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Antonio R. Daniele

In Per il giusto verso

Lettera n. 2. Qualcosa che resta sullo stomaco. Brevissime su Patrizia Cavalli

di Antonio R. Daniele

Di un romanzo si può parlare in contumacia; di un racconto anche. Non dei versi, specie quando i versi hanno tutta l’aria di essere poesia. E Patrizia Cavalli è stata spesso poesia, diciamo pure sempre: lo percepisci quando ti stana, quando ti tende l’agguato. I versi vanno letti, sempre. A voce alta. Se se ne parla, se se ne scrive, vanno mostrati: il lettore deve vedere di cosa parli. Il verso non è una storia da raccontare: è un punto di incontro che svigna come l’anguilla.


La mia prima volta con Cavalli fu con Adesso che il tempo è tutto mio e fu una specie di imprinting genomico, come nascere di nuovo dal ventre di una madre. E sentire, perciò, quanto forte e decisiva sia la condizione nella quale Cavalli mi faceva stare, la condizione di tanti uomini, l’ambizione a gestire le proprie cose, ad esserne padrone, a non rendere conto: “Adesso che il tempo sembra tutto mio / e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena”. È in quel contraccolpo che avverti il vuoto, la voracità di uno spazio come quello del Cielo, la raccolta che teneva dentro quei versi agli inizi degli anni Ottanta, quando in Italia scrivere versi pareva più facile, dopo una generazione che aveva scarnificato molto, provato vie assai scivolose e parecchio nascoste: Bellezza, Zeichen, Scalise, Conte, Frabotta, Lamarque. Fra questi c’era anche Cavalli, la quale però sembrava aggirarsi con un secchio d’acqua in mano per lanciarlo contro una parete di colori incrostati. Ecco: se dovessi scegliere un’immagine che dica la poesia di Cavalli sarebbe proprio questa: una secchiata d’acqua contro una crosta di colori a tempera sopra una parete: dilavare avvitamenti verbali, nettare protagonismi sperimentali. E tornare a una parola più nuda, semanticamente più leggera, colorata solo del viraggio dell’ironia, l’unico che la scrittura d’arte si possa davvero concedere.
Tutto questo mi parve di leggere in quei versi molti anni fa, negli anni in cui molto leggevo degli anni Settanta. E fu davvero come buttarsi in acqua e lavarsi. E risalirne cristallino:


                                 adesso
che ogni giorno mi aspetta

la sconfinata lunghezza di una notte

dove non c’è richiamo e non c’è più ragione

di spogliarsi in fretta per riposare dentro

l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,

adesso che il mattino non ha mai principio

e silenzioso mi lascia ai miei progetti

a tutte le cadenze della voce, adesso

vorrei improvvisamente la prigione.



Dunque, vivere è stare con gli altri. E stare con gli altri è una prigione. Se lo è, si tratta di una condizione non più eludibile, specie per gli uomini e le donne di questo tempo, un tempo che dura almeno da cinquant’anni, da quando abbiamo bisogno di una confessione in più, di un solipsismo più marcato. Ma tutto questo viaggia nel treno dondolante di questi versi, ti porta davanti al vero con l’insolenza di chi sa usare la parola, fresca e bianca come il corpo di chi vuole spogliarsi in fretta per la felicità – o forse solo la comodità – della notte, delle ore in comune con qualcuno.


Mi piace Cavalli perché gioca coi tuoi oggetti e pare parlarne come se ne parla dal bottegaio sotto casa o a una cena in piedi tra amici. Magari anche con quelle battute che poi capisci nelle ore notturne: un po’ ti fanno ridere, un po’ ti lasciano pensare. In tutti e due i casi ti svegli e ti resta qualcosa sullo stomaco:

Quante tentazioni attraverso

nel percorso tra la camera

e la cucina, tra la cucina

e il cesso



“Incremento della tensione analogica”, scrisse Maurizio Cucchi per i versi cavallini di questa fase. Io dico che è un problema di lettore, di tempo e di spazi. Propri, intimi: “Per riposarmi / mi pettino i capelli, / chi ha fatto ha fatto / e chi non ha fatto farà”. Non c’è bisogno d’essere donna per percepire il calco sulla vita di queste parole. Più che analogia. E questa è Cavalli primissima maniera.
Poi resta la propria biologia, non c’è dubbio. E il rischio, la voluttà, la volontà stessa di aderire ai suoni in un certo modo: “un guardar dalla finestra, / ciao alla vicina, / una carezza alla gattina”. La ridda delle cose, la materia adesiva, quel che sei, insomma. Senti bramare: c’è poco da fare.
In fondo Cavalli questo ci insegna: è proprio quando la denotazione si prende la scena che il lettore deve connotare la parola. Non è poi così difficile:



E’ tutto così semplice,

sì, era così semplice,

è tale l’evidenza

che quasi non ci credo.

A questo serve il corpo:

mi tocchi o non mi tocchi,

mi abbracci o mi allontani.

Il resto è per i pazzi.

In Schede

Clarissa Pinkola Estés – “Donne che corrono coi lupi”. Materiale archetipo e riti di iniziazione del genere fiabesco per la cura della flora psichica femminile

di Annasara Bucci

La psicologa junghiana Clarissa Pinkola Estés è una cantadora cresciuta a contatto con l’humus letterario della tradizione etnica messicana. In questa cultura, come in molte delle culture più antiche, il momento della narrazione delle storie tradizionali è considerata vera e propria arte medica. La ritualità narrativa possiede piena rilevanza collettiva ed è scandita da ritmi e tempi ben definiti; l’integrità del rito è condizionato dalla cura del dettaglio nella scelta dei tempi e degli spazi della narrazione al fine di giungere alla medicina necessaria per l’anima dell’ascoltatore, e la narratrice (o il narratore) è spesso una figura anziana che ha ricevuto il dono di custodire le storie ed i suoi significati intrinseci, costituendo il corpo stesso della sapienza medica. Dagli studi di psicologia junghiana e grazie alla sua esperienza personale, nasce in lei l’esigenza di dedicare la professione alla guarigione delle lacerazioni spirituali femminili che rompono la relazione con gli elementi più intimi ed istintuali della propria natura, utilizzando le fiabe come strumento di guarigione, cercando e ricreando il mito o la fiaba-guida che permetta di bussare alla porta dell’anima per saldarne le crepe.

“La psicologia tradizionale è spesso avara di parole o del tutto mutila su questioni più profonde, importanti per le donne: l’archetipo, l’intuitivo, il sessuale e il ciclico, le età delle donne, il modo giusto per la donna, il suo sapere, il suo fuoco creativo. Tutto ciò ha guidato il mio lavoro sull’archetipo della Donna Selvaggia per oltre due decenni” (ESTÉS, 2016)

Dopo anni di ricerche condotte sulle famiglie dei Canis lupus e Canis rufus, Estés ritiene che il materiale archetipo della donna abbia a che fare con alcune caratteristiche tipiche dei lupi che rimandano ad elementi innati nel genere femminile; lupi sani e donne sane avrebbero in comune determinate caratteristiche psichiche definite “selvagge” non in accezione spregiativa di ‘incontrollate’, ma nel senso originale di vitalità improntata a valori naturali in cui la creatura possiede le sue tacite, prescienti e viscerali qualità: sani confini, sensibilità acuta e profondo occhio intuitivo, fierezza, coraggio, resistenza ed esperienza nell’arte dell’adattamento.

“L’archetipo della Donna Selvaggia si può esprimere in termini diversi ed altrettanto adeguati. Potete chiamare natura istintiva questa potente natura psicologica, ma la Donna Selvaggia è la forza che sta dietro tutto ciò. Potete chiamarla psiche naturale, ma lì dietro c’è sempre l’archetipo della Donna Selvaggia. Potete chiamarlo l’innato, la natura essenziale delle donne, la loro natura indigena, intrinseca. Ma siccome questa forza genera ogni sfaccettatura importante della femminilità è definita con molti nomi, non soltanto per sbirciarne la miriade di aspetti, ma anche per tenerla a bada” (Ead.)

La ricerca sulla fauna psichica selvaggia accomuna la storia del genere lupus a quella del genere femminile non soltanto per gli elementi psichici istintuali, ma anche per il travaglio generato a loro danno dalle paure dei detrattori: le due specie sono state lungamente perseguitate, accusate di essere voraci ed erratiche e per questo uccise o soffocate, sepolte in un addomesticamento eccessivo dalla cultura circostante, strettamente fasciate, sorvegliate, imbavagliate. La violenza distruttiva nei confronti di entrambe le specie da parte di un predatore che non ha saputo come comprenderle è incredibilmente simile. Quando la donna perde contatto con la sua psiche istintiva perché soggiogata dalla cultura, dal suo Io o dal suo prossimo, cade in un disfacimento invalidante che la rende incapace e sofferente per il vivere al di fuori dei propri cicli, in “estrema antitesi tra storia e natura, pensiero critico e pulsione” (RECALCATI, 2022). Impossibile enumerare tutti i sintomi di una relazione infranta con la propria forza selvaggia.

“Sentirsi impotenti, cronicamente in dubbio, vacillanti, bloccate, incapaci di determinazione, di dare la propria vita creativa agli altri, di rischiare nelle scelte dei compagni, del lavoro, affogate nella routine domestica, nell’intellettualismo, nel lavoro o nell’inerzia, perché questo è il posto più sicuro per chi ha perduto i propri istinti” (Estés, 2016.)

La guarigione della donna lesa è, di solito, un lavoro buio e profondo. La psicologia junghiana che approccia alla fiaba come contenitore di materiale archetipo transtemporale e transgenerazionale concorre alla sedimentazione della stabilità psichica attraverso le istruzioni disseminate nelle storie narrate, considerate come il più limpido dei prodotti della fantasia umana nell’espressione di sentimenti, emozioni ed esperienze comuni a tutta l’umanità. Basandosi sulle sperimentazioni condotte da Marie-Louis Von Franz, allieva e continuatrice degli studi junghiani, Clarissa Pinkola Estés allena il muscolo psichico leso con il tirocinio della fiaba, amplificazione simbolica del dramma che attende di essere interpretato e compreso per lasciar spazio alla guarigione del Sé, iniziando dalla narrazione della storia del viaggio dell’anima per antonomasia: il viaggio di iniziazione. La Storia di Vassilissa è l’emblema della narrazione dell’attraversamento del bosco come rito di passaggio, tòpos ampiamente presente nelle tradizioni letterarie. Vassilissa è una bambina costretta ad attraversare il bosco dopo la morte della madre a causa di una matrigna che la costringe all’esperienza della durezza, della paura e dell’azione; la fase dell’attraversamento del luogo oscuro costituirà il discrimine tra l’ingenuità fanciullesca ed il primo momento di apertura alle durezze dell’esistenza.

