo musica movimentata, da ballo». (Ivi) [Link al video: https://www.youtube.com/watch?v=ZOaHSyQVdNA&t=142s ]

Questa operazione di traslazione fisica è divenuta successivamente anche emotiva – come dice l’artista – in termini di connessione, elemento ulteriormente verificato dagli studenti e dagli insegnanti che ad un certo punto sono stati coinvolti nel ballo all’interno della performance: «qualcuno mi ha detto: era come se stessi ballando con te, anche se tu eri in disparte a comandare la carrozzina» (Ivi)

Se si volesse dare un’immagine al concetto di inclusività, gli atti di interazione del gruppo con la carrozzina durante il ballo nel circondarla, affiancarla, includerla nel gruppo danzante, sembrano calcarne perfettamente le forme.

Benché forse non consapevolmente girato per una finalità polito-sociale, questo video-performance potrebbe rappresentare un modello di artivismo, arte con contenuto sociale esplicito (https://www.espoarte.net/arte/artivismo-limmaginazione-di-un-nuovo-presente-contemporaneo/) nella costruzione di nuove forme di inclusività del presente contemporaneo.

Attraverso Master e Workshop, Claudia è in continuo aggiornamento e lavora ancora in termini di narrazione della fragilità e della diversità attraverso le forme ritratto ed autoritratto.

Attraverso la sua pagina Instagram ed il suo sito internet è possibile seguire gli sviluppi dei suoi studi nel campo dell’arte visuale. Nonostante i limiti della propria condizione, è aperta alle esperienze che le permettono di crescere come artista e come persona e si impegna (anche fuori dal campo artistico) nella tutela dei diritti delle persone con disabilità.

In mdp

“Povere creature!” Il post-umanesimo di Yorgos Lanthimos

di Umberto Mentana

In questa stagione cinematografica ormai in dirittura d’arrivo alla cerimonia degli Academy Awards, il Cinema dei “grandi” sembra essere pienamente in linea con la narrazione televisiva multi strand delle piattaforme digitali e pare segnare un trittico di riflessione esistenziale sull’umano-postumano, un motivo già superficialmente affrontato dall’oscuro Crimes of the Future (2022) di David Cronenberg.

Oppenheimer (dir. C. Nolan, 2023), Barbie (dir. G. Gerwig, 2023) e Poor Things (Povere Creature!, dir. Yorgos Lanthimos, 2023) sembrano tracciare la linea di una vera e propria evoluzione, in senso univoco,  di “creature” sì umane ma non troppo. Ne deriva un’analisi sistematica e ben organizzata sul “frankensteinesimo” e sulla mutazione dei corpi, in un’ottica decisamente attuale, sociologica e in aperta polemica, anche politicamente parlando.

            Abbiamo di fronte tre spaccati, tre punti di vista progressivi sulla faccenda e se Oppenheimer risulta essere il death point da cui non poter più tornare indietro, il momento nel quale l’umano è diventato “Distruttore di Mondi” e su cui bisogna ricostruire partendo dalle sue ceneri e Barbie è il punto d’avvio di un nuovo creazionismo caduto – letteralmente – dal cielo a tinte rosa Mattel. Un voluto rimando all’incipit di 2001: A Space Odissey, di Stanley Kubrick, che auspica un nuovo inizio per la razza umana, decisamente più paritario. Il discorso per Poor Things (Povere Creature! in traduzione) risulta ainvece più complesso e sfaccettato poiché, come recita un celebre meme che gira in questi giorni sulla rete, Poor Things è Barbie per coloro che ascoltano Bjork.

Il film di Lanthimos, già vincitore come Miglior Film all’ultimo Festival di Venezia, ammette una sconfitta e un infinito senso di spaesamento, quello provato dalla fu Victoria Blessington, nella prima immagine del film in cui una sontuosa Emma Stone in blu cobalto decide di buttarsi da un altissimo ponte di una Londra irreale e a tratti steampunk dove un passato di matrice vittoriana dialoga con tecnologie improbabili, macchine volanti e colori sgargianti.

Non sappiamo chi è lei e perché si porta dietro quei lunghissimi capelli neri, quella “insostenibilità dell’esistenza” che sembra rievocare a tratti il celebre quadro di Caspar Friedrich mentre osserva dall’alto quel mare, fatto non di nebbia ma di un blu intenso che avvolge i suoi pensieri e anche il corpo. Questo è solo l’avvio del film perché, come scopriremo, Victoria sarà splendidamente ri-costruita in Bella Baxter dal prometeico e, solo in superficie, inquietante dott. Godwin Baxter (Willem Dafoe), altro personaggio che con la forza della sapienza e della conoscenza empirica, così come Oppenheimer, intende sostituirsi al lavoro della Natura o di un dio creatore ma, come vedremo, animato da un intento e un progetto decisamente differente. Nel laboratorio del dottor Godwin – dl già il suo nome si presta bene a questo felice parallelismo – fanno capolino le specie più insolite di animali mutati: galli-maiali, cani-oche, gatti-capre e così via, ma soprattutto c’è Bella, progenitrice di una nuova stirpe di postumani da cui tutti noi avremmo da imparare su come si può rinascere, soprattutto nell’anima, per cambiare il mondo. Emma Stone, la vera forza del film, retto splendidamente in ogni scena delle circa due ore e mezza di girato, è magnetica, affascinante, robotica, sensuale, gelida, divertente e straziante in questo magnifico ruolo che già le ha fruttato la vittoria ai Golden Globes come miglior attrice e una nomination all’Oscar (il film è candidato in totale a ben 11 statuette), e il suo ingresso come Bella nel film è inizialmente circondato dal puro interesse scientifico da parte del suo padre-creatore Godwin, deforme nel corpo e nel viso, che si accompagnerà per tutta la vicenda da un novello aiutante medico di nome Max McCandles (Ramy Youssef) il cui compito è praticamente annotare i cambiamenti e le evoluzioni della “povera creatura” Bella, della quale cadrà inevitabilmente innamorato, come tutti noi spettatori. Nel susseguirsi dei primi tempi della crescita di Bella, Yorgos Lanthimos opta per un bianco e nero espressionista che ricorda non poco i primi esperimenti teutonici con il cinematografo. Ed è proprio il senso di controllo, di oppressione quello che prova Bella Baxter in questa prima parte del film; ma piano e soprattutto dopo la scoperta di un autoerotismo spensierato e vivacemente vissuto, che comprendiamo quanto lei sia speciale, priva di ipocrisia e armata di una progressiva voglia di conoscere di più il mondo, e noi con lei. Attraverso il suo sguardo sincero e diretto comprendiamo quanto sia sbagliata, in direzione contraria e assurda la nostra esistenza, le scelte che facciamo, la vita che conduciamo. Da questo momento Poor Things si trasforma in un mondo a colori, plumbei, shock, ‘sospesi’ nella visione distorta (di Bella o degli altri e danneggiati esseri umani?) vivacemente espressa dalle inquadrature amplificate e a tratti surreali del film grazie all’ausilio di obiettivi grandangolari estremi, un marchio di fabbrica del Cinema di Lanthimos, già presenti e apprezzabilissimi nel suo precedente La favorita (2018), sempre con una fiammante Emma Stone.

Dunque, il post-umano Bella, in piena enfasi libidica, parte per un viaggio che la condurrà a Lisbona, Alessandria, Parigi, al fianco dal manigoldo Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), avvocato e maschio-alfa per eccellenza, che lei decide di seguire non perché costretta o ammaliata dal fascino del seduttore ma semplicemente perché è in lei il “sangue di esploratrice”, come le dice il dottor Godwin. Wedderburn si mostra in tutto il suo “splendore” colmo di apparenze e vanità e per un periodo Bella resta con lui perché scopre le gioie dei “furiosi sobbalzi” che le danno felicità, è la carnalità del sesso a cui si dedica con piacere e che richiede a volte costantemente al suo momentaneo partner. Però man mano che lo sviluppo e la continua conoscenza del mondo di Bella inizia sempre più a progredire, lei incomincia a guardare all’esterno e Duncan Wedderburn, da apparente Casanova e insensibile ai sentimenti inizia ad essere consapevole di essere soggiogato completamente dal fascino e dalla personalità, ingombrante e, stramba e priva di filtri di Bella. Dal non essere mai uscita di casa ai primi pic-nic sul prato insieme al dottor Godwin e Max al viaggio intrapreso in Europa con Duncan a cui i due medici non si oppongono perché lei “possiede il libero arbitrio”, la sete di conoscenza di Bella Baxter è insaziabile: Duncan Wedderburn arriverà finanche a rinchiuderla in un baule e a portarla lontano in primis da Lisbona – distante dai pericoli della mondanità – su una nave da crociera dove può – secondo lui – controllarla…naturalmente senza successo. La maestria della scrittura del film qui inizia ad essere feconda perché vediamo un completo rovesciamento nei caratteri dei due personaggi dove, la prima conquista sempre più autocontrollo, volubilità, intraprendenza, libertà, respiro e naturalmente autonomia, mentre il secondo diventa e diventerà sempre più patetico, al pari di un bambino capriccioso. Non saranno, infatti, rari i pianti e gli scatti di rabbia di Wedderburn, il suo struggimento dovuto all’impossibilità di controllare e possedere una super-donna forte, indipendente e nuova come Bella. Da bruco a farfalla lei e da leone a scarafaggio lui. È importante ribadire che i comportamenti e il carattere di Bella non sono in alcun modo dettati da una qualsivoglia forma di cattiveria, ambiguità, rivalsa o vendetta: lei è un’anima buona e ad esempio decide di fare sesso con altri e non solo con Duncan perché nella sua innocenza da rinata non riesce a comprendere cosa c’è di sbagliato, la ragazza non è in alcun modo coinvolta intellettualmente sugli usi della “buona società” e dei costrutti sociali – che provengono da una matrice esclusivamente maschile –, lei non li ha appresi, vive in una sorta di innaturale stato di natura vergine, immacolato dalle perturbazioni di facciata che la società del patriarcato ha eretto e predisposto nei singoli individui e a cui il film si rivolge più volte grazie al parallelo anche “visivo” con un setting tra passato e presente, come già precedentemente evidenziato, ambiantato in un’ epoca immaginaria, sospesa tra quella che potremmo definire pseudo vittoriana e uno steampunk popolato da macchine volanti, città sospese e colori lisergici; o quando, in una delle scene più strazianti del film, ambientata in una esotica e surreale Alessandria d’Egitto, Bella decide di prendere ed affidare tutto il danaro di Duncan a due inservienti della nave perché lo diano ai poveri che vivono nei bassifondi della città (gli inservienti lo terranno per loro, in quanto individui che a differenza della ‘splendida’ Bella conoscono l’avidità e il voler approfittare dell’altro). In quella sequenza, la protagonista apprende per la prima volta dal “cinico” Harry (Jerrod Carmichael), come quando una bambina sperimenta il dolore primordiale di una piccola ferita, che il mondo nella quale lei vive non è tutto rose e fiori e le persone non vivono esattamente alla stessa maniera. Bella è sconvolta, per la prima volta la vediamo davvero scoppiare in un pianto disperato di fronte a quella visione, a quella scoperta dopo che Harry le fa toccare con mano “empiricamente” cosa c’è sotto di loro: ambientata sempre sull’enorme e irreale nave da crociera ormeggiata ad Alessandria, sotto esortazione di Harry, Bella attraversa una lunga scalinata in argilla che richiama l’antichità e il passato di quelle terre e, mentre osserva sotto di lei, Bella vede i “poveri” e gli abbandonati della società. Non a caso la messa in scena opta per una struttura piramidale dove in alto ci sono i pochi e in basso i molti. Bella vuole scendere fino in fondo quelle scale ma Harry la ferma con decisione. Le  intenzioni della donna, però, non si fermano di certo lì, vuole e deve fare qualcosa per quelle persone, non accetta un mondo dove si lasciano morire dei bambini e migliaia di persone mentre “al piano di sopra” si beve champagne e si spendono contanti al casinò: raccoglie quindi i soldi vinti al gioco quella notte da Duncan Wedderburn ed è pronta a scendere, la nave però è in procinto di salpare e lei è costretta a darli ai due inservienti che  approfitteranno dei soldi e dell’innocenza di lei.

