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Audiolibri: i pro e i contro di questo nuovo modo di fruire la lettura

di Ilaria Orzo

Come abbiamo già potuto vedere, gli audiolibri sono ormai più che diffusi. Nonostante questo, non tutti sono ancora realmente convinti che utilizzarli possa essere vantaggioso. Infatti, sebbene siano sempre di più i lettori che si affidano a piattaforme come Storytell e Audible, per citare le più famose, sono tanti anche quelli che continuano ad accostarsi a questa modalità di lettura con diffidenza e, talvolta, ostilità.

Da che parte sta la ragione? Ovviamente, non può esistere una risposta valida in termini assoluti: le esperienze di lettura sono assolutamente personali e individuali. Possiamo, però, provare a individuare i pro e i contro della “lettura ascoltata” per avere un quadro generale più completo e capire se può fare al caso nostro o no.

Indubbiamente, i vantaggi che si traggono dall’audiolettura sono numerosi e molto significativi.

Per prima cosa, sfruttare gli audiolibri significa ottenere un notevole risparmio da due punti di vista: lo spazio e il denaro. Materialmente parlando, gli audiolibri non sono voluminosi, tutto ciò che occupano è una parte di memoria dello smartphone o tablet, su cui è necessario scaricare l’applicazione associata alla piattaforma. Dunque, non si corre il rischio di ritrovarsi sepolti in casa a furia di comprare libri; siate onesti: sebbene il sogno di tutti i più accaniti lettori sia quello di avere una casa che ricordi anche solo vagamente quella di Umberto Eco, la realtà può essere ben diversa. Ma anche dal punto di vista economico il risparmio è palese: un abbonamento mensile ad una piattaforma per audiolibri ha, in media, il costo di un libro cartaceo in versione economica. Allo stesso prezzo, quindi, si potrà accedere ad un numero infinitamente superiore di titoli: non male.

Ma non è tutto. Gli audiolibri consentono di leggere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, come si fa quando si ascolta la radio o un album musicale: che ci si trovi a letto, ai fornelli, in auto, sull’autobus, al parco o sotto la doccia, non è importante. Questo punto a favore convince soprattutto i pendolari e coloro che, per un motivo o per un altro, non riescono a fermarsi se non alla fine della giornata, quando ormai sono troppo stanchi per leggere e possono dire addio ai libri abbandonati per mesi e mesi sul comodino prima di essere conclusi.

C’è poi un vantaggio assai pratico. Quando si hanno uno spazio limitato a disposizione e un portafoglio con cui dover fare i conti, si è costretti a scegliere quali volumi acquistare e quali no. Potendo accedere a una libreria virtuale molto vasta e potendolo fare ad un costo fisso, invece, ci si può concedere di ascoltare anche quei libri che sappiamo destinati a non stravolgere i nostri interessi e non avranno un posto speciale nel nostro cuore, ma che comunque suscitano la nostra curiosità: l’abbonamento è comunque pagato, tanto vale approfittarne.

L’ultimo vantaggio che abbiamo individuato, invece, colpirà sicuramente i lettori più romantici e sognatori. Se è vero che c’è un libro giusto per ogni umore e ogni situazione, infatti, è anche vero che non è possibile avere la propria libreria fisicamente sempre con sé e, quindi, ci sono delle situazioni in cui la lettura da fare potrebbe rivelarsi obbligata e, per questo, poco piacevole e partecipata. Pensiamo, ad esempio, ad un viaggio: la scelta delle letture da portare con sé viene fatta con anticipo, ma chi ci assicura che i libri che al momento del fare la valigia ci sembrano interessanti e adatti siano gli stessi che vorremo leggere anche una volta giunti a destinazione? Certo, si può sempre correre ai ripari provando a raggiungere una libreria e comprando qualcosa di nuovo, ma non è detto che questo sia possibile. Sfruttando gli audiolibri, invece, il problema non si pone: basterà sfogliare il catalogo e scegliere la lettura che ispira il momento, senza neanche il rammarico di aver occupato invano spazio in valigia.

Insomma, i punti a favore sono davvero tanti e tutti molto importanti. Ma, se qualcuno non è ancora del tutto convinto, un motivo forse c’è. Anzi, più di un motivo.

I primi “contro” individuati sono di carattere pratico. Innanzitutto, bisogna tenere conto del fatto che il telefonino e il tablet possono scaricarsi in qualsiasi momento, e non è detto che si sia nelle condizioni di poter ricaricare il dispositivo; in quel caso, si dovrebbe forzatamente interrompere la lettura in ascolto, magari proprio sul più bello. Un libro cartaceo, invece, è sempre pronto all’uso.