“Nelle sue viscere, la donna sa che è velenoso restare a lungo con un Sé troppo dolce. Allentare la presa sullo splendente archetipo della madre dolcissima e buona è il primo passo. Lasciamo il capezzolo ed impariamo ad andare a caccia” (Ead.)

L’iniziazione alla difficoltà esistenziale sarà per Vassilissa un contatto con la morte ed insieme un contatto con la vita: andrà a morire una parte della sua psiche in cui i buoni sentimenti della fanciullezza legati alla presenza della madre dovranno necessariamente morire con lei affinchè ne nascano di nuovi. I valori che rispondono alla necessità di azione per nuove sfide sono da identificarsi nella costruzione di una nuova madre interiore a cui dare ascolto, lasciando morire ciò che è destinato a morire per esigenze intrinseche alla ciclicità del meccanismo esistenziale. Questa nuova madre interiore, adeguatamente coltivata dall’esercizio del contatto con la vita, temprerà una forza resiliente che non teme cambiamenti e che concepirà qualsiasi terremoto come temporanea prova di assestamento di un florido terreno psichico nascente. La perdita della vecchia pelle psichica costa la fatica e la paura di un duro lavoro, ma paura e fatica non sono scuse sufficienti per non fare il lavoro.

“Quando si cominciano ad accettare i modelli della Vita/Morte/Vita si possono anticipare i cicli della relazione in termini di accrescimento che segue il disavanzo e di logorio che segue l’abbondanza” (Ead.)

All’interno della fiaba La Donna scheletro, l’elemento osseo è simbolo eccellente di un’esistenza logorata che esige per questo un profondo rinnovamento. I modelli archetipi dei processi di rinascita rendono necessari movimenti discendenti o labirintici a monte di quelli di risalita, ed occorre seguire questo processo per apprendere la grazia dell’interconnessione tra le fasi della vita dove tutto ha il suo giusto tempo. Per questi motivi, Estés invita la donna a non trascurare la cura del proprio Sé istintuale. Il fatto psichico centrale resta che la connessione con i significati, la piena espansione dell’anima e la natura profonda sono elementi su cui si deve costantemente vegliare coltivando l’occhio interiore, facendo attenzione alla scelta dei compagni e dei maestri, non permettendo ad alcun tipo di predatore di defraudare energie creative e calore spirituale. In tal senso, nel suo essere portatrice di seme archetipo, la potenzialità della fiaba si esprime nella possibilità di essere narrata come “catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che è farsi un destino” (CALVINO, 1956)

In La Seconda Repubblica delle Lettere

I sintetici di Levi: genesi del nuovo assetto mondiale – parte II

di Antonio R. Daniele

Qualche anno fa Pierpaolo Antonello, in un interessante volume che compendiava il fantascientifico italiano, citava con sicurezza Levi all’interno di una linea di scrittori che procedeva da Calvino a Volponi passando per Buzzati stesso. E questa collocazione è possibile non soltanto sul piano dei contenuti ma anche su quello della forma scritta, cioè del principio della scrittura. La variazione ironica, quasi sarcastica, è il metodo che consente a Buzzati di stanare il lettore e condurlo al disorientamento, allo smarrimento finale dei principi: una donna che dà alla luce un bambino dopo averlo concepito con l’uomo che ama è diventata una anomalia intollerabile e pericolosa. Levi procede lungo il medesimo sentiero: lo abbiamo già notato e se ne trova una conferma ulteriore quando tratta la materia legata al Mimete in Storie naturali, un caso di clonazione, qualcosa che riproduce un modello «dal caos, dal disordine assoluto. Ecco, questo fa il Mimete: crea ordine dal disordine», scrive Levi. Quella storia, nella quale il narratore il settimo giorno si riposò è talmente scoperta nei suoi contenuti e nei suoi significati che merita di essere valutata dal punto di vista della costruzione narrativa e, soprattutto, non può essere separata dal brano che compie il dittico del Mimete, quello col quale Levi comprende che per togliere il velo sulla questione che gli è cara – la nuova origine dei sintetici – non può agire solo sul contenuto della narrazione ma è necessario che si affidi al procedimento ironico, conducendolo fin oltre la soglia del grottesco e alle porte della farsa. Quando noi terminiamo la lettura di Alcune applicazioni del Mimete, ridiamo divertiti dalla trovata del protagonista: abbiamo goduto una spassosa pagina di narrativa. Sennonché dobbiamo risalire la corrente e renderci conto che in effetti il Mimete, in ultimo, ha creato ordine dal disordine (giacché l’uomo che aveva duplicato sua moglie, alle prime avvisaglie di criticità nel suo imprevedibile ménage à trois, risolve l’impasse duplicando se stesso e sistemando la faccenda con una doppia coppia), ma ha lasciato inalterato non tanto il problema etico quanto il disagio fra voluttà e possibilità. Inoltre, Levi conferma che questa scrittura discende da un tracciato culturale recente e preciso: riferisce che la donna clonata ha ventott’anni ed è nata nel 1936. Dunque, la vicenda è ambientata a metà degli anni Cinquanta, proprio quando «La Civiltà delle Macchine» favoriva gli studi e le pubblicazioni in materia di neurofisiologia artificiale. Non solo: non si può non notare una certa corrispondenza di temi tra questa scrittura e Il grande ritratto di Buzzati, romanzo la cui stesura cominciò nel 1959 e la cui pubblicazione venne un anno più tardi. In quel lavoro Buzzati narrava la storia di un uomo di genio che, mediante un complesso dispositivo, dava nuova origine alla moglie morta. La vicenda buzzatiana implica un intrico di questioni molto più fitto, ma non c’è dubbio che la linea di derivazione sia la medesima. E anche in quel caso “origine” e “distruzione” si incrociano, si sovrappongono, di fatto sono una cosa sola: il grande congegno attraverso cui il prof. Endriade aveva preteso di rifare sua moglie genera morte attorno a sé e non può che essere annientato.

         Ho cominciato questo intervento rinvenendo una specie di dichiarazione di poetica leviana: ad ogni creazione corrisponde una volontà di distruzione. E mi pare che la conferma definitiva di questa dinamica fatale si trovi in uno dei brani più noti di Vizio di forma, ossia Verso occidente, quello dei lemming che paiono spostarsi in branco per andare a morire verso qualche confine. I lemming nascono per poi andare a suicidarsi. Poi il ricercatore del racconto nota lo stesso comportamento in una tribù del Sudamerica. «Perché un essere vivente dovrebbe voler morire? – E perché dovrebbe voler vivere? Perché dovrebbe sempre voler vivere?», domanda l’uomo. Conosciamo le curiose teorie che Levi elabora nel testo sul desiderio di morte dei roditori della storia; sappiamo anche – dalla testimonianza di Daniele Pugliese resaci ormai parecchi anni fa nella introduzione a un suo libro di racconti – che Levi si pentì di aver scritto il racconto e si scusò degli effetti che può aver provocato:

Lei ha preso molto (troppo!) sul serio un mio racconto di cui oggi mi vergogno un poco, perché l’ho scritto in un momento di angoscia e di debolezza, e perché, invece di essere d’aiuto all’eventuale lettore, rischia di estendere a lui il disagio dell’autore. Se così è avvenuto, accetti le mie scuse; oggi penso che spargere al vento le proprie angosce possa portare sollievo a chi lo fa, ma sia poco morale.

Ma, al di là della resipiscenza di Levi nei riguardi delle sue stesse inquietudini e sulla quale non è opportuno cavalcare nessuna congettura condotta a posteriori (ma, si badi: Levi non si pentì di ciò che aveva scritto, ma di averlo scritto; la qual cosa pare una sottigliezza ma non lo è), resta un dato fondamentale: per Levi l’impeto di distruzione o di autodistruzione non è una acquisizione successiva all’origine, ma ne fa parte. Fa parte del corredo genetico dell’essere vivente: «tutto ciò che è vivo, lotta per vivere e non sa perché» – scrive l’autore – «Il perché sta scritto in ogni cellula, ma in un linguaggio che non sappiamo leggere con la mente […]. Ma anche quelle in cui il messaggio è chiaro possono avere delle lacune. Possono nascere individui senza amore per la vita».

         Il tentativo di alterare tutto questo può avere conseguenze imponderabili: per esempio, che lo scienziato impegnato a cercare la soluzione del male di vivere dei lemming trovi la morte proprio per aver arrestato questo processo e che la tribù di umani il cui raziocinio dovrebbe favorire la scelta per la vita resti attaccata alla propria volontà di morte, proprio come fosse qualcosa di vitale poiché naturale. Come la stella tranquilla di Lilìt che, «nel remoto atto originario in cui tutto è stato creato, le era toccata un’eredità troppo impegnativa. O forse conteneva nel suo cuore uno squilibrio o un’infezione, come accade a qualcuno di noi».

In La Seconda Repubblica delle Lettere

I sintetici di Levi: genesi di un nuovo assetto mondiale

di Antonio R. Daniele

Ad ogni creazione corrisponde un impeto e una voluttà di distruzione. Si potrebbe cominciare da questa specie di assunto apodittico nell’indagine su Primo Levi e l’origine, sicuri che – sia pure nei pericoli di una sintesi che non si ignorano – avremo detto molto della scrittura breve leviana, sia in quanto a materia scelta sia in quanto a prassi narrativa.
          Intanto si rifletta su qualche dato e, per meglio dire, su qualche “evento” occorso a Vizio di forma e al suo autore; e a questo proposito molto dice la nota lettera prefatoria con la quale Levi accolse la riedizione dell’opera ai primissimi del 1987: deluso ma lieto; contento ma amareggiato. Primo Levi scriverà un brevissimo saggio di antinomie, un esercizio verbale di conflitti. E se al sentimento di letizia noi assegniamo il valore del “generare” e al sentimento di amarezza quello del “distruggere” vedremo replicata, in quelle poche righe, una dialettica che, è evidente, segnò i racconti che Levi licenziò nel 1971. E, se volessimo esasperare questa dinamica, potremmo notare che il nostro autore lasciò questo mondo negli anni in cui era persuaso che il mondo stesso nascesse a nuova vita:

Il Medioevo non è venuto: nulla è crollato, e ci sono invece timidi segni di un assetto mondiale fondato, se non sul rispetto reciproco, almeno sul reciproco timore. A dispetto degli spaventosi arsenali dormienti, la paura di una «Dissipatio Humani Generis» (Morselli), a torto o a ragione, si è soggettivamente attenuata. Come stiano oggettivamente le cose, non lo sa nessuno.