            Le sequenze ambientate a Parigi sono quelle dove la protagonista matura completamente, sa cosa vuole e sa come ottenerlo – anche diventando con piacere una momentanea prostituta in una casa chiusa gestita tutta al femminile – a differenza di Duncan Wedderburn che è diventato l’ombra di se stesso senza i suoi soldi e senza la sua autorità di maschio alfa, e Bella che in tutti i modi cerca di allontanarlo da sé, nonostante le sue insistenze. Lui non riesce a comprendere come si può vivere senza il danaro, diventa ancor più piccolo e capriccioso, fino ad impazzire, mentre lei afferma con una semplicità disarmante che i soldi “sono una malattia”, e nello scambio di battute della Bella Baxter ormai maturata completamente che si infilano sottopelle tutte le dichiarazioni polemiche del film, dalla critica ad ogni forma di sopruso dovuto alle conseguenze estreme del capitalismo alla ribellione e la lotta al patriarcato, tema costante e attualissimo delle narrazioni cinetelevisive contemporanee, di cui soprattutto nella parte finale del film si presenta in tutta la sua potenza facendo ergere Bella a simbolo e araldo di ri-nascita di una consapevolezza maggiore e bandiera del girl power.

            Lo sguardo di Bella Baxter è uno sguardo di donna autodeterminata, nuova e libera finalmente da qualsivoglia costruzione che si anima esclusivamente di buone intenzioni e conoscenza del mondo per affrontare le brutture di un pianeta “distrutto” dalle ipocrisie e dai comportamenti avidi e presuntuosi dell’uomo. E noi tutti dovremmo avvertire il suo occhio del mondo per guardarlo con distacco in tutti i suoi paradossi: e Yorgos Lanthimos è abile a dotare il film di un punto di vista fondato sull’alterità, Bella attraversa il mondo dall’esterno, conosce persone e corpi estranei al suo ma è parte di una nuova trasformazione identitaria, o meglio mutazione, non è più l’umano che conosciamo, è una nuova forma di intelligenza (artificiale?, creata con l’artificio che non è più il “peccato” di Oppenheimer) forse più sviluppata e di sicuro animata da positive vibes scevre da ogni forma di malvagità. Non potrebbe esserci un occhio esterno migliore e più estraneo del suo. La formazione di un nuovo post-umano e un nuovo post-luogo dopo la distruzione e la deriva conseguita  è l’unica maniera per Lanthimos (e per lo sceneggiatore Tony McNamara che riadatta l’omonimo romanzo di Alasdair Gray del 1992) da cui ripartire per ricalibrare e riparare le brutture insite innanzitutto in noi stesse e in noi stessi. Non è un caso che questa complessa opera cinematografica si chiude con Bella Baxter che afferma di voler diventare un medico come il suo creatore Godwin mentre in tutta la sua definita e luminosa bellezza un primissimo piano la ritrae concentrata a leggere un libro di anatomia medica. Ci affidiamo alla sua sensibilità, alla sua natura ‘meccanica’ e al suo essere-simbolo per un nuovo mito fondativo dell’essere-umani e restare umani, e l’urlo “Povere Creature!” è di conseguenza quello ridondante che echeggia in un mondo osservato dall’alto e dall’al di fuori provando una certa tristezza per la “caduta” inesorabile nella quale siamo approdati.

            Per un approfondimento della filmografia di Yorgos Lanthimos consiglio la lettura del libro di Roberto Lasagna e Benedetta Pallavidino Anestesia di solitudini. Il cinema di Yorgos Lanthimos, edito da Mimesis Edizioni nel 2019.

                                                                                                                     

In Narrazioni

Il dono di sapersi ritrarre con te

di Maila Cavaliere

Mi sono avvicinata alla scrittura di Tommaso Pincio leggendo il suo Diario di un’estate marziana, finalista al Campiello, pubblicato da Giulio Perrone editore. Ho amato molto quel libro. L’ho trovato un incontro diacronico e lievemente distopico tra due intellettuali poco irregimentati (Pincio, che lo ha scritto, e Flaiano a cui il libro è dedicato) in una Roma provvisoria, insidiosa e traballante. Poi, come mi succede non di rado, sono accadute strane coincidenze che sembravano proprio volermi accompagnare alla scoperta di questo autore. Rileggendo il libro di Emanuele Trevi, Senza verso. Un’estate a Roma, per esempio, e rileggere non è una pratica usuale, nel mio compulsivo esercizio della lettura come processo accumulativo, vi ho trovato con sorpresa dei riferimenti a Tommaso Pincio e alla minuscola casa che abitava, per esempio.

 Quasi di fronte al civico 15 di via Tasso, oggi ingresso del Museo Storico della Liberazione di Roma, si affaccia la finestra della casa di un altro amico, una casa di piccolezza ormai leggendaria, tanto più che M.C., in arte Tommaso Pincio, non ama particolarmente le visite, e vivendo al primo piano può conversare facilmente alla finestra, sporgendosi un poco come il cucù di un orologio artigianale. Lo si può spesso incontrare mentre arranca verso casa in bicicletta su per via Boiardo_ sembra sempre sul punto di rimanerci stecchito, e invece ce la fa sempre. Nella sua minuscola casa M.C., in arte Tommaso Pincio, e Bart Simpson sul citofono, a ulteriore confusione dei suoi simili, ha composto un libro molto breve intitolato Lo spazio sfinito, una specie di romanzo i cui protagonisti si chiamano Jack Kerouac e Marilyn Monroe, ma non hanno niente a che vedere con il Kerouac e la Marilyn Monroe di cui tutti sanno, sono semplicemente omonimi.

E allora, a parte la curiosità che monta per la mini casa e per il libro di personaggi e universi paralleli, compresi i nomi d’arte e sui citofoni, nella mia continua ricerca di senso dico: -“È un segno.”

Di lì a poco vengo a sapere dell’uscita del nuovo numero della rivista LINKIESTA curata da Nadia Terranova. Contiene, tra gli altri, un racconto di Pincio. Lo compro. E leggo il racconto intitolato Una magia oscura e atroce. L’autore si propone, nel testo, di ricostruire anche il suo “lungo e irrisolto rapporto con la fotografia”.

E ci riporta al tempo apparentemente antico delle fotografie ignare, attese, immaginate che, tra lo scatto e la luce, attraversavano il giogo tremendo e lungo dello sviluppo del rullino, quella magia oscura e atroce, appunto, che fermava il tempo e imprimeva la vita o, forse, la predava.

La lettura di questo racconto e di un post precedente che lo aveva, in un certo senso, introdotto, in cui Pincio raccontava il fatale passaggio, nel mondo contemporaneo, dall’ incantato al magico, in una inesorabile traduzione semplificata in cui tutto sembra accadere facilmente e senza sforzo, mi ha fatto venire in mente numerose suggestioni letterarie dei miei anni di Università che sono tornate su come un reflusso notturno in un incontinente cardiale.

Lo dico con nostalgia, e non con amarezza, per ciò che ho abbandonato, per gli anni trascorsi a fare così tante altre cose collaterali. Così dopo la lettura in tarda serata di Una magia lunga e atroce, forse anche per i luccichii della K in copertina, ho sognato Michel Tournier, tra le mie letture per la tesi di laurea sul Doppio, la sua goccia d’oro e i suoi pastori berberi vampirizzati dalla fotografia ma anche Roland Barthes e il ruolo inquietante e divino che attribuiva al dagherrotipo. 

Dico: -“ È un segno.”

Allora decido che è tempo di approfondire meglio la “questione Pincio” e mi metto a leggere con interesse ed entusiasmo Il dono di saper vivere,un libro diverso dal solito, dove, non in un racconto di sé, non in una biografia (del Caravaggio), non in un romanzo, non in un saggio, Tommaso Pincio fa raccontare la storia a un narratore che dal carcere si interroga se anche a lui, come al Gran Balordo,artista maledetto, e in fondo a tutti noi, difetti il dono di saper vivere.

E mentre mi viene in mente Gesualdo Bufalino de Le menzogne della notte e i suoi condannati, sospesi in un tempo immobile e bugiardo, voci di luoghi ipertestuali, a un certo punto leggo ne Il dono di saper vivere: Scopo dell’arte è vampirizzare il mondo. Gli artisti sono il suo esercito di succhia sangue e sognano tutti l’inestinzione. 

Ho un sussulto. Mi torna in mente la fotografia, quella magia oscura e atroce di cui avevo letto e che aveva provocato il ritorno acido e incontrollato delle antiche (sic!) letture universitarie di Barthes e Tournier e il profilo armonico della scrittura di Bufalino che cuce con sapienza passati e presenti.  E penso: _” Accidenti, è un segno”.