Inoltre, mentre con un volume tra le mani è semplice ritrovare l’eventuale segno perso o una frase che ha colpito particolarmente, con un audiolibro è un qualcosa di meno immediato; non impossibile, certo, ma meno immediato. Anche rimandando indietro l’audio, infatti, ci potrebbe volere un po’ di tempo prima di individuare il punto esatto che si sta cercando: questo significa che la soglia dell’attenzione durante l’ascolto deve essere sempre alta.

Le altre perplessità, invece, sono più “romantiche” e legate al valore che l’esperienza della lettura ha per ciascun individuo.

Un audiolibro non permette di sottolineare le citazioni più belle e i passaggi che si ritengono più significativi. Tra i lettori, quella della sottolineatura è una pratica molto comune e spontanea, l’espressione di un legame con il libro che si ha tra le mani e del processo di empatia. E questa, per qualcuno, è una pecca da non poter ignorare.

Altri, invece, puntano il dito contro l’influenza che si può subire concentrandosi sul tono di voce del lettore. Chi legge il libro conosce già la storia che sta per raccontare e, dunque, adegua il tono di voce non solo al personaggio che interpreta, ma anche ai fatti narrati. Questo, sebbene aiuti a sentirsi coinvolti, a volte può fungere da rivelazione circa ciò che sta per accadere: un tono di voce che diventa improvvisamente più grave, ad esempio, non lascia presagire nulla di buono. Insomma, più che una lettura, ci si sente quasi di fronte ad film di cui si può ascoltare solo l’audio.

Infine, quello di cui i lettori più incalliti sentono più la mancanza quando approcciano agli audiolibri è la possibilità di vivere in prima persona i loro amici più preziosi: l’odore della carta, la delicatezza delle pagine a contatto con i polpastrelli, il vedere i volumi posizionati l’uno accanto all’altro in quell’ordine che si è scelto con tanta cura e quella sensazione di sicurezza che riescono a trasmettere sanno essere insostituibili.

Come dicevamo all’inizio, è impossibile schierarsi da una parte o dall’altra: tutte le motivazioni per apprezzare o disdegnare gli audiolibri sono valide e assolutamente soggettive, proprio perché soggettiva è l’esperienza della lettura. E, comunque, è bene tenere a mente che una cosa non esclude l’altra: i cartacei e gli audiolibri possono essere alternati in base alle necessità e alle voglie del momento, nessuno ci obbliga a fare una scelta. L’importante è leggere, in qualsiasi modo si preferisca farlo.

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Siamo ancora nazionalpopolari (ma Gramsci non c’entra: c’entra Pippo Baudo) – II e ultima parte

di Antonio R. Daniele

Con gli ultimi mondiali Mamma Rai ha tentato di giocarsi il jolly, anzi due, e ha portato al microfono e dietro le telecamere due prodotti eccentrici rispetto alla tradizione, nella persuasione – evidentemente – che ormai il racconto del calcio debba andare in una certa direzione. Ed ecco Daniele Adani e la BoboTV, il primo portabandiera della narrazione da bar sport (per quanto mescolata a un atteggiamento da nerd della materia), la seconda frutto dell’autogestione nella giungla della rete che, come tutte le giungle, ha la propria scimmia urlatrice e sulla quale parole non ci appulcro. Quanto ad Adani, invece, è accaduto qualcosa di strano, ma fino a un certo punto: l’Italia calcistica e non solo lo ha messo sotto processo, rimproverandogli il fanatismo del calcio sudamericano, soprattutto quello di lingua ispanica, nell’incrocio tra Argentina e Uruguay. Il neopaganesimo adanico – lo sappiamo – si traduce nella commossa idolatria per Messi e per tutto quel che con lui ha a che fare. Più estesamente, con tutto ciò che viene dall’altezza cosmogonica del Rio de la Plata. E così, ad ogni alito platense, si udiva al microfono il ruggito del nostro eroe, nelle pasticciate (e spesso inventate) catene semantiche di una millantata e improbabilissima cultura argentino-uruguaiana (“uruguagia!”, mi rimbrotterebbe Danielito da Correggio, dall’alto del suo culatello della Pampa). E, per quella approssimazione che solo i governativi della tv sanno avere, gli strepiti virulenti e naïf di Adani sono stati accostati alla sobrietà asburgica del bolzanino Bizzotto, il quale ha dovuto sacrificare la sua notevole competenza nell’arte della telecronaca per non apparire troppo fuori luogo rispetto ai fragori di Adani che intanto latrava dalla sua cabina-barrio. Dopo le prime telecronache, è scoppiata la polemica: Adani è inascoltabile, è troppo “tifoso”; è inaccettabile che faccia telecronache sulla rete di Stato, ha sentenziato il popolo del web, tra un post e l’altro. Cosa davvero curiosa, a pensarci. Prima di tutto perché l’Adani che i nostri timpani hanno udito nelle settimane passate è lo stesso Adani che ha imperversato su Sky per anni e anni; in secondo luogo perché il popolo del web – che si presume non avere l’età media di coloro che sono nati alla tv con Pippo Baudo e Mike Bongiorno – non solo dovrebbe conoscere i vezzi di certi commentatori, ma con buona probabilità ha un abbonamento a una delle piattaforme dello sport a pagamento. Dunque, da dove vengono tanta meraviglia e tanta insofferenza?