E in effetti le cose, oggettivamente, sarebbero andate in un altro modo. Ma non è questo che interessa. Interessa, invece, che Levi percepisca attorno a sé nuova creazione e prosperità e lasci il mondo. E lo faccia pochi mesi dopo la riedizione di Vizio di forma, libro costruito su questo conflitto percettivo: origine-distruzione e viceversa.
         Ma la scrittura di Levi non ha né tratto apocalittico né ottimisticamente eugenetico. Levi sa operare anche tra le maglie del registro brillante, in alcuni casi dilettevole, senza per questo perdere di vista il peso delle questioni. «I bambini sintetici sono una realtà, anche se l’ombelico ce l’hanno», scrisse con accento scorato in quelle stesse righe all’editore, richiamando uno dei suoi racconti nel quale profetizzava l’avvento di creature costruite in laboratorio, umanoidi, il cui inconfondibile segno distintivo era l’assenza dell’ombelico. La narrazione è, appunto, realizzata su due piani: la leggerezza di quotidiane circostanze scolastiche, quelle che impegnano ragazzini alle prese con usuali lezioni di storia e interrogazioni (tra l’altro, in una infarcitura di cliché sull’insegnamento, evidentemente già diffusi cinquant’anni fa, il che dovrebbe sollecitare qualche riflessione), e il carico di temi insoliti e inquietanti. Torniamo a Levi e alla lettera: è contento della riedizione ma crucciato. Ed è crucciato perché, a suo dire, molto di quanto paventato nel libro si è avverato e i sintetici sono diventati davvero sintetici. Alla fine di quel racconto, superato il livello del “gradevole” assicurato dal vivace scambio di vedute tra il bimbo anomalo e i compagni di classe, il grottesco confronto con la professoressa e il preside, Mario, appunto il ragazzino sospettato di aver avuto origine chissà come e chissà da chi, tiene un discorso dal tono grave:

Adesso siamo pochi, ma poi saremo molti e comanderemo noi, e allora non ci saranno più guerre. Sì, perché non combatteremo fra noi come capita adesso, e nessuno potrà assalirci perché saremo i più forti. E non ci saranno differenze: noi non faremo più differenze, bianchi, negri, cinesi, saranno tutti uguali, anche i Pellerossa, quelli che restano. Distruggeremo tutte le bombe atomiche e i missili, tanto non serviranno più a niente, e con l’uranio che ne ricaveremo ci sarà energia gratis per tutti, in tutto il mondo: e anche da mangiare, gratis per tutti, anche in India, cosi nessuno morrà più di fame. Faremo nascere meno bambini, in modo che ci sia posto per tutti: e tutti quelli che nasceranno nasceranno come noi.
– Nasceranno come? – chiese una voce timida.
– Come me. O anche per telefono, o per radio: un uomo telefona a una donna, e poi nasce un bambino, ma non così.

Il nuovo “assetto mondiale” che a Primo Levi parve di scorgere alla fine degli anni Settanta, quello che garantiva armonia fra i popoli e uguaglianza fra etnie, sarebbe stato prodotto da creature la cui origine sormonta il livello naturale, viene da esperimenti e forse da mondi sconosciuti. Addirittura – viene lasciato intuire al lettore – potrebbe essere il risultato di una incombente invasione di strane creature.

Quando ci sono di mezzo Primo Levi e questioni legate alle scienze si rischia uno spiacevole restringimento di prospettiva: credere, cioè, che Levi abbia trattato alcuni temi soltanto perché aveva familiarità con una certa materia, trascurando con ciò tutto un coté culturale nel quale inserirlo e di cui era di certo consapevole. Questo brano e il grosso delle scritture contenute in Vizio di forma non chiamano in causa soltanto l’intertesto leviano, ma partecipano di un quadro letterario più ampio al quale si deve far risalire una lunga serie di scritture, di tono artistico più o meno valido, che attraversano tutti gli anni Sessanta e la cui matrice potrebbe essere individuata sia in Facial justice di Leslie Poles Hartley (1960) che in Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut (1961), dove il mondo ricomincia dopo una guerra mondiale, i bambini nascono in provetta e si lavora per annullare le differenze tra gli uomini, anche nell’aspetto. Da noi si deve registrare un singolare racconto di Dino Buzzati apparso sul «Corriere d’Informazione» nel settembre del 1964 e intitolato Il bambino illecito. Quell’esemplare di narrazione breve – che a sua volta si inseriva in un viatico di scritture e di studi sulle origini di stampo scientifico e fantascientico che Buzzati percorreva sin dalla metà degli anni Cinquanta, quando interloquiva con Leonardo Sinisgalli circa la sua rivista, «La Civiltà delle Macchine» – trasse spunto da un caso che suscitò molto clamore in Italia, quello del dott. Daniele Petrucci che a metà degli anni Sessanta documentò di aver fatto nascere una trentina di bambini fecondando ovuli al di fuori del grembo materno. Buzzati scrive un racconto dissacrante, capovolgendo i termini della questione: in un contesto nel quale la normalità delle cose era la nascita in provetta, l’origine della specie era affidata a una «produzione esclusivamente di bambini e di bambine bianche di tipo “mentale” e “submentale”. C’era anche un nuovo reparto – scrive Buzzati – a carattere sperimentale, per la produzione di tipi “supermentali”, ma era tenuto in sospetto dalle autorità […] una illecita forzatura nello sviluppo di certe particolari qualità della mente, ciò che poteva domani riuscire pericoloso per l’equilibrio sociale». Dunque, i “sintetici” di Levi, queste creature che predicano una nuova origine, un superamento della condizione naturale e sono promessa di un mondo nuovo e normalizzato nei valori e nelle forme, vengono da questa traiettoria culturale e letteraria. 

In Schede

Gandolfo Cascio, “Michelangelo in Parnaso. La ricezione delle Rime tra gli scrittori”, Marsilio, Venezia, 2019

di Olga Trukhanova

Nell’anno del centenario di Dante è stato opportuno riportare l’attenzione su Michelangelo poeta, intrinsecamente grande e spiritualmente prossimo a Dante in un tempo,lungo oltre tre secoli di petrarchismo dilagante non solo nelle patrie lettere, ma ovunque ci si voltasse in Europa a creare poesia e a fruirne. L’importanza del lettore come destinatario di monumenti e di intense imprese poetiche è stata a lungo sottovalutata, se non del tutto emarginata. La sua preziosa riscoperta ci offre, invece, una visione dell’opera indubbiamente poco unitaria e spesso foriera di contraddizioni, ma allo stesso tempo più completa e solida.

         Gandolfo Cascio nel Michelangelo in Parnaso ricostruisce vari modelli e approcci di lettura alle liriche michelangiolesche attraverso i secoli, facendoci toccare con mano la maggiore o minore densità della loro ricezione e adesione presso lettori “speciali”dei quali dipinge un ritratto di gruppo peculiare e spesso illuminante del loro modo di pensare e d’intendere poesia.

         La lettura restituisce al libro l’unitarietà di visione che l’autore sembra essersi perso per strada ad inseguire i filoni disparati dell’esistenza così come la statua riceve unitarietà dall’opera dello scalpello che ricongiunge i vari filoni delle idee preliminari. La lettura delle opere poetiche “dà al libro l’esistenza sconnessa che la statua ‘sembra’ ricevere soltanto dallo scalpello. Il libro ha in un certo senso bisogno del lettore per diventare statua […]”, afferma Maurice Blanchot nel suo L’espace littéraire.Secondo quanto Gandolfo Cascio fa emergere a tutto tondo nel suo studio, Michelangelo, che possedeva divinamente l’arte dello scalpello enon in senso metaforico:“quando […] era coinvolto emotivamente, predilesse l’espressione scritta a quella visuale” (p. 24).

Il saggio consta di un’introduzione, di cinque capitoli, articolati internamente sulla base dell’argomentazione che s’intende svolgere, e di una conclusione.

         Lo studioso apre la sua indagine filologicamente accurata con un excursus dettagliato sul modo d’intenderlo nel Cinquecento: “Già nel suo tempo ci si serviva di Michelangelo come di un personaggio letterario” (p. 18) e citain primisLudovico Ariosto, che lo include “in uno smagliante catalogo” (p. 16) di artisti come Fidia e Prassitele che si ancorano al fondo del tempo, per risalire fino a Leonardo e al rivale Tiziano. La prima recensione in versi a Michelangelo poeta, il Cascio, invece,l’attribuisce a Francesco Berni (1497/98-1535), che “mette in evidenza delle novità tematiche e stilistiche” (p. 19) del genio toscano, inadempiente alle direttive bembiane, allora predominanti che prevedevano come modelli la lingua del Canzoniere del Petrarca per la poesia e quella del Boccaccio per la prosa. Questo primo capitolo, ricco di testimonianze dirette, pone l’accento sul “dialogismo” vivo e vivace tra le Rime e i suoi lettori contemporanei, tra i qualiannoveriamoGaspara Stampa (1523-1554), Gandolfo Porrino (?- 1552), Benedetto Varchi (1503-1565), Vittoria Colonna (1492-1547) e Giorgio Vasari (1511-1574).

         Il secondo capitolo è dedicato ai tre secoli successivi che si contraddistinguono per una quasi totale disattenzione della critica. L’uscita della prima edizione per i tipi di Giunti (1623) a cura di Michelangelo il Giovane, segnala paradossalmente un lungo periodo di oblìo, probabilmente a causadel vero e proprio “falso letterario” che il nipote del grande artista perpetrò. Il giudizio che ne dà Cascio, però, non si limita soltanto ai dettami dell’approccio filologico dei nostri giorni, ma si estende alle valutazioni storiche dell’epoca barocca considerandolo “un caso di ricezione creativa” (p. 65). A cambiare l’andamento delle cose sarà Ugo Foscolo durante il suo esilio in Inghilterra,il quale inaugurò la ripresa dell’interesse verso le poesie di Michelangelo.