E mentre ormai sono persuasa che questo autore è proprio nelle mie corde e mi convinco che esista una trama sottilissima e invisibile che conduce inesorabilmente all’incontro con una certa letteratura in un determinato tempo e non in un altro qualsiasi, proprio quando serve a incidere quel solco nelle nostre vite, proprio quando serve entrare a gamba tesa nella fumosa idea di mondo che intendiamo rendere meno opaca, mi imbatto in un passaggio che mi lascia senza parole:

“Dio, quanto non sopporto la sciocca mania di vedere segni nelle cose. Una degenerazione tutta umana”. 

E io continuo a vederne, degenerata che non sono altra.  Ditemi se non è un segno, questo!

A questo punto il mio senso per i libri, acuito dall’eccitazione della singolare ricerca, opta, nel recupero à rebours dell’universo narrativo di Tommaso Pincio, per la lettura di Un amore dell’altro mondo,uscito per Einaudi nel 2002 e ripubblicato nel 2014 con una nota in postfazione dello stesso autore.

Occorre dire in premessa- e non per rendervi edotti dei fatti miei che immagino quanto poco possano interessarvi- che in questo particolare periodo della mia vita, mi sono avvicinata alle regole e alle deroghe della scrittura del sé in un percorso personale di metalessi e mise en abyme. Ne ho tratto un’idea meno ingenua e più ampia delle possibilità della scrittura autobiografica, dell’uso della voce e della persona, che non deve essere necessariamente la prima e che non racconta per forza la verità ma solamente la verità della storia.

Potete perciò comprendere quello che ho provato quando, dopo aver letto un libro singolare in cui Kurt Kobain, il suo amico immaginario, il suo amore, l’insonnia, le droghe e la disperazione si intrecciano magistralmente, a pag. 317 della nuova edizione, Tommaso Pincio scrive con una chiarezza e una sintesi di cristallina e disarmante bellezza che si fa vera e propria dichiarazione di poetica:

Molti dei fatti narrati in questo romanzo appartengono al dominio esclusivo della finzione o sono stati alterati in misura tale da non rappresentare alcuna verità biografica, semmai esiste qualcosa del genere. […] Per farla breve questa è una tipica opera di mescolamento di realtà e finzione, ovvero l’effetto di un’attitudine che ad alcuni potrà anche sembrare disdicevole ma che è comunque vecchia quanto la civiltà umana. […] Volevo cioè che il lettore sentisse che la sua storia, o meglio la storia che sente sua o perché crede di conoscerla o perché l’ha già letta altrove, fosse profanata, disturbata dalla presenza di un intruso.

Tutto ciò mi impone di non segnare un preciso confine tra la terra che ho inventato e quella a cui ho attinto […] Reale o fittizia che sia, la scrittura di un romanzo comporta sempre uno stato di allucinazione ed empatica esaltazione nel quale è molto facile perdersi e dove il confine che separa la realtà condivisa dal mondo da tutto il resto è un limite confuso e sdrucciolevole.

La formula della “non rappresentazione di una verità biografica” riverbera facilmente l’ “autobiografia di fatti non accaduti “ della scrittura di Walter Siti tesa a minare l’indifferenza del lettorema si collega chiaramente alla letteratura intesa come menzogna, secondo l’idea di Giorgio Manganelli e ancora a Gesualdo Bufalino che precettava animatamente :

“Siano le sentenze che scrivi categoriche e inattendibili a un tempo. Piuttosto soprusi di romanziere che presunzioni di verità”.

Nella scrittura di Tommaso Pincio, tra contaminazioni e suggestioni fantastiche, attriti di generi, originali rispecchiamenti, il fine intreccio tra ordito pittorico e trama letteraria, dove il primo “si ritrae” (nella doppia accezione del termine) e la seconda sopraggiunge a sostenere col segno grafico la parziale rinuncia a dipingere con i pennelli, tout se tient, avrebbe detto Ferdinand de Saussure (o forse, il suo allievo Meillet) che, ora che ci penso, ha indagato a fondo significante e significato e dunque, signori, il segno!

Bibliografia minima

Tommaso Pincio, Diario di un’estate marziana, Giulio Perrone editore, 2023

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere,  Einaudi Stile Libero, 2018

Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo, Einaudi Stile Libero, 2002 e 2014

Walter Siti, Troppi paradisi, Einaudi, 2008

Francesca Giglio, Una autobiografia di fatti non accaduti. La narrativa di Walter Siti,Stilo Editrice, 2008

Emanuele Trevi, Senza verso. Un’estate a Roma, Laterza, 2004

Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, Adelphi, 2004

Gesualdo Bufalino, Le menzogne della notte, Bompiani, 1997

Roland Barthes, La camera chiara, (La chambre claire) Piccola biblioteca Einaudi, 2003 ( prima ed. 1997)

Michel Tournier, La goccia d’oro, (La goutte d’or) Garzanti, 2011 (prima ed. 1995)

Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, (prima ed. ital. ) Laterza, 1971 AA.VV (a cura di Nadia Terranova), Linkiesta vol. 6, 2023

In Thema di Berio

A CHRISTMAS GIFT FOR YOU FROM PHIL SPECTOR. 60 ANNI DI RIVOLUZIONE POP – IV e ultima parte

di Alessandro Ciniero

Struttura 

“A Christmas Gift For You” è composto da 13 canzoni, delle quali 12 sono cover di brani storici (composti tra il 1818 e il 1952), più una canzone originale composta da Jeff Barry, Ellie Greenwich e Phil Spector dal titolo “Christmas (Baby Please Come Home)”. 

La tracklist è la seguente:

No.Song TitleArtist
1White ChristmasDarlene Love
2Frosty the SnowmanThe Ronettes
3The Bells of St. Mary’sBob B. Soxx & the Blue Jeans
4Santa Claus Is Coming to TownThe Crystals
5Sleigh RideThe Ronettes
6Marshmallow WorldDarlene Love
7I Saw Mommy Kissing Santa ClausThe Ronettes
8Rudolph the Red-Nosed ReindeerThe Crystals
9Winter WonderlandDarlene Love
10Parade of the Wooden SoldiersThe Crystals
11Christmas (Baby Please Come Home)Darlene Love
12Here Comes Santa ClausBob B. Soxx & the Blue Jeans
13Silent NightPhil Spector and Artists

Commento soggettivo

Immaginate di essere a casa coi parenti la vigilia di Natale. Manca un’ora al cenone. Decidete di mettere un disco natalizio, per questa volta non optate per Michael Bublé. 

“White Christmas” inizia e per la prima volta sentite un backbeat dietro che spinge i fiati a ritmo R&B mentre la voce di Darlene Love si staglia sopra. Tocchi di archi qua e là e campanelle non fanno perdere l’atmosfera natalizia. Non si ha il tempo di capire che sta succedendo quando parte “Frosty the Snowman”. Una batteria roboante, shakers e sonagli non danno tregua, contrastando la dolcezza del pizzicato dei violini e la voce suadente di Ronnie Bennett. Quattro rintocchi di campane ecclesiastiche annunciano “The Bells of St. Mary’s”, il Wall of Sound non fa comprendere cosa sta accadendo là sotto ma sviluppa pian piano la canzone fino all’incredibile climax dove la voce di Bobby Sheen si unisce a quella di Darlene Love, quei fill di batteria ti fanno pulsare l’anima. Un intro parlato di Dolores Brooks che riferisce ad un certo figliolo Jimmy di aver parlato con Babbo Natale e parte “Santa Claus Is Coming to Town” con un assolo formidabile di sassofono e giostrando tra percussioni, giocattoli, pianoforti, tutti che gioiscono con te per l’arrivo del Natale. “Sleigh Ride” usa le percussioni per ricreare il galoppo delle renne mentre i fiati e gli archi vanno in contrappunto. Dopo questo viaggio, un quartetto di archi introduce “Marshmallow World” con due assoli (sax e trombe) e la backing track che parte, si ferma, riparte e con essa il tuo cuore. Dopo aver udito un bacio proibito, “I Saw Mommy Kissing Santa Claus” segue un ritmo quasi da marcia militare mentre Ronnie non si capacita di aver visto sua madre baciare Babbo Natale. Una chitarra doppiata introduce “Rudolph the Red-Nosed Reindeer”, un’opera drammatica a suon di nacchere e timpani. I cori creano una profondità incredibile (tutto in mono). Un intro memorabile apre “Winter Wonderland” con quel basso che viene rinforzato dalle campane tubolari e il piano che risponde melodicamente. Il legato degli archi si mescola col pizzicato mentre tu sei stravaccato sul divano a mangiare l’ennesimo pezzo di torrone. Un’altra marcia militare “Parade of the Wooden Soldiers” con squilli di trombe, uno start and stop che nemmeno le auto moderne hanno, woodblock che richiamano ai soldatini di legno. Tutte queste canzoni già trascorse sono in realtà una preparazione psicologica al capolavoro dell’album. “Christmas (Baby Please Come Home)” è semplicemente incredibile, Darlene Love aspetta il ritorno messianico del suo amato la notte di Natale, un dramma che si consuma in tre minuti e ti porta in alto nel paradiso con un climax da brividi dove pure Leon Russell non si contiene più e picchia i tasti del pianoforte fino a svenire. Non sapete quante volte ho pianto dopo aver sentito questa traccia. Il miracolo si compie, nulla è più come prima. “Here Comes Santa Claus” rassicura l’ascoltatore facendolo tornare sulla Terra rinato. Infine il commiato “Silent Night” dove Phil Spector ringrazia gli ascoltatori e gli augura un buon Natale e felice anno nuovo mentre i cori angelici creano un’atmosfera religiosa e contemplativa.

Impatto ed eredità

Basta ascoltare “All I Want For Christmas Is You” di Mariah Carey per osservare quanto questo disco abbia impattato. La traccia può essere considerata come il più grande omaggio a “A Christmas Gift For You”; la produzione è un Wall of Sound aggiornato agli anni ‘90. 

Ascoltando musica natalizia registrata dopo il 1963, ho notato come gli stili di produzione sono principalmente due: uno che richiama allo swing dei crooner (Bing Crosby, Frank Sinatra, Dean Martin, Michael Bublé) e uno pop-rock nato sostanzialmente con quest’album, diventando un classico ed entrando ogni anno in classifica negli Stati Uniti (posizione no.8 della Billboard 200 nel 2022).