Forse il popolo del web non è poi così piegato alle regole dell’odierno calcio mediatico e, magari, nonostante la passione, dovendo scegliere preferisce comprare un maglione in più ai propri figli che pagare per vedere pettinatissimi damerini appresso a un pallone; forse c’è chi pensa che quel che vale in un contesto non possa o non debba valere in un altro e si reagisce come con l’amico compagnone che in casa di estranei condivide le stesse gag che usa con i suoi amici di sempre: scatta la gelosia e se ne parla male. Forse c’è ancora una discreta fetta di pubblico legata alla tv di Pippo Baudo o cresciuta sulla base di certi fenomeni culturali: sono quelli che passano più tempo davanti al teleschermo, che affondano col corpo nella poltrona e cercano il telecomando che si è andato a infilare tra il cuscino e la mantella. Ed è accaduto che una delle più note voci del commento tecnico italiano – a torto o a ragione –, uno dei nomi mediaticamente più sfruttati e celebrati, è stato ripudiato dal pubblico della tv in chiaro, che è ancora quello che genera “l’opinione pubblica”, perché non è volatile e liquido come quello che paga gli abbonamenti o smanetta in rete. Il pubblico dei ballerini sotto le stelle e delle cronache in diretta, degli “accendiamo”, dei pacchi, doppi pacchi e delle ghigliottine è ancora vasto. Ed è ancora quello che decreta i destini di dirigenti e direttori di rete. E non è bastato il clamore sorto attorno a certe telecronache per far sì che le ragioni del richiamo reclamistico (“chissà cosa dirà Adani in finale commentando Messi”, si chiedevano in molti) avessero la meglio sul profilo dell’azienda e sugli accordi fatti a monte: nessuno se l’è sentita di negare ad Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro la telecronaca della finale per promuovere i ringhiosi rintroni di Adani, specie dopo che i due dovettero dare forfait per quella degli europei, vittime del Covid proprio alla vigilia. Certo, altrove se ne sarebbero infischiati. Anzi, altrove Rimedio e Di Gennaro non potrebbero sperare di commentare nemmeno la finale di un torneo di scopetta. Non ce ne vogliano: Adani è certamente improponibile nelle sue arringhe calienti ad ogni mossetta di Messi, ma la coppia di punta della Rai è coinvolgente quanto due cacciatori di iceberg. Sta di fatto che certi fenomeni non sfondano sulla tv di Stato, dove va ancora molto di moda il “popolare” inteso esattamente come quello che Enrico Manca credette di rimproverare agli italiani più di trent’anni fa, quando si lamentava del fatto che amassero Baudo e la Carrà. Chiamò “nazionalpopolare” quel fenomeno (scatenando le ire del presentatore siciliano) e qualcuno pensò a Gramsci, a finissime analisi di ordine socio-storico. No: era solo la constatazione che la fiamma resta più facilmente accesa quando è lenta ma costante, piuttosto che alta e guizzante. Che il modello Baudo tira ancora più di Adani: appiattire, modellare, livellare su comode certezze, rassicuranti come una balia. In barba a tutte le garre charrue e a tutti i cammelli dribblati nel deserto.