         Il Novecento, su cui sono incentrati il terzo e il quarto capitolo,si pone come il climax del volume per la ricchezzadella documentazione e l’innovazione interpretativa.Partendo dalla Vita di Michelangiolo di Giovanni Papini (1881-1956) con l’affermazione delle influenze dantesche e la proclamazione della necessità insita di esprimere non solo in marmo o in pittura il proprio pensiero religioso, si procede con molteplici esempi di letture critiche diversificate e ricezioni creative. Da Thomas Mann (1875-1955) che fraintende la melancolia michelangiolesca e recepisce come immatura la sua poesia (p. 89), a Mario Luzi (1914-2005) che “apre la strada a una nuova esegesi sul petrarchismo di Michelangelo” (p. 107) ed Eugenio Montale (1896-1981) autore di un Michelangelo poeta nel quale lo accosta a Shakespeare, ma anche non immune da alcune contraddizioni;senza dimenticare Pier Paolo Pasolini (1922-1975), Giovanni Testori (1923-1993), Francesca Sanvitale (1928-2011) e Valerio Magrelli (1957). Di grande interesse è la parte dedicata ai poeti che riconobbero in Michelangelo un interlocutore sublime e persino “un superbo avversario” (p. 133). Cascio raccoglie minuziosamente le allusioni michelangiolesche nei più grandi scrittori italiani del XX secolo, dedicando loro capitoli anche lunghi e quasi sempre intensi, e tra questi Dino Campana (1885-1932) nella cui biblioteca non è stata rinvenuta una copia del libro di Michelangelo, ma “è verosimile che l’abbia avuto tra le mani” (p. 133), ed Elsa Morante (1912-1985); Dario Fo che “s’è innamorato del suo personaggio fino a sostituirvisi” (p. 185); Alda Merini (1931-2009), Patrizia Valduga (1953). Per molti è il risvolto omosessuale a creare un parallelo tormentato che accomuna l’esperienza esistenziale e, ancor più, il riconoscersi in un mondo poetico, spesso chiuso, claustrofobico, ostile, ma anche liberatorio. Vengono a mente i casi diJ. Rodolfo Wilcock(1919-1978) scrittore irregolare che pervenne a Michelangelo passando, anzi iniziando con Petrarca;Umberto Saba (1883-1957), Carlo Emilio Gadda che fonda la predilezione di Michelangelo perché “poeta dal vigoroso e originale timbro stilistico” (p. 190).Notiamo che Cascio si è divertito un mondo nel tratteggiare le deliziose mistificazioni di un Sandro Penna (1906-1977), apparentemente agli antipodi, che si pretendeva ingenuo, quasi naïf, ed invece era un manovratore di lungo corso nell’alterare, “date, nomi e luoghi”, solo che anche in lui l’autore rileva le convergenze/conversioni verso il distretto di Michelangelo: “Notte bella, riduci la mia pena. // Tormentami se vuoi, ma fammi forte” (p. 195).In un certo senso Gandolfo Cascio chiude il cerchio dei rimandi con due sorprese per sé stesso e per noi, dapprima mettendo in evidenza l’adesione in termini di estremo approdo a Michelangelo in Dario Bellezza (1944-1996): “Eccomi ancora nel mondo iniziato // carico d’anni e di peccati, involto in // insanie febbrili” (p. 199).In secondo luogo rinvenendo nella poesia di Patrizia Valduga l’incorporazione sic et simpliciter di una situazione psichica/morale michelangiolesca, cercando di dissimularne la fonte.

         Anche per quello che riguarda le traduzioni, lo studioso stringe la cerchia limitandosi esclusivamente ai traduttori poeti loro stessi, ma in compenso dà un vasto panorama geografico, inserendo non solo l’Inghilterra, ma anche Francia, Germania, Olanda e la Russia. 

         Il libro di Gandolfo Cascio ci fa sentire voci di lettori che talvolta innescano uno charivari caotico sul basso continuo michelangiolesco, ma non per questo meno rilevanti. Per concludere, si deve dire che l’autore è uno studioso well read ed è venuto brillantemente a capo di un argomento che per i suoi mille rivoli tout azimut tende a dissiparsi per ogni dove.

In Narrature

Un’altra stagione

di Francesco Gallo

A mio padre.

Grazie a un opuscolo che mi capitò, chissà come, tra le mani, venni a sapere che presso il Museo Civico di Palazzo Fulcis, a Belluno, si teneva una mostra intitolata Le stagioni di Buzzati. L’allestimento mi avrebbe consentito di osservare dal vivo, assieme ai quadri più celebri, alcuni degli oggetti personali del grande scrittore e giornalista: la giacca indossata il 28 gennaio 1972, giorno della scomparsa; il frustino per andare a cavallo, monogrammato DBT (Dino Buzzati Traverso); un paio di sci risalenti ai primi anni Sessanta, con gli attacchi a sganciamento frontale; e la fusione in bronzo del calco mortuario della sua mano destra. Un cimelio, questo, che – non lo nego – mi serrò la gola.
Si presentava solo un problema: l’esposizione era terminata da più di un mese, il 6 gennaio 2020. Parlandone con un collega, tuttavia, scoprii che la casa avita di Buzzati era poco distante dall’albergo che ci ospitava. Un’occasione da non perdere. Avrei visto l’alberone sotto il quale Buzzati era solito scrivere, circondato – come disse all’amico Arturo Brambilla – dagli abitanti del piccolo popolo. Era forse quello il segreto della sua formidabile inventiva? Risiedere al confine tra quello che è e quello che potrebbe essere? Storie, in fondo. Nient’altro che storie. Eppure.

In poco tempo raggiunsi l’indirizzo. Lunghe file di carpini mi scortarono fino al cancello. Sulla sinistra, lungo il vialetto, lasciai il campanile di San Pellegrino; poi intravidi la Villa. Una costruzione del 500; l’ampia facciata era color terracotta e sul tetto, ricoperto di tegole, spuntavano coppie di comignoli gemelli.
Suonai al citofono. Mi guardai attorno. Alla finestra del secondo piano mi parve di scorgere una sagoma familiare – allora non avrei saputo dire perché. Sollevai un braccio in cenno di saluto. Non rispose.
Oltre il cancello spuntò una donna. Aveva un fisico minuto e una folta capigliatura. Quando fu abbastanza vicina disse: «Cosa vuole ancora?»
Ancora? Doveva avermi scambiato per qualcun altro. Le spiegai le ragioni della mia presenza in città. L’omaggio. Aggiunsi che sarebbe stato un onore, per me, visitare la Villa. La donna mi scrutò. Teneva le mani strette intorno alle sbarre. La pelle era bianca e liscia. «Se vuole sapere di Buzzati parli con Croda,» disse. «L’ha conosciuto. Lo trova in paese, alle panchine. Sta sempre lì.» Mi rivolse un sorriso incerto. Fui sul punto di chiederle come avrei fatto a riconoscerlo, Croda, ma la donna si era già ritirata.
Cos’altro potevo fare?

Venti minuti di cammino ed eccomi in piazza. C’era il Museo Civico, un’infilata di negozi – un’edicola, un fioraio, un panificio – e un giardino, occupato da altalene e dondoli e da una sabbiera nella quale un gruppo di bambine e bambini giocava a rincorrersi. Graffiavano l’aria con urla euforiche. Tate e genitori erano poco distanti; fumavano o parlavano al telefono e fingevano di sorvegliare un raduno di monopattini e biciclette.
Sul lato opposto c’erano lunghi sedili di marmo. Un uomo solo occupava quello centrale. Mi avvicinai. Dissi: «È lei, Croda?»
Parve non sentire. Riprovai. Soltanto a quel punto annuì. Per quale motivo credetti subito che si trattasse di lui? L’aspetto, innanzitutto. Era anziano. Se aveva conosciuto Buzzati doveva avere perlomeno settant’anni. L’eleganza, poi, mi suggestionò. Indossava un cappotto a spina di pesce dal quale affiorava il risvolto di una giacca nera, una camicia bianca e una cravatta dritta come una penna. In mezzo alle scarpe lucide, tra i fili d’erba, affondava la punta di un bastone dal manico ricurvo.

«Buzzati. Per Buzzati… mi hanno detto di chiedere a lei. Che lo ha conosciuto.»

«Conosciuto
La sua voce era un sibilo.
«Una donna, alla Villa – »

«Dica, dica», e appoggiò il palmo sul marmo. Gli angoli della bocca s’incurvarono appena.

Mentre gli sedevo accanto – ero certo a quel punto fosse lui – vidi emergere una curiosa somiglianza. Possedeva un volto magro, senza barba, con un naso un po’ grosso. Gli occhi erano scuri come piombini e ben distanziati. I capelli ingrigiti portavano la riga e la sfumatura alta.

«Sì, possiamo dire così. L’ho conosciuto verso la fine degli anni 50.»
Lo osservai torcere le mani attorno all’impugnatura del bastone. Era una piccola testa d’animale. Distinsi un becco.

«Eravate amici? Scusi, sa. Resto in città solo un paio di notti e –»

«Quando finiva la scuola davo una mano a mio padre. Faceva il giardiniere. Era lui che potava le piante della Villa. Buzzati d’estate lasciava Milano e tornava. Tornava qua.»
Non riuscivo a smettere di fissare il modo in cui le sue dita si attorcigliavano al manico del bastone. Sembravano lucidarlo.

«La prima volta che lo vidi stava seduto sotto la magnolia. Aveva sulle gambe una Olivetti DL. Che impressione mi fece: un uomo della stessa età di mio padre impegnato in un’attività così futile. Chi era mai? Mio padre spiegò che era famoso. Uno scrittore. Anche se scriveva storie di finzione. È vero. E cronaca. Buzzati scriveva racconti come fossero articoli e articoli come racconti.»

Soltanto quando riconobbi il motivo in rilievo sotto l’elsa del bastone — un arnese per lavorare il legno; un seghetto, trasalii – presi parola: «Be’, era un modo per aggirare la censura fascista.»

«Quello era un bel problema, in effetti. Un vero orrore, perdoni. Ma la questione è un’altra. I due piani, sa? Ha presente? Sì che ce l’ha. Sennò non sarebbe qui.»

Il profilo di Croda sembrò indurirsi contro i pioppi bui che gli facevano da quinta. La sua mandibola, il cranio intero era la linea di un cammeo impolverato.

«Ogni volta che mio padre e io entravamo in Villa,» disse Croda, «Buzzati era sotto la magnolia a scrivere. Molti dei Sessanta racconti li compose a pochi metri da me. Iniziai a leggerlo avidamente. Racconti, romanzi, pezzi di cronaca. Le storie dipinte. Il Poema a fumetti. A un certo punto mi contagiò, sa? Mi cimentai anch’io. Ne ho vergogna, adesso. Lei sarà mica immune», si voltò piazzandomi in faccia pupille fonde come pozzi artesiani.

«Be’, io –»

«Con scarsi risultati, certo. Io. Fors’anche lei. Sa perché? Per via dei piani. Qualunque cosa scrivessi suonava falsa. Anzi, era falsa. M’iscrissi ad Agraria. Diventai giardiniere. Quando mio padre morì presi il suo posto. Oggi sono il Custode. Gliel’ha detto, la Signora?» Croda sorrise guardando fisso davanti a sé. Nel frattempo l’edicola, il fioraio e il panificio avevano tirato giù le serrande. Le famiglie erano scomparse. Si sentiva soltanto il cigolio di un’altalena. Allora, tra le siepi, comparve una figura – la stessa che avevo notato alla finestra della Villa. Com’era apparsa si ritirò. Per via del cambio di luce, certo. Con l’avanzare del crepuscolo, le ombre dei bossi s’erano allungate sotto la spinta di un vento gelido.

«Lei pensa davvero che quella di Buzzati fosse finzione? Che fosse, che so, fantasia
«Che intende, scusi?»
«Vuol farmi credere che non ha appena visto anche lei –» chiese, puntando d’improvviso il bastone come un rabdomante.
«Non la seguo, abbia pazienza.»
«Mi segua, invece. Le faccio vedere,» disse, alzandosi con sorprendente agilità.