Un altro aspetto da notare consiste nel fatto che “A Christmas Gift For You” è un producer album, un disco non di un artista ma di un produttore che sfoggia i suoi artisti della sua etichetta. Una assoluta novità all’epoca che è diventata pratica comune nella musica contemporanea fatta di produttori-artisti come Phil Spector: alcuni esempi sono “OBE” di MACE e “Produced by Charlie Charles” di Charlie Charles.

Le canzoni più popolari sono “Sleigh Ride” e “Christmas (Baby Please Come Home)”, quest’ultima diventata uno standard a tutti gli effetti a partire dagli anni ‘80. 

Lo stesso Spector co-produsse un’altra leggendaria canzone natalizia: “Happy Xmas (War is Over)” di John Lennon nel 1971. Anche in questo caso, il successo non fu immediato ma postumo. 

Concludo con una frase di Francesco Paolo Ferrotti :”[] forse possiamo immaginare quale sarebbe stato l’impatto se ‘A Christmas Gift For You’ avesse avuto a suo tempo la promozione ed il successo che meritava. Eppure, se fosse andata diversamente, forse oggi non ne parleremmo come di un album magicamente fuori dal tempo, protagonista di uno tra i più leggendari capitoli della storia del rock.”

Conclusione

60 anni dopo la rivoluzione, Cher ha rilasciato il suo primo album natalizio dal titolo “Christmas” debuttando alla posizione 32 della classifica americana. Tra le tracce dell’album c’è “Christmas (Baby Please Come Home)” duettata con Darlene Love. Immaginate queste due ragazzine cantare insieme nel 1963 una canzone nuova, non avendo idea della portata leggendaria che le avrebbe consegnate alla storia. Ora, nel 2023, la ricantano con tutto il peso delle lore vite, in un mondo che cambia ad una velocità disarmante, dove la musica che conta le ha assegnate all’immortalità. 

Grazie a tutti quelli che hanno sopportato le mie fisse su Phil Spector e che sono arrivati fin qui. Buon Natale e felice anno nuovo!

Link utili

Ascolto dell’album su Spotify

https://open.spotify.com/intl-it/album/2kzkwgOFAtRsDsas5Hi0Qu?si=l1X8OttqQkeo4FRYhjv-gA

Ascolto delle sessions 

PHIL SPECTOR / RONETTES – FROSTY & SLEIGH RIDE strings overdub

PHIL SPECTOR  – SANTA CLAUS IS COMING TO TOWN session

Interviste sull’album natalizio

Phil Spector Interview In 1972 Talking About His Christmas Album

DARLENE LOVE remembers the 1963 Philles Christmas recording sessions at Gold Star Studios.

The Wrecking Crew: Phil Spector

In Thema di Berio

A CHRISTMAS GIFT FOR YOU FROM PHIL SPECTOR. 60 ANNI DI RIVOLUZIONE POP – III parte

di Alessandro Ciniero

Registrazione e pubblicazione
Una volta radunati tutti quanti, Phil Spector prenotò lo studio A dei Gold Star Studios a Los Angeles, i suoi studi di registrazione preferiti. La tecnologia all’epoca comprendeva una console di missaggio con 12 input e EQ, delay, un registratore a nastro a 3 tracce Ampex 350 e le celeberrime camere di riverberazione che Phil amava molto. 
Le sessioni di registrazione durarono due mesi, una follia pensando che il primo album dei Beatles, uscito quello stesso anno, fu registrato in un solo giorno. Inoltre ebbe un costo che si aggirava intorno ai 50000 $ (502730 $ nel 2023), una cifra esorbitante da investire in un album all’epoca. 
Inoltre il tutto avveniva tra Agosto e Settembre, nella piena estate californiana. Spector, amante del freddo newyorkese, teneva accesa l’aria condizionata in studio tutto il tempo. 
Leggendo e ascoltando varie interviste di chi ha partecipato alla realizzazione del disco si può notare come le sessioni siano state molto faticose, grazie anche all’estremo perfezionismo di Spector e della sua riluttanza a dare pause (per evitare che i microfoni venissero spostati). Larry Levine :” L’album natalizio è un periodo che non ricordo con piacere. Lavoravo 15-16 ore al giorno ogni giorno”.
Dolores Brooks :”Iniziavo alle 13 e finivo all’1 di notte; all’epoca avevo 16 anni, poteva essere considerato sfruttamento minorile”. Cher :”Stavamo sempre in studio. Tornavo a casa per farmi una doccia e dormire per poi ritornare. Mi chiedevo -Come fanno tutte queste persone più anziane di me a reggere?!-”. 
Darlene Love:” Nonostante eravamo stremati, il disco possiede un’energia incredibile”.
Brian Wilson, compositore e leader dei Beach Boys, tentò di partecipare alle registrazioni, suonando il pianoforte in “Santa Claus Is Coming To Town” ma la performance non venne giudicata positivamente da Spector.
“A Christmas Gift For You” venne rilasciato il 22 novembre 1963. Al primo colpo, questa data può sembrare insignificante, specialmente per gli italiani. Tuttavia, quello stesso giorno, il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy venne ucciso a Dallas con due colpi di fucile da Lee Harvey Oswald. L’intera nazione entrò in lutto ed i festeggiamenti natalizi furono annullati. L’album vendette pochissimo e lo stesso Phil Spector, poco dopo, lo ritirò dal mercato. 
L’insuccesso dell’album fu il primo colpo d’arresto all’incredibile ascesa di Phil Spector nell’industria discografica. Un secondo colpo più potente arrivò nel 1966 quando il singolo “River Deep-Mountain High” con Ike & Tina Turner, da lui prodotto, fu flop in America, inducendo Phil Spector a chiudere la Philles Records e a ritirarsi temporaneamente all’età di 26 anni. 
Nonostante ciò, “A Christmas Gift For You” iniziò ad essere sempre più richiesto dalle radio e acquisì un status di leggenda tale che venne ristampato dalla Apple Records nel 1972 con il titolo “Phil Spector’s Christmas Album” e ottenendo finalmente il successo che meritava.
Guida all’ascolto
“È possibile trattare dodici canzoni natalizie con la stessa emozione del materiale pop originale di oggi, cantate da quattro dei più grandi artisti pop del paese, prodotte con lo stesso sentimento e suono che si trova nei singoli di successo di questi artisti, senza perdere per un momento il sentimento del Natale e senza distruggere o invadere la sensibilità e la bellezza che circonda tutta la grande musica natalizia? Fino ad oggi, forse no!” 
(“Can twelve Christmas songs be treated with the same excitement as is the original pop material of today, sung by four of the greatest pop artists in the country, produced with the same feeling and sound that is found on the hit singles of these artists, without losing for a moment the feeling of Christmas and without destroying or invading the sensitivity and the beauty that surrounds all of the great Christmas music? Until now, perhaps not!”)
Mai tali parole, scritte da Phil Spector sul retro della copertina del disco, furono tanto azzeccate per esprimere l’obiettivo e la grandezza dell’album. 

Wall of Sound
Precedentemente, ho accennato diverse volte ad un sound distintivo di Phil Spector, parte integrante della sua innovazione, rivoluzione e successo musicale. Tale stile di produzione è stato denominato “Wall of Sound”; in questo paragrafo cercherò di spiegarlo brevemente in maniera esaustiva.
Phil Spector era amante del jazz, del rock ‘n’ roll e di Richard Wagner. Le opere di Wagner sono caratterizzate da complesse texture musicali, orchestrazione e armonie opulente volte a raggiungere un’emozione intensa secondo la sua teoria del “Gesamtkunstwerk” (opera d’arte totale). Inoltre, esse hanno una durata che si estende per diverse ore.
Spector aveva una media di tre minuti per riuscire a raggiungere quella stessa emozione nelle sue canzoni. L’obiettivo era di sfruttare le possibilità sonore e tecnologiche dello studio di registrazione (inteso fino a quel momento come un mero ambiente dove registrare una performance) per creare una inusuale densità e profondità sonora propria della musica sinfonica classica applicata al pop. 
Spector spiegò in un’intervista nel 1964 :”Stavo cercando un sound, un sound così potente che se il materiale non fosse stato il migliore, il sound avrebbe trascinato il disco. Era un caso di aggiungere, aumentare. Tutto è incastrato insieme come un puzzle” (“I was looking for a sound, a sound so strong that if the material was not the greatest, the sound would carry the record. It was a case of augmenting, augmenting. It all fits together like a jigsaw.”)
Egli stesso lo definì come “un approccio Wagneriano al rock ‘n’ roll, piccole sinfonie per adolescenti”. Per ottenere il Wall of Sound, gli arrangiamenti di Spector richiedevano grandi ensemble (compresi alcuni strumenti non generalmente utilizzati per suonare in gruppo, come le chitarre elettriche e acustiche), con strumenti multipli che raddoppiavano o triplicavano molte delle parti per creare un tono più pieno e ricco. Ad esempio, Spector spesso duplicava una parte suonata da un pianoforte acustico con un pianoforte elettrico e un clavicembalo. Mixati in un certo modo, i tre strumenti sarebbero stati indistinguibili per l’ascoltatore. 
Tra le altre caratteristiche del sound, Spector incorporò una serie di strumenti orchestrali (archi, fiati, ottoni e percussioni) non precedentemente associati alla musica pop giovanile. Il riverbero delle echo chambers viene utilizzato per incrementare la profondità dei vari layer sonori e creare consistenza. 
La complessità della tecnica non aveva precedenti nel campo della produzione sonora per la musica popolare. Secondo Brian Wilson, leader dei Beach Boys, che utilizzò ampiamente la formula: “Negli anni ’40 e ’50, gli arrangiamenti erano considerati ‘OK qui, ascolta quel corno francese’ o ‘ascolta questa sezione d’archi ora’. Era tutto un suono definito. Non c’erano combinazioni di suoni e, con l’avvento di Phil Spector, abbiamo trovato combinazioni di suoni, le quali – scientificamente parlando – sono un aspetto incredibile della produzione sonora”.
Il master finale delle canzoni era creato per avere la massima resa tramite le casse delle radio AM, dei jukebox e delle automobili, le quali possiedevano una limitata risposta in frequenza concentrata nella banda delle medie. 
Le tracce erano in mono poichè Phil Spector credeva che lo stereo avrebbe sconvolto quell’equilibrio del mix, riducendo l’impatto sonoro. La stereofonia era ancora agli albori in quegli anni. 
La portata di rinnovamento che caratterizzò il Wall of Sound non fu accettata subito nell’ambiente dei produttori e degli ingegneri del suono. Tuttora, nell’industria musicale, ha una folta schiera di detrattori, grazie anche al paradigma “less is more” che si è imposto come trend nelle produzioni musicali e nel mondo artistico in generale. 
Tuttavia, la sua influenza continua a pervadere il pop e il rock e di ciò parleremo nel capitolo successivo

In Balloon

Conversazioni sul fumetto a partire da Un bracciale di stelle di Umberto Mentana e Giuseppe Guida

di Carmen Rampino

Ci sono immagini che prendono il loro alito di vita dalle parole.