Tornammo alla Villa. La facciata pareva ora verniciata di viola scuro. Croda estrasse una lunga chiave da una tasca del cappotto. Aprì il cancello. Le ombre in fuga s’erano aggrappate ai contorni delle finestre, deformandoli come occhiaie. I comignoli erano le corna di una maschera diabolica.
Croda mi riscosse chiamandomi per nome. Come poteva conoscerlo? Lo vidi girare intorno alla magnolia – c’era ancora! Mastodontico altare verticale – e sparire in una porticina della Villa. Gli tenni dietro. L’ingresso rivelò un disimpegno odoroso di pietra umida. Solo una candela raccontava il contorno degli spazi e delle cose. Immobile vicino a un pendolo silenzioso e guasto, una figura emerse dall’ombra: la Signora del cancello – medesimi ricci, medesima corporatura. Mi vide e si tappò la bocca con le mani: ora erano ricoperte di macule, solcate da rughe profonde.

«Su,» disse Croda, il bastone già al primo gradino di una scala a chiocciola che scavava la sommità del granaio come la tana di un roditore.

Lo seguii. Superate due rampe varcai la soglia di un andito in legno. «Chiuda,» disse, «presto.» Faticai a udire la sua voce. Pareva giungere da un’altra parte – un altro piano.
«Come…?»
«Zitto. Guardi, ora. Veda
Nella stanza c’era uno scrittoio. Era occupato da una macchina per scrivere e una risma di fogli. Sotto l’unica finestra, poco più che una feritoia affacciata sul giardino, stava un sofà in velluto con lo schienale altissimo. Accanto c’era un cavalletto con pennelli e tavolozza. Dai vetri colava una luce azzurrognola che rischiarava ogni cosa. Mi accostai alla tela. Era incompleta: uno scorcio cittadino, piazza e porticato e, sulla destra, una creatura informe e trionfale a spezzare l’orizzonte. Il tratto mi parve inconfondibile: la sua Val Morel, impossibile e miracolosa. O certi incubi di Bosch, Il maestro del Giudizio universale.
Croda lasciò cadere il bastone e raddrizzò la schiena, sedendo allo scrittoio. Sollevate le braccia sospese le mani sulla Olivetti. Disse: «Eccolo.» Le dita iniziarono a battere sui tasti. Prima lentamente, poi più veloci. Il rumore, simile al ticchettio di un ordigno, si trasformò in una gragnuola di colpi. Quando anche l’ultimo rigo fu completo il foglio – come trovare le parole? – schizzò verso l’alto mentre un secondo volteggiava da sé nel rullo.
«Eccomi,» disse Croda. La voce era quella di un altro. «Non c’è differenza tra i piani. Il reale è fantastico. Il fantastico è reale. Solo la storia conta. Vedi

Alzai gli occhi ai vetri. Le tenebre avevano ceduto il posto a un etereo chiarore. In fondo al giardino, al cancello, c’era una persona. Alzò la destra in segno di saluto. Scosso, mi riconobbi all’arrivo nel gesto e nel volto. Ero io! Com’era possibile? Il tempo e lo spazio, frantumati nell’intelaiatura della finestra come in una tavola a fumetti, mi risucchiarono in vignette dissolventi.
C’era un giovane sottotenente appena divenuto ufficiale, Giovanni Drogo, assegnato a una misteriosa Fortezza nel deserto: la Bastiani. Partiva per affrontare il nemico più grande. Non la morte, bensì la paura di morire. C’era la distesa ordinata e dolorosa di 43 piccole bare che, come colombe, si sollevarono in cielo. Ospitavano i corpi degli esserini morti ad Albenga il 16 luglio 1947, quando l’imbarcazione che li portava in gita alla Gallinara s’inabissò. C’era l’architetto Antonio Dorigo che soffriva d’amore. Desiderava con le donne lo stesso rapporto di confidenza che aveva con gli amici ma, purtroppo, per lui le donne restavano enigmi insolubili. C’era un’onda possente come il fianco di una montagna. S’inarcava e s’abbatteva ininterrottamente dal 9 ottobre 1963, trascinando l’esistenza putrefatta degli abitanti della valle del Vajont. C’era Roberto Paudi, assessore in fuga dal Babau: un’entità color marmo nero, leggera e volubile come la nuvola d’un temporale. Era tornata a perseguitarlo dopo che le raffiche dei mitra di un plotone d’esecuzione l’avevano mandata gambe all’aria, con la pelle tesa del ventre rischiarata dalla luce della luna. Il maelstrom di storie evocava una tormenta d’anime in pena; calavano dalle creste dalla Gran Fermeda, là dove gli ultimi Re delle Favole si avviavano verso l’esilio; procedevano maestosi nel deserto del Kalahari, verso le nubi dell’eternità –

«Basta,» supplicò Croda. Il martellio dei tasti s’interruppe. Sul foglio restò una frase a metà, la finestra tornò nera e vuota. Mi ritrovai in ginocchio sulle assi del pavimento. Sentii Croda allontanare la sedia, urtare i pochi mobili, crollare sul sofà. La voce era di nuovo la sua: rotta, un sibilo. «Non ne posso più.»
Sentii schegge di legno sotto i palmi. Cercai di alzarmi. Rinunciai. Afferrai il bastone. «Non è che lei, per caso…? Non è che vuole aiutarmi a farla finire, questa storia?», sorrise Croda.
Mi voltai. Non c’era nessuno accanto a me. Né nella Villa, sotto la magnolia, oltre il vetro. E l’ombra della notte scendeva.

In Narrature

Derrman – parte seconda

di Barbara Scalco

“Cazzo!” getta un’ultima occhiata alla bestia, per poi retrocedere in
direzione della panda. Nel momento in cui la maniglia scatta sotto le sue dita, un’ombra corre veloce oltre la fiancata opposta. Il ragazzo entra in auto e intravede a terra la mole dell’animale, immobile e morente. Un urlo rimbomba fra le pareti di roccia; straziante e disumano. Bred ingrana la prima e accelera, le ruote stridono sul cemento; il bosco tace.
La notte seguente il cielo è coperto ma ha smesso di piovere. Le gocce tintinnano fra gli alberi, precipitano a terra a ogni folata di vento. Bred è alla Tessilbrotto, i fari della panda illuminano il bosco. La radio è spenta ma a parlare è il silenzio; racconta storie di fantasmi, leggende alle quali nemmeno i bambini danno più retta.
A un tratto gli manca l’aria e abbassa il finestrino, sospira. Avvinghia il termos dal sedile posteriore, svita il tappo e lo riempie fino all’orlo di caffè nero. Si bagna appena le labbra e impreca, scotta; poche gocce cadono sul cavallo dei pantaloni e lungo il sedile di stoffa grigia.
Lecca il caffè dalle dita bagnate cercando di bilanciare il termos, aperto, sul sedile passeggeri. Afferra il pacchetto di sigarette liberandolo dal nylon trasparente, ne sfila una direttamente con le labbra, l’accende. Inspira ed espira, come a una lezione di yoga.
Lo schianto improvviso di una lamiera sull’asfalto lo scuote come a contatto con un defibrillatore e decilitri di caffè bollente precipitano sui jeans.
“Cazzo cazzo cazzo” Bred combatte a stento il dolore stritolando il volante di pelle lucida.
A pochi metri dall’auto, il coperchio argentato del cassonetto gira su se stesso per qualche secondo, si ferma. Bred stringe le labbra fra i denti mentre l’ennesimo gatto zampetta, furtivo, dal bidone riverso a terra. Il felino rivolge uno sguardo ipnotizzato in direzione del bosco, per poi correre via.
Il ragazzo ne osserva la fuga mentre il panico gli strizza l’intestino; lo sguardo rivolto al fogliame scuro. Oltre i primi pini lo fissa immobile una sagoma nera dalle fattezze umane.
Alberi, cemento e nuvole si confondono fra loro; tutto il mondo sembra girare mentre Bred combatte contro i capogiri. Deve andarsene da lì ma i muscoli non rispondono.
La sagoma dista pochi metri dalla luce dei fari; non ne distingue il volto, sembra un uomo ma è troppo basso. Stringe qualcosa fra le mani.
Passano pochi attimi, secondi eterni durante i quali Bred non riesce a scollare lo sguardo dallo sconosciuto. Lo vede muoversi, ne è quasi certo e le dita corrono violente alla chiave d’accensione. Frizione, retromarcia, acceleratore; l’auto è colta alla sprovvista e sobbalza, Bred ingrana la prima e inforca il viale d’uscita.
Destra, sinistra, ancora destra. Vola lungo i tornanti e la ferita del giorno prima pulsa dolorante a ogni scossone. Odore di caffè risale dai tappetini luridi di fango e polvere. Getta un’occhiata al termos e lo vede rotolare, ritmicamente, da una parte all’altra del sedile passeggeri zuppo di liquido marrone.
Lo sguardo rimbalza dalla strada al bosco; ogni fusto assume forme diaboliche agli occhi spaventati del ragazzo. Lo stanno seguendo, potrebbe giurarci.
Oltre il tornante una sagoma fa capolino tra i pini; Bred la supera senza voltarsi, ne ignora il riflesso all’interno dello specchietto retrovisore. Si morde un labbro e un senso di nausea gli accarezza la bocca dello stomaco. Frizione, acceleratore, le marce schizzano su e giù. Altro tornante, la vede di nuovo e con essa tornano i capogiri.
“Chi sei!” l’urlo gli raschia la gola come carta vetrata.
Di fronte a lui si apre un bivio e Bred sa bene da che parte andare: sinistra, verso casa. Alza i fari pronto a svoltare ma la sagoma nera occupa ora il centro della carreggiata.
“No…” nella frazione di un secondo sterza il volante verso destra; le ruote posteriori tracciano scie nere sull’asfalto e l’auto si immette nella strada sbagliata.
“Un incubo, dev’essere un incubo” Bred si asciuga il sudore dalle labbra; le guance rigate da gocce salate, corruga la fronte e sospira, esausto. Un pensiero rimbalza nel cervello, adesca un’intuizione che corre alle mani e l’attimo dopo il ragazzo si ritrova fra le dita la pistola di servizio. A poche centinaia di metri si scolpisce, nella notte, un arco di pietra.
Frizione, terza, 60 chilometri orari. Frizione, quarta, 70 chilometri orari. 75, è questione di precisione. 80, come la matematica.
Una mano al freno a mano, l’altra al volante; l’arcata in pietra affonda per un attimo l’abitacolo nell’oscurità ed ecco di nuovo la strada. Dannata sagoma, dannato incubo.
Bred inchioda; quasi affoga nel suo stesso sudore, immerso nell’odore pregnante di caffè e terrore allo stato gassoso. La pistola inchiodata fra dita ghiacciate e biancastre.
“Basta.” Bred ingoia un grumo di saliva, studia il profilo nero al centro della carreggiata: ha gambe unite e braccia penzoloni, la mano destra impugna un oggetto, forse un’arma.
Poco distante il guard rail è come l’ha lasciato la notte precedente: aghi di pino e rami spezzati ricoprono l’asfalto ma, del cervo, nessuna traccia.
Bred sussurra parole di rabbia, invoca una divinità qualsiasi per trovare il coraggio di uscire allo scoperto. L’indice avvia le quattro frecce per poi aggrapparsi alla maniglia; nell’altra mano, la pistola è pronta a sparare. Legittima difesa.
Uscito dall’auto Bred si sente preso in giro, avanza trattenendo il fiato ma lo sconosciuto non si muove.
“Chi sei?” la voce esce stridula e tremante; sillabe strozzate all’altezza della gola. La lingua, patinata, si incolla al palato.
Nessuna risposta; Bred avanza, il braccio nascosto dietro la schiena e le spalle dolenti, in allerta. Silenzio.
“Che cosa vuoi? Rispondi!”
Una raffica di vento rincorre la vallata; Bred ha un tremito e piccoli vortici di foglie danno avvio a un frenetico danzare.
Lui avanza e, poco alla volta, distingue i tratti dello sconosciuto: pelle olivastra e labbra sottili. Quella che Bred si trova di fronte è una ragazza, quasi una bambina.
La mente si affolla di sensazioni contrastanti; è confuso ma l’ossigeno ritrova la strada verso cervello e polmoni. Nota il viso della sconosciuta teso in una smorfia di dolore, la vede stringere fra i denti il labbro inferiore. Lungo la fronte sono incise piccole rughe, abbassa lo sguardo verso il terreno.
Bred riconosce delle macchie rossastre tingerle l’abito; anche le braccia sono sporche ed è scalza, i piedi incrostati di fango verdastro. Fra le mani ha un corno mozzato. Il viso del ragazzo impallidisce.
“Dimmi chi sei!” lui urla, lei tace.
Ha lo sguardo incollato al suolo e una lacrima le riga una guancia, infine solleva il capo. Ha occhi neri, neri come dev’essere nero l’inferno. Le labbra si schiudono.
“Non hai fatto nulla” la sua voce esce in un sussurro ma Bred non fatica a sentirla.
Gli si avvicina lentamente; il corpo teso in avanti, esile ma forte.
“Perché non hai fatto nulla?” il tono è grave, troppo profondo per una ragazzina, carico di rabbia.
Lei avanza, lui indietreggia; instabile. “Di cosa stai parlan…”
“L’hai lasciato morire.”
“Non è vero… Io…”
“L’hai lasciato morire!”
L’urlo improvviso percuote Bred che per poco non cade a terra. Si guarda attorno e sente la testa girare, blocca a stento un conato.
“Tu.” Lei avanza di un passo. “Hai ucciso.” Altro passo. “Mio padre.”
All’improvviso si ferma, stringe il corpo fra le braccia per ripararsi dal freddo. Dalla bocca, semiaperta, escono piccoli sbuffi di alito caldo; trema, lasciandosi andare al dolore di un pianto disperato.
Bred è confuso, spiazzato di fronte all’incubo più reale che riesca a ricordare.
“Ammettilo.” Occhi ancora rivolti al terreno, denti digrignati e corno stretto all’altezza del cuore.“Ammettilo!”
Bred esita. Pochi secondi in cui il tempo sembra fermarsi.
“Io non l’ho ucciso.”
Lei scuote la testa, delusa. Un senso di morte e rimpianto lo penetrano nell’anima. Deve fuggire.
“È tutta colpa tua.”

In Narrature

Deerman – parte prima

di Barbara Scalco

2:10 del mattino, sabato. Bred odia i turni del fine settimana, abbassa lo schienale sgualcito della panda bianca abbandonandosi alla noia. La radio spara nell’abitacolo una canzone dei Queen mentre Bred tracanna un lungo sorso dalla lattina di Cola e allunga il braccio nello sforzo di cambiare stazione. Vano tentativo, le casse gracchiano accavallando voci meccaniche e stonate. Dannate colline. Ecco un nuovo appunto mentale: procurarsi una chiavetta USB. Malgrado sia ormai autunno l’aria è calda e il ragazzo fatica a mantenersi sveglio. Spalanca la portiera e un acuto di Freddy Mercury si diffonde per la vallata, solenne. Sfila il cellulare dal taschino della divisa, due nuovi messaggi, un’immagine. Dopo qualche secondo la foto di cinque ventiquattrenni riempie lo schermo: sono seduti a un tavolo circolare e tengono alzati in aria dei grandi bicchieri pieni di ghiaccio e liquido trasparente, Gin tonic. Un labbro si alza ma più che un sorriso sembra una smorfia che scompare dopo pochi secondi. Blocca lo schermo, ripone il cellulare e rivolge lo sguardo allo spiazzo desolato della Tessilbrotto s.r.l. Pochi neon equidistanti illuminano le mura dell’enorme capannone, l’intonaco è scrostato in più punti e anche i portoni avrebbero bisogno di qualche restauro. Bred non capisce perché il titolare abbia pagato tanto per un servizio di vigilanza notturna. Credeva che la fabbrica avesse fallito da tempo, invece eccolo qua. Sospira, si getta in gola le ultime gocce di Cola e prende la mira verso il bidone della spazzatura a una decina di metri dall’auto. Il lancio non è buono e la lattina rimbalza sull’asfalto con un tonfo metallico. Un gatto sbuca da un angolo chissà dove; è spaventato e anche il ragazzo ha un leggero sobbalzo, li odia i gatti. Rotea una delle leve accanto al volante e due fari abbaglianti penetrano la distesa di pini che delimita il piazzale; il gatto si blocca e con occhi fluorescenti fissa per pochi secondi l’abitacolo. Altri due colpi di luce e il torace del felino si abbassa, le zampe tese in posizione d’allerta, quindi, corre verso il bosco e scompare. I gatti gli mettono la pelle d’oca. Alla radio è iniziata la campagna di Mr. Planet, questo significa che sono le 2:30 e la vescica chiama. Abbassa il volume al minimo e sfila una Camel dal pacchetto nuovo scendendo dall’auto. Sapori di catrame e tabacco penetrano le papille gustative mentre un fiume di nicotina aderisce alle pareti dei polmoni. Bred raggiunge le mura e allenta la zip dei pantaloni tenendo la sigaretta stretta fra le labbra, una nuvola di fumo raggiunge gli occhi, li pizzica. Alle sue spalle un rumore di foglie, si volta ma non c’è nessuno, forse il vento, silenzio. La concentrazione torna allo stimolo di urinare. Di nuovo, più chiaro, un rumore di rami spezzati. Il ragazzo richiude in fretta la zip portando una mano alla pistola allacciata alla cintura. “Chi è?” non che si aspetti una risposta. Il bosco tace ma sembra osservarlo, studiarne le reazioni per poi prenderlo in giro. Vede qualcosa, si muove, una pioggia di foglie sfila nell’aria nascondendogli la visuale. Un passo ancora… non può essere il vento. I neon del capannone illuminano solo i primi metri di boscaglia oltre i quali tutto è confuso. All’ennesimo gracchiare di foglie Bred non ha più dubbi. Estrae dalla fondina la pistola puntandola in direzione degli alberi a gambe divaricate, come nei film. Nulla, il bosco risponde alla minaccia passando il turno in attesa della prossima mossa; al contrario, il ragazzo non ha voglia di giocare e un rivolo di sudore gli bagna la fronte mentre il taschino della divisa inizia a vibrare. Suona a ritmo cadenzato, la pistola scivola fra le dita mentre Bred sfila a fatica il telefono e la sigaretta finisce a terra. Lo sguardo fisso in direzione del bosco. Ancora uno squillo. “Pronto?!” un’ombra marrone compare, si muove, scompare. “Bred, devi andare alla fabbrica dei Zambon. C’è un furgone senza targa.” “Ok, ora vado.” La linea cade assieme ai nervi del ragazzo, il quale, rilassa il braccio teso e ripone la pistola. Il cellulare ancora stretto fra le mani. Spegne il mozzicone con le dita; lo lancia lontano, tra rami e aghi di pino. “Dannati gatti”. Frizione, acceleratore, ingrana la quarta e vola nel circuito di secchi tornanti che portano alla fabbrica Zambon. Pozze di pioggia ricoprono l’asfalto e a ogni curva l’auto slitta, perde aderenza. Il ragazzo gira la rotella del volume e un classico dei Red Hot invade l’abitacolo. Sovrasta la suoneria che ora quasi non si sente. Al bivio svolta a destra, doppia curva verso sinistra, un tornante più secco degli altri costringe Bred a improvvisare un testa coda degno di una gara di rally. Sulla bocca si disegna una smorfia di autocompiacimento. Eccolo, il passaggio che preferisce; comincia la discesa e il suo piede preme sull’acceleratore. 60, 70, tiene sott’occhio i chilometri orari. 75, è questione di precisione, 80. Lungo la strada si disegna il profilo di un arco scavato nella roccia. Una mano avvinghia il freno a mano, l’auto slitta sfiorando il guard rail di pochi centimetri. Mentre una goccia di sudore si schianta sul volante, la vecchia panda inforca lo stretto passaggio di pietra. Bred urla di gioia, adrenalina pura manda in cortocircuito ogni stimolo nervoso. All’improvviso un’ombra nera sbuca dagli alberi precipitando in strada, si muove. Il cuore del ragazzo si ferma, il sorriso scompare, l’auto è veloce, troppo. Bred inchioda, i freni scappano da sotto i piedi e uno stridio acuto rimbomba tra le colline. Sotto la luce dei fari anche l’ombra diventa più chiara. Grandi occhi gialli penetrano l’abitacolo in pochi secondi, uno schianto e infine, l’atteso silenzio. La sensazione è quella di una lama che perfora il cervello. Bred apre gli occhi e qualche attimo dopo riesce a mettere a fuoco il volante. Ok, è ancora vivo. Una stretta linea rossastra colora il finestrino, sembra acquerello. Porta una mano alla testa e qualcosa di umido si appiccica alle dita dichiarando che non si tratta di colore. Attiva le quattro frecce ed esce dall’auto, aria fresca e pioggia lo aiutano a schiarirsi le idee. Il lato destro della panda è un disastro: lunghi solchi e strisce di vernice scrostata confermano l’impatto. Il ragazzo impreca, pensando all’ennesimo stipendio andato. Un urlo profondo e gutturale attira la sua attenzione verso il corpo di una creatura ricoperta di fango e foglie, è un cervo. Alla luce lampeggiante delle quattro frecce l’animale compare e scompare; Bred si avvicina cauto, terrorizzato all’idea che la bestia possa aggredirlo da un momento all’altro. Gocce di pioggia gli graffano il viso accompagnando i lamenti del cervo, acuti e strazianti. Ora può sentirne il respiro, affaticato, quasi stentato. Una ferita incide per intero il fianco destro; sanguina ma, vista la mole del corpo, non sembra grave. A ipnotizzare il ragazzo sono i palchi: immensi e robusti, grossi alla base del cranio e ramificati verso l’alto, fino a formare una decina di piccole punte affilate. Uno di essi è mozzo e il frammento mancante è proprio ai suoi piedi. Si china, lo afferra rigirandosi la superficie ruvida e pelosa fra le mani. All’improvviso il cervo inizia a dimenarsi, le zampe scalciano mentre urla gutturali attraversano il cranio ancora dolente del ragazzo; Bred si copre le orecchie lasciando cadere a terra il palco mozzato. Al contatto con il suolo produce un suono sordo, come un giocattolo rotto. L’animale smette di urlare, Bred schiude le palpebre e il suo sguardo incrocia due enormi occhi gialli, carichi d’odio e rancore. Trattiene il fiato e un brivido scorre lungo la spina dorsale mentre il cellulare ricomincia a vibrare. Bred scatta nervoso sul posto, le narici riprendono aria e nel giro di un secondo risponde alla chiamata. “Pronto?!” “Lascia perdere Bred, falso allarme, torna al tuo giro.” La linea cade, al contrario dei nervi del ragazzo che, questa volta, schizzano alle stelle.