Ci sono parole che si animano grazie alle immagini.

Ci sono immagini che non solo rendono la parola più incisiva, ma la accarezzano dolcemente, diventando indispensabili per essa, affinché si possano esprimere concetti che, in altri modi, difficilmente potrebbero esprimersi.

Ci sono molte parole mute e paralizzate se non hanno il supporto delle immagini.

Il miracolo che nasce quando questi due linguaggi si incontrano è storia, precisamente una storia, quella del graphic novel. Definito da Stefano Calabrese ed Elena Zagaglia come «uno dei fenomeni più straordinari della letteratura contemporanea» (Calabrese–Zagaglia 2017, p. 7), l’emergere del graphic novel ha rappresentato una vera e propria rivoluzione. Per avvicinarci sempre più all’interno del laboratorio artistico di quest’arte senza tempo, abbiamo approfittato della recente pubblicazione (novembre 2023) per La Ruota Edizioni di Un bracciale di stelle (Mentana-Guida 2023), graphic novel scritto da Umberto Mentana e disegnato da Giuseppe Guida, per analizzare più da vicino i ferri di un mestiere che richiede una fatica e una perizia da orafo o miniaturista. In questo caso si è trattato di un lavoro durato due anni. Come ci ha spiegato il disegnatore Giuseppe Guida, l’opera è una particolare trasposizione a fumetti di un libro del 2019, Io mi dono,della giornalista foggiana Michela Magnifico, la quale collabora con l’associazione AIL (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma). Infatti, il fumetto pone al centro le storie vere di malati e volontari dell’associazione, narrate all’interno della cornice finzionale che vede la giovane giornalista Greta imbattersi nell’associazione AIL di Foggia, venendone travolta e cambiata per sempre attraverso le storie di dolore, forza, lotta e resistenza che verrà a conoscere. Se Io mi dono era un libro dossier contenente le storie vere dell’associazione AIL di Foggia, la trasposizione a fumetti, con un pizzico di fantasia, riesce forse in maniera ancora più calda e penetrante ad arrivare al cuore dei lettori attraverso i colori, le metafore disegnate e le immagini che stringono la gola e si attaccano alla pelle del lettore, come quella della morte, non così perfida come ci si aspetterebbe, ma una cara morte, quasi eco buzzatiano del Poema a fumetti del ’69.

L’AIL sezione di Foggia è la prima in Italia ad aver deciso di affidare al fumetto la possibilità di narrare la sua storia, proprio con il preciso scopo di arrivare a quante più persone possibili. Tale scelta è estremamente eloquente dal punto di vista del medium e del momento florido che sta vivendo. Il fumetto si configura sempre più come luogo in grado di sensibilizzare, divulgare senza essere didascalico, un vero e proprio strumento politico trasversale. In questo caso al centro ci sono i temi del volontariato, dell’altruismo, dell’associazionismo, temi che hanno un’immediata ricaduta sociale. Come ci conferma Guida, negli ultimi 10 anni il fumetto è entrato nelle scuole, in cui vengono abitualmente adottati testi sull’antimafia o il razzismo a fumetti. Da strumento considerato nocivo per le giovani generazioni, si è dunque arrivati alla convinzione che non solo con tale linguaggio si possa trattare qualunque argomento, ma anche in maniera più efficace, incisiva e toccante. Per approfondire meglio i segreti di quest’arte quasi ossimorica, quella che può fare critica sociale, però toccando le corde più profonde della nostra emotività, quella che divulga in maniera gentile, ma allo stesso tempo ribelle e disubbidiente, e per approfondire la sfida della riscrittura trasformando un libro di non fiction in un libro di fiction, abbiamo incontrato direttamente i due creatori e conversato con loro sul progetto realizzato e sulle sorti del fumetto.

Ciao, potete raccontarmi come è nato questo progetto?

G.: Il progetto nasce dall’associazione AIL di Foggia. Io sono stato contattato da Michela Magnifico, giornalista di TeleFoggia, attiva collaboratrice dell’associazione e autrice di Io mi dono del 2019, da cui è tratto il fumetto. Esattamente, l’idea di produrre un fumetto è nata ad un primo evento AIL al Teatro Giordano, in cui io disegnavo dal vivo. Ho conosciuto lì tutta l’AIL e, in particolar modo, Michela, che mi ha lanciato la proposta. Quindi, conoscendo Umberto, e intuendo poi anche la struttura che poteva e doveva avere la storia, abbiamo iniziato a collaborare.

Se si tratta di una trasposizione a fumetti del libro di Michela Magnifico Io mi dono (2019), perché realizzare un fumetto da un libro già esistente?

G.: Perché loro volevano dare continuità al messaggio dell’associazione arrivando ai giovani. Il mezzo più efficace qual è? La lettura di un fumetto.

Quale tecnica è stata utilizzata per la parte grafica?

G.: In questo lavoro io ho riposto il mio stile, il mio tratto, che non è realistico, ma collocabile tra il cartoon e il grottesco. Conoscendoci, Umberto mi ha lasciato la libertà di potermi muovere e insieme abbiamo cercato di dare continuità allo stile, alla dinamica e soprattutto alla colorazione, scelta particolare perché abbiamo optato per questo turchese/celeste, un colore di speranza soprattutto per chi ha sofferto, in contrasto con il tradizionale bianco e nero, proprio per far trasparire anche un senso di leggerezza. Questa costante attenzione per i dettagli spiega anche perché ci siano voluti più anni per portare a termine il progetto.

Effettivamente si vede che ogni piccolissimo elemento è frutto di una scelta mai casuale. Ma è stato fatto in digitale?

G.: Sì, io lavoro in digitale da un anno e mezzo più o meno.

E invece a livello linguistico che lavoro è stato fatto? E come, in un secondo momento, la sceneggiatura e la parte grafica sono state messe insieme? Come è stato mescolare parole e immagini affinché diventassero una cosa sola?

U: Tutto il discorso è partito da un libro che non era un romanzo o un libro di finzione ma un libro reportage, un libro dossier di testimonianze in cui sono riportate le varie vicissitudini sia dei malati che dei volontari, senza un vero e proprio filo narrativo. Io poi ho operato un lavoro di traduzione attraverso le immagini dando una continuità narrativa. Quindi il libro di raccolta di testimonianze della giornalista Michela Magnifico, intitolato Io mi dono, adesso ha dato vita ad un’altra cosa, che ha un’altra natura. Da lì io ho cercato di selezionare le testimonianze, quelle un po’ più “filmabili”, cioè quelle che potevano essere benissimo rese per immagini, e da quelle poi ho cercato una continuità finzionale attraverso la creazione di Greta, personaggio di mia invenzione. Greta è una giornalista che arriva un bel giorno nell’AIL di Foggia e scopre una realtà totalmente nuova, fatta di persone che lottano, ma anche di volontari che praticamente si applicano anima e corpo per trovare una soluzione e alleggerire vite. Accanto a questo, nel libro compaiono tante altre situazioni anche visivamente interessanti, come la malattia che si personifica o la morte, che pure ha una certa sensibilità per gli affari dei vivi e non è connotata in maniera negativa, anzi vi è tutta una parte che ho chiamato proprio I doni della morte, citando, in un certo senso, Harry Potter. Poi si è lavorato sulle singole immagini e sulle singole inquadrature: in fondo lo sceneggiatore funziona anche un po’ da regista nel fumetto, perché a differenza del regista cinematografico e dello sceneggiatore cinematografico che sono figure staccate, nel fumetto c’è un connubio delle due.

Quindi le redini ce le avevi tu di fatto?

U.: Sì, della parte narrativa sì. Io lavoro con un approccio molto visivo anche nella creazione dei testi. Infatti non scrivo solo la sceneggiatura con le battute, ma lavoro sulle immagini, sugli storyboard. Quindi lavoro già disegnando qualcosina abbozzato (perché sono totalmente incapace di disegnare) proprio per vedere l’impatto della tavola, il ritmo, il montaggio. Da lì faccio tutto un fumetto muto. Questo è il mio modo di lavorare, ma ci sono altri sceneggiatori che sono molto narrativi perché provengono dal romanzo. Io, provenendo dalla sceneggiatura cinematografica, dal cinema e da produzioni video, ho un approccio visivo, ma non c’è un modo giusto o sbagliato di lavorare. Però di base si parte da questo libro che non era narrativo e si è cercato di dare una continuità. Infatti si presenta come se fosse diviso un po’ in capitoli perché ci sono tante storie che si intrecciano e poi si riuniscono in un cerchio, il bracciale di stelle appunto.

E poi questo storyboard provvisorio viene dato a Giuseppe?

U: Sì, che lo lavora a seconda del suo stile, mantenendo un po’ le mie indicazioni, ma anche inserendovi del suo.

E in questa fase tu hai già scritto i testi definitivi?

U.: In questa fase dipende anche dalle richieste della casa editrice, perché dobbiamo sempre tener conto della sua revisione. Se chiedono già di inviare la sceneggiatura con i testi sì, però di base a Giuseppe potevo anche inviare a scaglioni degli storyboard provvisori.

Forse è anche più difficile svolgendo in due il lavoro?

U.: Sono lavori diversi secondo me, perché il disegnatore ha un suo approccio, che è diverso da quello del narratore. Poi, ovviamente, ci sono anche, pensiamo a Zerocalcare o Gipi, disegnatori che sono pure autori, ma loro hanno un approccio da narratori, nel senso che sì, sono anche bravissimi disegnatori, ma il loro obiettivo è soprattutto narrare la storia. Secondo me chi è realmente narratore si deve veicolare verso la parte narrativa che è anche una parte per immagini, perché lo sceneggiatore a fumetti lavora di sintesi, cioè una immagine deve già narrare qualcosa, non ci deve essere necessariamente il testo che deve spiegare. Affiancando semplicemente una immagine all’altra ci deve essere già una natura di progresso della storia.