In La Seconda Repubblica delle Lettere

Elena Ferrante in “L’amica geniale”: aspetti sociolinguistici nel passaggio tra romanzo e narrazione televisiva

di Annasara Bucci

Le vicende che nascono dalla narrazione dell’infanzia di Lila e Lenù non sono una tenera celebrazione della fanciullezza. Come nel caso di Elena Ferrante (o chi per lei), lo scrittore che ha deciso di raccontare la durezza delle cose non patisce mezzi termini nell’affidare alle vicende il compito di muovere la realtà, poi alla parola il compito di dipingerle: sono candidi occhi di bambine quelli che permettono al lettore di osservare la realtà narrata, ed il contrasto che tale occhio osservatore crea sullo sfondo della narrazione (fatta di cose terribili) non è una collisione straniante, bensì un collante che tiene uniti i passaggi tra l’infanzia e l’adolescenza insieme al lento rassegnarsi delle due piccole protagoniste all’inevitabile partecipazione alla rete della vita, al duro allenamento alle regole del gioco.

Il lettore le osserva muoversi di pari passo ai loro sguardi sulle cose, e così profondamente simili e diverse lasciano che anche il romanzo vesta i suoi primi abiti, come loro indossano i primi grembiuli di scuola. Le si osserva studiare, scambiarsi le bambole, assistere alle violenze domestiche e sociali del rione, persino subirle, qualche volta; le si osserva registrare gli eventi come piccole videocamere silenziose intente a riflettere e capire, superare le prime difficoltà, provando a sbrogliare -dapprima bambine e poi giovani donne- la matassa ingarbugliata di un mondo ai loro occhi ancora poco comprensibile.

Raffaella Cerullo ed Elena Greco sono due soggetti narrativi che nutrono e si lasciano nutrire dal motore di un romanzo sociale che affresca lo stato delle vicende di un’epoca in un preciso contesto territoriale, quello di un rione della Napoli degli anni ’50 in lenta riemersione dalla guerra.

Una Napoli presente attraverso le descrizioni dei luoghi delle protagoniste: affamata, sporca e desolata tra le strade del rione, brulicante e viva tra le strade principali del un grande ventre; ma, soprattutto, una Napoli presente attraverso la sua stessa essenza, la potenza della parola.

Quando parliamo della lingua del territorio napoletano dobbiamo fermarci a riflettere su un dato importante: questo dialetto, come molti dei nostri dialetti meridionali, sussiste come lingua-linguaggio: è una parlata ‘drammatica’, nel senso che l’intelligenza sostanziale della lingua si esprime non solo nella sfera della semantica ma soprattutto nella sfera del corpo, cioè del gesto. Affinchè la si comprenda interamente non solo bisogna conoscere tutto l’insieme dei suoi codici, bisogna più che altro essere capaci di avvertire i suoi sentimenti. È in ragione di ciò che quando si parla di ‘napoletanità’ ci si riferisce a tutto l’insieme dei sentimenti della cultura napoletana, di cui la lingua è parte integrata, assolutamente necessaria per comprendere i linguaggi in cui tale cultura si esprime. Stiamo parlando di una lingua di peculiare potenza espressiva in cui la comunicazione avviene per immagini, differenze di toni e accompagnamento di gesti ed espressioni: a pieno titolo, una lingua espressionista.

All’interno del romanzo, l’autrice sceglie di non utilizzare il dialetto in modo sistematico come lingua dei dialoghi: è un utilizzo silente, un impiego per singole espressioni, esclamazioni o utilizzo di soprannomi, molto spesso il dialetto è il mezzo espressivo dell’insulto volgare o reazioni sanguigne dei personaggi. Quando il dialetto interviene in modo più esteso durante il discorso è la scrittrice stessa a segnalarlo, riportando però il discorso in Italiano:

Andammo via mentre sentivo Lila che diceva indignata a Enzo, in dialetto strettissimo: «M’ha toccata, hai visto? A me, chillu strunz. Meno male che non c’era Rino. Se lo fa un’altra volta è morto». (Ferrante, 2018).

Come quasi sempre succede con i riadattamenti cinematografici, la storia del romanzo soffre qualche perdita dovuta al cambio dei linguaggi, alle scelte della regia o agli elementi della sceneggiatura, alla pluralità degli interventi necessari al passaggio tra narrazione del romanzo e narrazione destinata allo schermo. Nel caso della trasposizione cinematografica della quadrilogia, sin dalla prima serie è stata fatta una scelta di sceneggiatura coraggiosa e impegnativa, quella di trasporre gran parte dei dialoghi dall’italiano al dialetto. A beneficiarne è indubbiamente la potenza espressiva dell’intera vicenda narrata attraverso le voci degli attori che padroneggiano lingua, toni ed espressività in maniera pregevole e rispettosa degli elementi narrativi interni al romanzo.

Proprio qui, però, un problema: la presenza (inevitabile) sullo schermo dei sottotitoli che rendono i dialoghi in italiano corrente, come è successo anche con altre serie (si veda l’esempio di Gomorra o del più recente Strappare lungo i bordi).

Anche qui una riflessione: siamo un paese che possiede una particolare storia della lingua, i cui dialetti regionali erano a tutti gli effetti una pluralità di italiani parlati in ambito regionale da tutti gli strati della popolazione e a tuti i livelli della comunicazione, ufficialmente fino al momento dell’unità nazionale. La storia del nostro Italiano standard è recentissima ed i dialetti si mantengono ancora come parlate territoriali abbastanza caratterizzanti da non permetterne all’insieme dei parlanti del territorio italiano la piena comprensione.

In Lombardia abbiamo bisogno dei sottotitoli per comprendere il parlante del dialetto napoletano, in Friuli per comprendere il parlante del dialetto romano e viceversa, e così via lungo tutta la penisola.

Ora, il problema del sottotitolo osservato dal parlante che ignora un dialetto differente dal suo come fosse una lingua forestiera è che, pur traducendo in italiano corrente il contenuto del dialogo, non riuscirà a trasporre la totalità dei significati che quella lingua (soprattutto nel caso di un dialetto così espressivo come il napoletano) ha intenzione di veicolare. La perdita percettiva dell’ascoltatore è nelle sfumature di significati veicolate da toni, inflessioni, scelte di termini specifici, una perdita importante che riguarda il sentimento stesso dei contenuti che l’Italiano standard non riuscirà mai a tradurre o a colmare con la sua trasposizione.

Un risultato ancora peggiore si ottiene cercando di italianizzare per intero le espressioni dialettali, denaturando su più i livelli la correttezza dell’Italiano e sfibrando il dialetto nella sua peculiarità espressiva alla stessa maniera di Lenù, quando poco più che adolescente muove i suoi primi passi nella grammatica italiana soffrendo il passaggio dall’utilizzo sistematico del dialetto a quello dell’Italiano scolastico:

Mi resi subito conto che parlavo un italiano libresco che a volte sfiorava il ridicolo, specialmente quando, nel bel mezzo di un periodo fin troppo curato, mi mancava una parola e riempivo il vuoto italianizzando un vocabolo dialettale (Ferrante, cit.)

In un romanzo così intriso di napoletanità, viene spontaneo chiedersi quale romanzo leggano i connazionali del parlante napoletano che di napoletanità non è intriso, e quale il cittadino francese, inglese o spagnolo, (giacché il romanzo vanta una traduzione in circa 40 lingue) che conoscono la cultura napoletana soltanto come un mito tutto italiano. E noi, come avremmo letto la storia di Elena Ferrante se fosse nata in un contesto diverso da quello napoletano? L’avremmo letta come un romanzo di ottime potenzialità, indubbiamente. Ma orfano del suo terzo protagonista principale: orfano di una forma peculiare di sentimento della parola.

In Narrature

La spilla

di Anna Chiari

Le campane della chiesa di St. Clement suonavano le sei sopra i tetti azzurro polvere della vecchia Oxford. Era Aprile inoltrato. Gli odori freschi della primavera inglese salivano dai prati intorno ai college e si insinuavano nelle anguste stradine gremite agli angoli dai chiassosi avventori dei pub, affollati nel tardo pomeriggio. La luce ancora tiepida si dipingeva sui palazzi color crosta di pane rifrangendosi nell’aria tutt’attorno.

Le giornate erano più lunghe, pensò, smontando dalla sua Mark 2, chiudendo nervoso lo sportello dietro di sé. Due studenti in bicicletta lo scansarono veloci, ridendo tra loro, mentre attraversava la strada. Si sarebbe gustato una buona pinta, si disse, entrando nel pub The Wolf’s Head, già a quell’ora piuttosto pieno di gente. Il semestre stava volgendo al termine e dentro molti accademici e studenti assaporavano la certezza di un prossimo periodo di libertà. Paludati nelle ampie toghe nere, quasi a volersi distinguere, somigliavano ai dottori della peste del settecento veneziano. Mancava loro solo la maschera a becco lungo, dentro la quale non avrebbero però sentito l’aroma della birra e dello scotch.

Pensò a quanto dovesse apparire fuori luogo, con quei suoi abiti scuri, l’impermeabile lungo e il volto tirato. Non si faceva illusioni sul suo aspetto, mala cosa non gli dispiaceva. Non provava alcun desiderio di unirsi a loro. Una volta l’aveva assaporata quella vita, una volta era stato uno di loro… ma che stava dicendo?! Non era  mai stato uno di loro, forse proprio per questo aveva lasciato, a un passo dalla laurea. Con un sorriso amaro pensò fosse quella la sua condanna: restare  un eterno escluso, costretto a osservare sempre dal di fuori e  notare sempre, sì sempre, quei piccoli dettagli che agli altri sfuggono. Gli venne in mente come lo aveva definito quella ragazzina, un uomo dagli occhi di luna, qualcuno che, secondo un antico mito cherokee, è cieco alla luce del giorno, ma è in grado di vedere chiaramente nell’oscurità. Forse era davvero così. Egli piaceva, sì, gli piaceva. Era bravo in quel che faceva e, per quanto ne provasse un certo disgusto, non avrebbe potuto fare nient’altro nella sua vita.

Si avvicinò al bancone e chiese la solita lager, scura, torbida… non si era mai soffermato su quel colore, ma si accorse che si abbinava perfettamente alla sua vita. La giovane barista gli sorrise mentre lo serviva e gli chiese cortesemente come andava. “Come sempre”, fu la sua risposta elusiva. Le sorrise, quasi per scusarsi, mentre afferrava l’Oxford Mail e si metteva seduto, aprendolo, come suo solito, alla pagina dei cruciverba per ingannare l’attesa.

Dalla tasca estrasse carta e penna e cominciò a scrivere, un elenco, una serie di ipotesi, di possibilità. Lo avrebbe aiutato quel suo senso logico, l’analisi fredda, quelle sue capacità che lo avevano reso un buon poliziotto. Anche gli altri, i colleghi, lo dicevano, a volte a denti stretti, bisbigliando tra loro.

Erano anni che non tornava a Oxford, da quando si era arruolato con i Royal Corps e aveva lasciato gli studi. La sua era stata una decisione improvvisa, frutto di un impulso a cui lui stesso non aveva saputo dare un senso preciso. Era sempre stato primo del suo corso, aveva ottimi risultati in metrica latina e letteratura inglese, eppure sentiva che qualcosa di quell’ambiente fatto di privilegi e ineguaglianze non gli apparteneva. Se avesse continuato sarebbe sicuramente divenuto un accademico, tutti lo sapevano. Poteva quasi immaginare quella vita, vederla da fuori, distinguerne la divisione in atti, l’inevitabile colpo di scena a metà del secondo e la distensione del terzo, ne conosceva i toni drammatici e le note pacate alla fine. Una cattedra, una toga, poi una moglie, quella moglie, e eventualmente dei figli, una rappresentazione piccolo borghese di gustosa e piacevole esecuzione.

Amava l’opera, Puccini in particolare, ma solo a teatro gli piacevasospendere la sua incredulità. Nella vita di tutti i giorni preferiva restare vigile, stimolato, come quando si metteva a fare i cruciverba. Era così che voleva vivere, lettera dopo lettera, rompicapo dopo rompicapo, senza sapere dove lo avrebbe portato il prossimo enigma.Voleva esercitare il suo ingegno, non sprecarlo sulle pagine ingiallite di libri che ormai avevano esaurito tutti i loro più profondisignificati.Qualcos’altro lo aveva richiamato, qualcosa di oscuro,di nascosto che non avrebbe trovato tra i banchidi legno antico dell’università. Gli piaceva fingere, almeno con se stesso, di essere al di sopra di quello per cui gli altri lottavano, quelle velleità, le piccole emeschine ambizioni, le passioni esasperate che assalgono la natura umana e  portano a farsi fuori l’un l’altro. Lo aveva visto fin troppe volte.Fin troppe volte aveva visto la morte in faccia, l’accanimento estremo nel ferire l’altro, la brutalità rimasta impressa negli occhi sbarrati delle vittime come immagini sulla pellicola.

Non poteva sopportare la vista dei corpi massacrati, la violenza trovava una sua giustificazione solo nella finzione,  sul palcoscenico, stemperata dalle grandi passioni e dal bel canto degli interpreti.Nella vita reale restavasolo un abominio che doveva ripulire, cancellare, fin dove gli sarebbe stato possibile. Forse per questo gli piaceva il ruolo di spettatore, nelle strade come all’opera. Non voleva mischiarsi a quei drammi, gli piacevano solo purificati nell’arte o riflessi negli occhi degli altri.

Così se n’era andato. Era scappato, forse?Anche da lei? Per anni se lo era ripetuto, no, non era così. Ma restava ancora qualcosa di insoluto, qualcosa che  la sua mente lucida non era riuscita ad afferrare, un enigma non ancora  risolto. Quindi era tornato. Non per lei, si diceva. Lo aveva detto a suo padre, a letto morente, quando ormai a tratti delirante parlava solo di corse, cavalli e puntate. Gliel’aveva detto, lui non era il tipo da commettere due volte gli stessi errori. Se lo era ripetuto per tutti quegli anni, ma restava quell’immagine che lo inseguiva, che non riusciva a scacciare, lei, il biondo scuro di quei capelli, quell’aureola che le circondava il viso, illuminato dalla luce naturale dalla finestra impolverata. Lo aveva riconosciutoimmediatamente quel colore,la sera prima. Spiccava tra tutti quelli ammassati nella stanza.

Era difficile non notarla,in quelle aule cupe, tra quelle vecchie boiseries, tutti scuri nelle toghe nere. La testa di capelli, quella figura slanciata, la voce a tratti squillante,chiunque l’avrebbe notata. In particolare in quell’ occasione. Stavano commemorando un morto, con quello stile dignitoso e un po’ distaccato tipico delle cerimonie formali.

Il Professor Bradbury era morto. Caduto rovinosamente dalla scala grande del college il suo cuore si era fermato. Di colpo, a quanto pareva. Ovviamente c’era stata un’inchiesta, una formalità necessaria in quei casi. Lui si era offerto di aiutare. Conosceva il Professor Bradbury, era stato il suo insegnante per il breve periodo trascorso a Oxford, quando era solo un allievo magro e silenzioso e, a detta del Professore, promettente. Un tipo particolare il Professore, riservato, schivo, molto preparato nella sua materia, sapeva rispondere con acume a tutte domande degli allievi.

Era scapolo eancora piuttosto attraente. Non poche ragazze del suo corso gli facevano gli occhi languidi, se lo ricordava bene. Ma lei no. Lei non si curava di nessuno, passava disinvolta per i corridoi, lo sguardo lontano, che la rendevaancora più intrigante. Un enigma. Era un semplice atteggiamento o un tratto autentico del suo carattere? Fu così che cominciarono a frequentarsi, di nascosto, a dispetto delle alte aspirazioni della famiglia di lei. Quello era stato forse il periodo più spensierato della sua vita, qualcosache non si era mai più ripetuto. Ma i loro incontri segreti furono  presto sostituiti da lunghi silenzi e assenze prolungate. Lei divenne più sfuggente, riservata. Passava sempre più tempo nell’ufficio del Professor Bradbury in incontri sempre più lunghi a discutere di un possibile dottorato. Le cose cambiarono, lentamente, inesorabilmente.

Ora Bradbury era morto, a seguito di quella rovinosa caduta, senza grossi traumi, solo il cuore si era fermato. La polizia aveva già archiviato il caso, niente suggeriva qualcosa di sospetto. Poteva capitare, si disse, era già successo che a seguito di una brutta caduta qualcuno avesse avuto un arresto cardiaco. Certo da una scala si poteva sempre cadere, in un modo o nell’altro, le scale erano sempre insidiose. Eppure qualcosa non lo convinceva. Un ricordo, uno strano presentimentosi era affacciato. Per questo era tornato al college un paio di giorni prima.

Era entrato, verso sera, quando ancora ci si vedeva senza luci accese per osservare attentamente quella scala. L’aveva risalita più volte e più volte l’aveva discesa, a passi regolari. Non era una scala particolarmente ripida, o pericolosa, questo gli parve al primo esame. Aveva anche accelerato il passo, salendo e scendendo. Niente di particolare.Aveva guardato attentamente sotto la scala, nelle fessure tra le assi, negli gli incavi sotto gli scalini. Niente, davvero niente. Aveva provato per scrupolo a infilare la mano, sempre sotto, tra un interstizio e l’altro e, dietro una piccola rientranza, una parte nascosta di cornice che sporgeva appena,aveva sentito qualcosa, appoggiato di taglio.Si era ritrovato nel palmo della mano una spilla, non troppo grande, di pietre dure,agate e granate, di fattura ottocentesca, vittoriana.

Niente di strano, aveva pensato, piccoli oggetti possono sparire e intanarsi un po’ dappertutto. La riguardò bene, da vicino, a poca distanza dai suoi occhi. L’ago richiuso nella sua sicurezza teneva ancora un pezzodi tessuto, non tanto piccolo, di color verde, piuttosto scuro, rimastopreso nella sua anima d’argento.Sembrava che la spilla fosse stata strappata dal vestito con forza.

Quella spilla. Gli era sembratodi averla già vista, ma non ne aveva la certezza. Eppure quello stile, le pietre dure, semi preziose, incastonate in quel modo particolare a ricreare uno stemma gli ricordavano qualcosa. Non era un oggetto da poco e chiunque l’avesse persa doveva averne notata la mancanza, sicuramente la stava cercando, con ansia, se sapeva che poteva ricollegarlo a quel fatto. Gli riaffiorava un ricordo. Un ricordo di quegli anni. Lei, i capelli biondi  sciolti su un vestito verde scuro e quella spilla. Continuava ad allontanare quell’immagine, con la speranza che fosse solo quello, un’immagine e niente più.

 Lei  sembrava nervosa quando si erano rivisti, continuava a passarsi le dita affusolate tra i capelli, irrequieta. Sapeva che lui era nella polizia, aveva forse maggiori informazioni su quella morte improvvisa? Bradbury era il suo tutor, tutta la faccenda l’aveva alquanto scossa. Era naturale. Lui voleva a tutti i costi andare a fondo della cosa. Così aveva lanciato un’esca, le aveva telefonato mascherando la sua voce.Se voleva riavere la spilla, avrebbe dovuto  pagare una giusta cifra.L’appuntamento sarebbe stato al pub, il giorno dopo, alle otto. Lui avrebbe aspettato fino alle otto, poi se ne sarebbe andato.

La porta continuava ad aprirsi,entravano gli impiegati dalla faccia pallida che si erano scrollati di dosso quella giornata di lavoro, i soliti affezionati che salutavano tutti, le ragazze agghindate che, due alla volta, lanciavano occhiate ammiccanti ai giovani seduti in gruppo, stretti attorno a quei tavoli. Niente di strano, niente di diversoda una normale serata al pub. Sperava che quella porta non venisse aperta alle otto, non per fare entrare una testa di capelli biondo scuro. Guardava l’orologio grande dietro il bancone. Le otto meno un quarto. Cercò di distrarsi tornando al suo cruciverba, ma continuava a tratti a spiare la porta massiccia. Le otto meno cinque.Le otto, altri avventori entrarono, più d’uno, nessuno per fortuna coi capelli biondi. Le otto e un quarto, poi le otto e venticinque. Con un sorriso andò a prendere un’altra birra. Si sedette e alzò lo sguardo. La porta si stava aprendo, proprio in quell’attimo.Rimase immobile, fermo a guardare quel vestito elegante un po’ lungo e quella testa di capelli biondo scuro.