Oggi non solo il fumetto ha molta visibilità, ma sempre più sembra quasi l’unico medium in grado di rimanere un cantuccio di sensibilità, impegno, quasi di “militanza”. Quanto è importante il fumetto per diffondere messaggi delicati come questo? La sua ibrida e doppia natura in qualche modo riesce ad essere più incisiva? Perché si sceglie proprio questo medium?

U.: Secondo me è cambiato il modo di recepire proprio la cultura. Siamo nella civiltà delle immagini, del successo della serialità televisiva, che ha un potenziale meno registico ma più da scrittori. Siamo continuamente circondati da immagini in movimento, da disegni, da foto, quindi questo è il modo non solo per avvicinare le nuove generazioni, ma in generale fa più presa perché la cultura del tempo è cambiata. Il cosiddetto Zeitgeist è cambiato perché siamo circondati da immagini.

Se non ho capito male, a voi è stato chiesto di fare questo progetto. Da ciò ci si poteva aspettare che la questione potesse essere affrontata come una sorta di sovrastruttura imposta dall’esterno quasi in modo forzato e soprattutto didascalico, eppure sembra che il tema lo abbiate fatto vostro, diventando a tutti gli effetti un bisogno personale. Dunque, quale rapporto, prima di tutto a livello umano, e poi artistico, vi lega alla causa?

U: Alla fine commissionato o non commissionato, uno è libero sempre di accettare o meno un progetto. Siamo autori, abbiamo una certa sensibilità per alcuni temi e per altri no. Questo progetto, parlo per me personalmente, era interessante, anche al di là del tema trattato, per la sfida di traduzione, traduzione da un libro che non era narrativo a una trasposizione in immagini. Era una nuova sfida che non avevo mai affrontato. Solitamente io scrivo su soggetti totalmente originali, quindi di mia invenzione, in questo caso invece si tratta di un soggetto solo parzialmente di mia invenzione, perché è tutto un gioco di puzzle, di incastri. Però mi piaceva l’idea di fare un riadattamento a fumetti.

G.: Se il progetto è nato è sicuramente perché ci ha emozionati un po’ tutti profondamente. Questo è il mio primo progetto che affronta una tematica così delicata, soprattutto poi nel come è stata interpretata nei disegni: pensiamo alla rappresentazione della morte. Spesso si leggono fumetti fantasy o horror, in cui il tema viene trattato con un’altra metodologia tecnica. In questo caso si è cercata una modalità tale che anche un bambino può avere un approccio emozionante, simpatico e non duro o forte. Aggiungo che il libro sta andando in tournée nelle scuole. Crediamo che questo linguaggio, questo modo di far leggere un fumetto sia un intervento importante e interessante. Dunque siamo orgogliosi di aver potuto realizzare il progetto.

Un’opera del genere presuppone una sorta di asimmetria tra chi deve dare voce all’altro e l’altro che, per quanto interpellato e coinvolto, non parla direttamente. Nel fare questo lavoro avete sentito il peso di una responsabilità? Cioè in un momento in cui tende a prevalere molto l’io nelle narrazioni contemporanee, non solo quelle a fumetti, voi avete scelto di scrivere una storia di tutt’altro tipo: come si fa a dare voce ad altri? In questo caso si tratta, tra l’altro, anche di persone viventi.

U.: È un lavoro complesso. Infatti è strano affrontare dal vivo i personaggi che erano su carta. Oggi, in conferenza stampa, è stata la seconda volta che ho incontrato il dottor Ferrandina (ematologo e presidente AIL Foggia divenuto uno dei protagonisti del fumetto N.d.R.) di persona, a parte una presentazione all’interno di una manifestazione dell’AIL di un paio di anni fa, quando il progetto è partito, ed è particolare vedere queste persone che sono persone reali. È una strana sensazione assistere a questo fenomeno. Ricorda un po’ una sensazione di cui, come ultimamente leggevo, ha parlato Paola Barbato, l’autrice di Dylan Dog e di romanzi thriller. Lei raccontava che adesso è partita la lavorazione per un film, Mani nude,tratto da un suo romanzo e, incontrando gli attori, diceva di provare questa strana emozione nel vederle vivere quelle creature che erano su carta. Nel nostro caso è ancora ulteriore il passaggio, perché sono ritratti di vita reali e non sono personaggi partoriti solo su carta. La responsabilità ovviamente è tanta perché si tratta anche di temi molto delicati. Per noi è stata un’esperienza totalmente immersiva da un punto di vista emotivo, perché si racconta la lotta con la malattia, l’impegno per rendere a volte meno sofferente e a volte sconfiggere questa terribile malattia. Quindi ci siamo sentiti estremamente responsabili nel dare voce a persone che hanno donato questo impegno per riuscire a diffondere le loro voci, perché comunque stiamo parlando delle loro vite, non sto inventando nulla, cioè solo parzialmente.

Negli ultimi anni sempre più persone si interrogano sul fumetto, sul suo successo ma anche sulla sua precarietà, voi che previsioni vi sentite di fare su questa nona arte?

U.: Ahia, altra responsabilità. Sicuramente il fumetto vive di buona salute, perché, sempre ritornando al discorso legato ad una civiltà totalmente dedita alle immagini – immagini in movimento, immagini disegnate e così via – io credo che, anche grazie alle potenzialità del web, il medium possa rinnovarsi e trasformarsi, ma non scomparire. Pensiamo ai web comics che tutti conosciamo: in quel caso è cambiata la loro fruizione, perché anziché sfogliare le pagine, le scrolliamo, si potrebbe dire che è un po’ un ritorno ai papiri, andando nella verticalità e non seguendo il punto di vista orizzontale del voltapagine. Dunque le possibilità sono infinite, ricordiamoci che si tratta di un medium nato alla fine dell’Ottocento, quasi in corrispondenza con il cinema, e che i primi fumetti apparvero sui quotidiani. Io credo, dunque, solo che il fumetto possa prendere nuove strade, come ha fatto anche il cinema e la televisione.

TESI CITATI.

Stefano Calabrese – Elisabetta Zagaglia, 2017, Che cos’è il graphic novel, Roma, Carocci editore.

Michela Magnifico, 2019, Io mi dono, Molfetta, la meridiana.

Umberto Mentana – Giuseppe Guida, 2023, Un bracciale di stelle, Roma, La Ruota Edizioni.

In Appunti di Lettura

Inquisizioni sui Karamazov – parte XIV

di Demetrio Paolin

Come abbiamo scritto, più volte, lungo queste riflessioni, il romanzo è una sorta di descrizione dell’uomo nel tempo, ma nei FK l’autore fa un passaggio, verrebbe da dire, ulteriore: mostra in qualche modo la fine del tempo, ovvero il limite del dire romanzesco. Il finale -con Alesa che parla della resurrezione- è appunto escatologico, e si riferisce alle cose ultime che si mostreranno quando il mondo finirà e ci sarà la parusia. 

Arrivati a questo punto delle nostre inquisizioni, forse, potremmo ragionare su quale forma di romanzo D ci lasci e su come i FK siano uno dei romanzi cardine della nostra cultura per quanto riguarda problemi filosofici, teologici e di morfologia del romanzo; in un certo senso, con questa narrazione, D modifica lo statuto del romanzo e lo fa in modo oscuro, per segni ed enigmi, tramite la Leggenda dell’inquisitore. Già in nota mi ero soffermato sull’impossibilità, perché non è compito di questo scritto, di fornire una precisa disamina di quelle pagine. Fatta questa premessa occorre a questo punto sottolineare l’erroneità di estrapolare questo capitolo e leggerlo come testo a sé, ma che – anzi – per comprenderle meglio e per capire più profondamente i FK è necessario tenerle all’interno del percorso narrativo che il lettore affronta in FK. Vediamone alcuni punti salienti dal punto di vista narratologico

a) il poema non è mai stato scritto, ciò che noi leggiamo è un “racconto” di Ivan della trama e dei temi di questo poema; 

b) l’esposizione del succo del poema avviene in maniera dialogica ovvero all’interno di un colloquio, più ampio e complesso, tra Ivan e Alesa. Quest’ultimo durante la narrazione di Ivan lo ferma, lo incalza; 

c) il poema stesso è dialogico, un esempio di sublimazione del dialogo, in cui uno (Inquisitore) parla e l’altro (Gesù, lo straniero) ascolta.

Riassumendo, abbiamo un’opera non scritta (La leggenda) che in qualche modo tocca un nodo centrale di un’opera scritta (FK) e riguarda, infine, la forma stessa del romanzo, così come sarà nel futuro. La mia impressione è che D tratteggi una nuova morfologia del romanzo, ne descriva appunto la sua possibile sopravvivenza rispetto al mondo che cambia. L’abbiamo sottolineato quando parlavamo dell’accostamento tra Amleto e Karamazov a proposito della lettura dei libri: i personaggi del romanzo e il protagonista della tragedia di Shakespeare vivono una situazione di crisi in un tempo nuovo, desiderano vivere in questa novità, ma nello stesso tempo sono prigionieri di ciò che non è più, del passato, che torna sotto forma di fantasma, di morte e di omicidio. 

Sono uomini che vivono una cesura storica fondamentale, in questo passaggio non può che essere letto come “politico”, nella categoria che Schmitt elabora: il politico è una “cosa costituita” che si oppone all’anomia, all’assenza di forma e di legge, è ciò che produce un freno alla deriva, ciò che trattiene il mondo dalla sua stessa fine. I personaggi dei Karamazov vivono questo momento, e la leggenda lo rappresenta teologicamente, ma con Schmitt abbiamo visto che ogni discussione teologica ha a che fare con il politico, e questo caso non è da meno, tanto che la Leggenda dell’Inquisitore assume in contorni del katechon. Per definire meglio ciò che esso rappresenta mi rifaccio alla puntuale e interessante riflessione in Katechon di Francesca Monateri (Bollati&Boringhieri), la quale riprende almeno nella sua ultima parte una riflessione “politica” sulle pagine dei Karamazov.  Monateri sostiene una tesi, condensata nella chiusa, che riporto e che mi pare centrale anche per queste mie riflessioni: «Al cuore delle interpretazioni novecentesche del katechon, si annida la possibilità di pensare a una morfologia politica intesa non solo come studio della forme politiche, come vera e propria proposta per una politica delle forme». Quindi, il tema in gioco non è soltanto -e non è meramente- politico ma è estetico, perché siamo di fronte a una questione di forma, di più se il katechon è una questione di relazione tra le forme, esso è quindi un problema economico (sempre nell’accezione che abbiamo usato in questo lavoro). 

In primo luogo, katechon è l’espressione utilizzata da Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi che indica un potere che trattiene, un concetto che l’apostolo introduce per spiegare ai cristiani di Tessalonica perché il giorno della seconda venuta di Cristo tarda a venire. Il concetto può avere una valenza ambigua, dacché può essere visto in modo negativo, perché appunto differisce l’arrivo di Cristo e, quindi, la salvezza finale, oppure in modo positivo perché questo potere fa in modo che il tempo non finisca, che l’esistenza dell’uomo continui.

Come sostiene Monateri, la filosofia politica del 900 ha a lungo riflettuto su questo termine, il che si comprende gettando un sguardo sulla storia del secolo XX, su questo sentimento di apocalisse in differita, di giorno finale rimandato procrastinato, ma sempre presente nell’orizzonte di ogni narratore, filosofo, artista, che ha raccontato lo scandalo di questo tempo, di cui si auspica e si   teme la fine. 

Nelle pagine del Grande inquisitore D compie una operazione interessante, vediamola insieme: assumiamo che ciò che è raccontato nella leggenda sia reale. Se ciò è vero, allora noi ci troviamo già in un mondo che ha assistito alla seconda venuta di Cristo. Infatti, l’Inquisitore riconosce nello straniero Cristo e lo straniero non nega mai questa sua identità: questa agnizione, forse la più importante, nella storia dell’uomo non produce nulla. Perché, se ciò che D tramite Ivan ci racconta è vero, se Cristo è già sceso in terra, perché il tempo non è finito? Perché il mondo è ancora mondo? Perché non si è disciolto tutto e non ci sono state rivelate le cose ultime?    

Nell’accorato rincorrersi di queste domande riconosco alcuni degli interrogativi che Sergio Quinzio pone alle sacre Scritture e alle loro rivelazioni ultime (in particolare in Dalla gola del leone, La croce e il nulla), ma diventano ancora più centrali nel suo ultimo scritto, un’opera a metà strada tra riflessione teologica e narrazione, che è il Mysterium iniquitatis. Nella finzione di Quinzio il testo raccoglie le ultime due encicliche di Pietro II, che secondo la profezia di Malachia sarà l’ultimo papa. Il pontefice, dopo aver consegnato le due lettere apostoliche, la prima sul mistero della resurrezione dei morti e la seconda sul mistero dell’iniquità, ovvero la riflessione intorno alla Chiesa come baluardo di quel male che si annida proprio all’interno della stessa, salirà sulla cupola di San Pietro e si suiciderà gettandosi da quell’altezza. Le profezie si compiono in modo misterioso e questo mistero – sembra suggerirci Quinzio- è quello dell’iniquità che, stando a Paolo, gli uomini e la chiesa dovranno vivere e soffrire. 

Seguendo tale suggestione forse lo straniero del poema di Ivan non è Cristo, ma la personificazione di tale mistero dell’iniquità: è il passaggio precedente alla rivelazione all’eschaton finale. In questo modo, forse, comprendiamo perché queste pagine ci turbano, perché con inquietudine D non parla della fine dei tempi, ma parla del tempo prima della fine, del momento esatto in cui il nostro tempo sta per finire. 

Tutto questo avviene all’interno di un romanzo, in qualche modo -quindi- se La leggenda dell’Inquisitore ha a che fare con katechon, ciò significa che ha a che fare con una idea di “forma” che si oppone ad un’assenza e così, traslando il ragionamento della Monateri dal piano politico al piano letterario, la storia dell’inquisitore e di Cristo è una riflessione sulla forma del romanzo e sul romanzo come forma.

In Teoria del romanzo Lukacs sostiene che D non scrive romanzi: tale affermazione mi è parsa sempre piuttosto strana rispetto alla mia comune esperienza di lettore; è da sottolineare, però, che il dubbio di Lukacs non è tanto legato a un dato compositivo (i libri di D sono romanzi), ma a un dato storico. Provo a chiarire: per Lukacs il romanzo – come epopea borghese – non ha più nulla da dire a Dostoevskij che, infatti, scrive di cose altre. Questa notazione è di certo vera, pensate ai personaggi dei FK e alla loro ossessione su Dio, provate a immaginare qualcosa di simile in Madame Bovary o, perché no?, nei Malavoglia. D annuncia con le sue opere un mondo diverso, che mette in crisi il romanzo borghese realista (realismo → naturalismo → verismo: Malavoglia e FK sono pubblicati nello stesso anno), tale criticità ha un riverbero nella leggenda dell’Inquisitore, come se fosse una riflessione meta-testuale. 

D sente che questo è il tempo dell’iniquità, il tempo in cui tale mistero può apparire e produrre una narrazione romanzesca; infatti tutti i personaggi di FK sentono su loro stessi il trionfo della anomia, della mancanza delle regole, dell’assenza della forma; solo comprendendo questo sentire la Leggenda dell’Inquisitore, questa narrazione di una narrazione, acquista una maggiore incisività. 

L’episodio dell’inquisitore è un capitolo di un romanzo, in cui un protagonista (Ivan) racconta all’altro (Alesa) una storia (il poema), che non ha scritto. Ciò che ci viene chiesto di analizzare non è tanto legato alla religione o all’etica: D non ci domanda di decidere su chi abbia ragione, se l’inquisitore o Gesù. Anzi il nucleo è da un’altra parte, è una questione di estetica, di forma e di morfologia. Esiste qualcosa che possa costruire una nuova forma narrativa che possa resistere a questo tempo senza forma, a questo tempo di iniquità? 

Esiste una forma romanzesca adatta alla nostra modernità? Sono queste le domande che la leggenda del Grande Inquisitore pone al critico letterario, più che al teologo o al politico. L’ipotesi è che nell’economia del romanzo, in questa sequela di relazioni teleologiche dei personaggi, il capitolo del grande Inquisitore sia il katechon, sia ciò che trattiene il romanzo dal suo dissolversi, dal suo morire, dal suo finire.  Il katechon è una forza ambigua che da un lato annuncia la distruzione e dell’altro preserva l’umanità: in un certo senso D fornisce una possibilità al romanzo di esserci ancora, di continuare a generare i suoi frutti nonostante l’uomo viva il tempo dell’iniquità, dell’approssimarsi della fine, un tempo che costantemente finisce, ma che non si conclude. Ecco, nonostante questo, il romanzo continua. 

Il romanzo, infatti, ha a che fare con il tempo; anzi, è la narrazione dell’uomo nel tempo, ma se il tempo finisse? Se questo tempo che scorre finisse? Cosa ne sarebbe dell’uomo e cosa ne sarebbe del romanzo che è lo strumento per raccontare l’uomo nel tempo? Dostoevskij, rispondendo a tali questioni, riesce a darci l’immagine nuova della narrazione per salvarla. L’ affermazione di Lukacs «D non scrive romanzi», che mi pareva un poco peregrina, è in realtà centrata, perché D pensa a un romanzo che non è più romanzo, perché è il romanzo dei tempi dell‘anomia, dove non c’è una forma, non c’è legge o regola. D nei FK annuncia e racconta quel tempo prima della fine del tempo, e il romanzo, l’ultima nostra e più profonda fonte/modalità di sapere, modifica se stesso per poterci ancora raccontare.

In Thema di Berio

A CHRISTMAS GIFT FOR YOU FROM PHIL SPECTOR. 60 ANNI DI RIVOLUZIONE POP – II parte

di Alessandro Ciniero

Jack Nitzsche
Jack Nitzsche è stato un prolifico compositore, arrangiatore e produttore musicale americano, nato nel 1937 e deceduto nel 2000. È stato coinvolto in una vasta gamma di progetti musicali durante la sua carriera, spaziando dalla composizione di colonne sonore per film alla collaborazione con famosi artisti del rock.Ha lavorato per la Philles Records, arrangiando quasi tutte le produzioni di Phil Spector, contribuendo a sviluppare il suo sound. 
Tra le sue opere più note, ci sono le colonne sonore di film come “One Flew Over the Cuckoo’s Nest” (Qualcuno volò sul nido del cuculo) e “An Officer and a Gentleman” (Ufficiale e gentiluomo). Ha lavorato spesso con Neil Young e ha suonato la tastiera nei concerti e registrato con i Rolling Stones. Inoltre, ha contribuito alle registrazioni di artisti come Buffalo Springfield, The Monkees e altri.

Larry Levine
Larry Levine è stato un ingegnere del suono statunitense, nato nel 1928 e deceduto nel 2008. È diventato famoso per il suo lavoro come ingegnere del suono presso i Gold Star Studios a Los Angeles, dove ha contribuito a registrare molte delle canzoni più iconiche della musica pop e rock degli anni ’60.
Levine è particolarmente noto per il suo coinvolgimento nelle registrazioni dei brani di Phil Spector. La sua abilità nell’ottenere suoni distintivi e di alta qualità è stata cruciale per il successo di molte registrazioni dell’epoca. Levine è stato anche coinvolto in progetti con altri artisti e produttori, ma è principalmente ricordato per il suo contributo significativo al suono della musica pop degli anni ’60.
The CrystalsLe Crystals sono state il primo gruppo vocale femminile messe sotto contratto da Phil Spector per la Philles Records, per la quale hanno avuto varie hit tra cui “Uptown”, “Da Doo Ron Ron” e “Then He Kissed Me”. 
I membri nel 1963 erano Patricia Wright, Dolores Kenniebrew, Dolores Brooks e Barbara Alston.

The Ronettes
Uno dei gruppi di punta della Philles Records, le Ronettes erano composte da Veronica “Ronnie” Bennett, Estelle Bennett e Nedra Talley. 
Phil Spector era ossessionato con la voce di Ronnie e con Ronnie stessa; i due iniziarono una relazione che sfocerà nel matrimonio (infelice) nel 1968. 
Nel 1963, il gruppo raggiunse la fama con il singolo “Be My Baby”, scritto da Jeff Barry, Ellie Greenwich e Phil Spector. La canzone è diventata un classico della musica pop e ha consolidato la reputazione delle Ronettes.
Altri successi includono “Baby, I Love You”, “(The Best Part of) Breakin’ Up” e “Walking In The Rain”. Il loro stile distintivo, caratterizzato dalla voce potente di Ronnie Spector e dal sound distintivo di Phil Spector, ha contribuito a definire il suono del pop e del girl group degli anni ’60.
Darlene Love
Darlene Love, il cui vero nome è Darlene Wright, è una cantante statunitense nata nel 1941. È stata una delle voci più potenti e distintive nel panorama della musica pop e rock degli anni ’60 e successivi. La sua carriera è stata fortemente influenzata dalla collaborazione con Phil Spector.
Love è diventata famosa come membro del gruppo vocale The Blossoms che ha lavorato spesso come coro per le produzioni di Phil Spector. Ha fornito le voci principali o di supporto per molte canzoni celebri del periodo, spesso senza essere accreditata. Alcuni dei suoi contributi più noti includono le voci principali in “He’s a Rebel” delle Crystals e “Zip-a-Dee-Doo-Dah” di Bob B. Soxx & the Blue Jeans.

Bob B. Soxx & the Blue Jeans
Bob B. Soxx & the Blue Jeans è stato un gruppo vocale progettato da Phil Spector e composto da Bobby Sheen, Darlene Love e Fanita James. Il nome Bob B. Soxx era un nome d’arte per Bobby Sheen.
Il loro singolo più noto è “Zip-a-Dee-Doo-Dah”, una cover di una canzone originariamente apparsa nel film Disney “Song of the South”, prodotta da Spector.

Cher
Incredibile ma vero. Una delle artiste più leggendarie della storia della musica pop ancora in attività ha iniziato la sua carriera a 17 anni come corista per le produzioni di Phil Spector.
Egli considerava la sua voce troppo baritonale per essere inserita in primo piano; nonostante ciò ha prodotto il suo primo singolo da solista nel 1964 dal titolo “Ringo, I Love You” e diede a Cher lo pseudonimo Bonnie Jo Mason. 
Phil Spector, Darlene Love e Cher
The Wrecking Crew
Ultimo tassello ma non di importanza, la Wrecking Crew è stato un gruppo di session musicians statunitense attivo prevalentemente negli anni ’60 e ’70. Questi musicisti di studio altamente talentuosi hanno suonato in un vasto numero di registrazioni di successo, contribuendo a creare alcuni dei brani più iconici dell’epoca. 
Tra i membri più noti della Wrecking Crew c’erano il batterista Hal Blaine, la bassista Carol Kaye, il chitarrista Tommy Tedesco, il pianista Leon Russell, il chitarrista Glen Campbell e molti altri. Questi musicisti erano noti per la loro versatilità e la loro capacità di adattarsi a una vasta gamma di stili musicali. 

Ultimo tassello ma non di importanza, la Wrecking Crew è stato un gruppo di session musicians statunitense attivo prevalentemente negli anni ’60 e ’70. Questi musicisti di studio altamente talentuosi hanno suonato in un vasto numero di registrazioni di successo, contribuendo a creare alcuni dei brani più iconici dell’epoca. 

Tra i membri più noti della Wrecking Crew c’erano il batterista Hal Blaine, la bassista Carol Kaye, il chitarrista Tommy Tedesco, il pianista Leon Russell, il chitarrista Glen Campbell e molti altri. Questi musicisti erano noti per la loro versatilità e la loro capacità di adattarsi a una vasta gamma di stili musicali. 

In Schede

Rec. a “25” di Bernardo Zannoni

di Francesca Bellucci

Venticinque anni e la storia di un ragazzo imprigionato in questa età nefasta, caratterizzata dalla paura di andare avanti, di uscire dalla gabbia di decisioni che solo in questo tempo di mezzo sembrano essere irreversibili. Questa è la narrazione di Gero, il protagonista dell’ultimo romanzo di Bernardo Zannoni che racconta con grande delicatezza le rotture e le storture di un giovane ragazzo raccolto nella solitudine e di tutti coloro che gli ruotano attorno.

La storia inizia con Gerolamo che risale la strada verso casa nel cuore della notte, frastornato e inebetito. Assuefatto a una solitudine tormentata di cui scopriremo le ragioni nel corso del romanzo. E’ la storia di un ragazzo cresciuto all’ombra di una famiglia disfatta, di un padre assente, di una madre incapace di assolvere al proprio compito genitoriale, riscaldato dal calore di una zia che si porta addosso il peso di una vita non vissuta ma che riconosce in Gero un talento che ai suoi stessi occhi è inesistente. Il tutto raccontato tra le mura di una casa troppo piccola, maleodorante, ma perfetto rifugio d’amore nella sua esatta imperfezione, la casa della zia, e quella troppo grande, buia per la prima parte del romanzo, abitata solo dalla solitudine dell’abbandono, la casa padronale della famiglia del protagonista. E il bar del paese, scenario dell’apice della disfatta di Gerolamo e dei suoi coetanei.

I luoghi di questo romanzo sono l’emanazione delle storture dei personaggi, si sgretolano, sembrano tra loro distanti miglia e sempre coperti da una luce offuscata, pronta a dare la mano alla notte che puntualmente arriva, portando con sé le gambe molli dei giovani del paese, i quali si muovono come sonnambuli, fantasmi delle loro vite. Questo romanzo racconta quanto possa essere complesso avere venticinque anni, specie in una società in cui la linearità della crescita si scontra con l’impossibilità di credere che provare ad inseguire i propri desideri sia una scelta possibile.

 Il primo quarto di secolo è un limbo sempre pronto a diventare precipizio: troppo giovani per saper conoscere sé stessi, pur essendo convinti di avere la capacità e i mezzi per sapere di sé quanto è celato allo sguardo degli altri, e troppo grandi per credere di poter cambiare strada, di battere un percorso inesplorato.

Da bambino era tutto così facile: non esistevano filtri per il dolore, la paura, la gioia. Ti cadeva tutto addosso, ma faceva parte di un percorso necessario. Ora bisognava scegliere una strada, calcolare il tempo. Sbagliare aveva un costo, lasciava dei segni, ti esponeva ad altri rischi.

 La strada che vorremmo percorrere si incupisce, si restringe, diventa un filo di ferro che attana le caviglie e ti cementifica sul pavimento di un bar di paese o, nel peggiore dei casi, diventa una lama che recide i polsi. Come avviene per Tommy. Nei bagni di quello stesso bar, sotto gli occhi dei suoi amici. E Tommy è lo specchio di tutti loro. Nessuno se lo sarebbe aspettato, eppure l’ha fatto. Non è l’azione in sé a tormentarli, a lasciarli interdetti, ma il coraggio di aver preso una decisione. Questo pensa Gero, sentendosi addosso quel tormento, rivedendolo su di sé, ritrovandolo nei suoi pensieri.

Che senso ha una vita che si conduce da sola? Quanto può valere respirare se non si ha una ragione per farlo, ma ci si trascina in un giorno e poi nell’altro e nell’altro ancora, in una ciclicità che ha il sapore di una condanna infernale?

Ci si può ornare di qualsiasi titolo, professione, gloria o infamia, ma il succo resta: abbiamo vite piccole, fatte di cose piccole, e questo non si cambia.

Non si cambia. E quando si cerca di farlo ci si scontra con le vite degli altri, con i loro dolori, con le difficoltà e le loro ignominie. Gero si scontra con Martin, il vicino di casa della zia che vive con la giovane compagna incinta. Una gravidanza deformante, che sgretola la ragazza, la invecchia e che è priva della dolcezza della nascita di una nuova esistenza e invece di diventare ragione di crescita e di cambiamento, si fa mezzo di disfatta, come se tutto stesse per perire e nel grembo ci fosse un “problema” e non una vita. Qui c’è la coerenza di questo tempo: la vita stessa è un problema ed è possibile cercare di darne alla luce un’altra solo se la propria è libera dal sapore ferroso di quello stesso sangue che sporca e colora il pavimento del bagno di Barracus. Quel sapore viscido pervade Gero quando varca la soglia del mattatoio, per iniziare a lavorare su intercessione di Martin. Quel lavoro, che pare al protagonista il primo passo verso la libertà da se stesso, è in realtà una finzione, una trappola, come l’ammasso di carne che agli occhi di Gero pare umana e non animale, l’odore pungente del sangue, la crudeltà che il protagonista crede di vedere nelle azioni dei suoi colleghi di lavoro mentre riducono in poltiglia i resti animali. Il mattatoio si fa metafora della vita di Gerolamo: corpi privati della loro essenza e della loro forma, ossa da rimuovere, identità da cancellare per precipitare nel vortice dell’indefinitezza. Un giorno di supplizio interrotto dallo smascheramento di un lavoro che non è una possibilità per Gero, ma l’inganno di un giovane uomo, Martin, che scappa dall’imbocco della sua nuova vita, dalla compagna e dal figlio che sta per arrivare, per rifugiarsi nella bugia di un sonno indotto dalla droga, in un luogo sulle colline distanti dal paese, il Pillola Blu, il tutto sotto una pioggia battente che non sa lavare via la sozzura di un tempo in putrefazione.

L’acqua è l’altro elemento caratterizzante del romanzo. La pioggia che incontriamo sullo scenario dell’incipit, che impasta con la terra e sporca il procedere di Gero verso casa, ma anche l’acqua che bagna i piedi del protagonista sulla cucina della casa di famiglia. L’elemento extraumano, che esula dalla volontà del ragazzo, e la mancanza di controllo sulla sua vita, che gli impedisce di illuminare le sue scelte così come la casa in cui vive, il tutto solo per un interruttore inconsapevolmente spento. Basterebbe così poco per dare un senso, per provare ad andare oltre, eppure il pensiero dell’azione si perde con il levare del sole, per ricomparire nella lotte, per rispondere ad un bisogno che pulsa nei polsi ma non si riesce a seguire e proprio quando tutto sembra essere ormai disfatto, quando l’irreparabile sembra aver preso il controllo, che Gerolamo ritorna all’esattezza della sua età, che ne comprende la potenza del divenire, che svolta verso la strada spianata dalla zia, suo ultimo gesto d’amore, per smettere di essere un ragazzo e provare a diventare un uomo senza lasciarsi scorrere il tempo addosso, al di fuori delle sue vene.

Bernardo Zannoni,

25

Palermo, Sellerio, 2023

pp. 180, € 15,20