(qui la I parte: https://www.letterazero.it/siamo-ancora-nazionalpopolari-ma-gramsci-non-centra-centra-pippo-baudo/

In Sesto Potere

Siamo ancora nazionalpopolari (ma Gramsci non c’entra: c’entra Pippo Baudo) – I parte –

di Antonio R. Daniele

Mentre al cospetto di un emiro sbalordito non più che compiaciuto Emiliano Martínez compiva le sue prodezze priapee (Mérimée diceva che “la storia, come un idiota, meccanicamente si ripete”: ecco, se Messi è il predestinato come Maradona, di questa massima il portiere argentino è solo l’idiota), pensavo che quasi trent’anni di tentata rivoluzione mediatica, di sconvolgimenti televisivi, di albe di nuovi giorni, in Italia non sono serviti a nulla: dalle nostre parti è ancora la terna poltrona-pantofola-telecomando a dettare legge. E il telecomando che va per la maggiore è ancora quello cantato da Arbore molti anni fa. Il “popolare” sta ancora lì: tra il telegiornale e il quiz. E tutto quello che prova a mettersi in mezzo finisce come nelle crisi di rigetto di una operazione chirurgica mal riuscita. I recenti mondiali televisivi Rai ne sono stati l’ultima e, forse, definitiva conferma (per inciso, avrete notato che, quando l’Italia non si qualifica, Mamma Rai ci offre il pacchetto intero; altrimenti un malloppetto di partite scelte, chiaramente le più noiose, tra le quali quelle della Nazionale. Tuttavia, c’è di buono che, con questi chiari di luna, possiamo legittimamente sperare nella All Inclusive anche per il 2026). Siamo televisivamente conservativi, anzi retrogradi. E lo siamo con un certo grado di orgogliosa fierezza. Quando nella primavera del 2012 il Digitale Terrestre si spalmò su tutto il territorio nazionale, completammo il celebre “switch-off” con soddisfatto slancio tecnologico: mai più interferenze, una offerta molto più ampia, un palinsesto infinito. Soprattutto, giungeva la grande novità del canale tematico: chi ama il cinema avrà i suoi canali, chi ha bimbi in casa (anche di 40 anni) ne avrà altri e i fanatici dello sport potranno passare 24 ore al giorno su spazi televisivi appositamente dedicati. E così la Rai, che misurava il polso del Paese e sapeva che siamo un popolo di poeti, di navigatori, di santi, di eroi ma anche di lettori della Gazzetta dello Sport che fingono di leggere Proust, aprì non uno ma due canali per lo sport, al 57 e al 58 del Digitale Terrestre. E sembrò a tutti l’inizio di un’altra era: finalmente coloro che consideravano una seccatura dover aspettare un film, un varietà, un quiz, le previsioni del tempo e il telegiornale prima di vedere il grande evento sportivo avevano non uno ma addirittura due canali sui quali la nostra tv di Stato ci avrebbe garantito tutto lo sport in diretta e in chiaro. Quello che vedevamo a spizzichi e bocconi tra un canale e l’altro, quello che intercettavamo tra le pieghe del palinsesto stantio della vecchia tv generalista sarebbe stato spazzato via dalla mirabolante offerta televisiva del 57 e del 58. Ebbene, a dieci anni di distanza si può dire che la rivoluzione è stata mancata. Del tutto. E non soltanto perché coloro che ingenuamente credevano che il 57 e il 58 sarebbero stati il faro di fatti sportivi destinati ad entrare nella storia hanno ben presto capito che la maggior parte del palinsesto sarebbe stato occupato dal curling, dal biliardo (nelle funamboliche varianti della carambola o del pool o dello snooker) e dalle repliche della Domenica Sportiva dei tempi di Alfredo Pigna, ma anche perché gli eventi di maggior richiamo avrebbero riguardato al massimo il calcio della serie C e, quando andava di lusso, un po’ di pallavolo e di pallacanestro. E soprattutto, perché i dati Auditel dicevano che gli italiani non si abituavano e non si volevano abituare al criterio del canale tematico, che riscuoteva un successo modesto, tanto che un paio di anni fa Rai Storia, Rai Movie e Rai Premium hanno rischiato il taglio. Quanto allo sport, lo scarso appeal dei nuovi canali ha riguardato non soltanto il tempo, diciamo così, “ordinario”, ma anche le occasioni dei grandi appuntamenti sportivi. Da quando esiste il DT, abbiamo avuto – solo per restare al calcio – tre campionati del mondo e tre campionati europei: nessuno di essi è stato trasmesso sui canali tematici. La Rai ha preferito offrirli sulle reti ammiraglie/generaliste. O, forse, col tempo ha compreso che i suoi utenti più fedeli, quelli che garantiscono gli ascolti e, quindi, gli inserzionisti che pagano meglio, non stanno sul 57 e sul 58, ma ancora sul “primo” e sul “secondo”. E anche un po’ sul “terzo”. Col risultato, però, che con gli anni Rai Sport 2 è diventato il canale SD rispetto all’altro, passato in alta definizione, fin quando è servito soltanto come riempitivo, per repliche di repliche o per il freestyle e il ciclocross (con tutto il rispetto che si deve, non proprio eventi di portata mondiale) e ora non esiste più: nel piano di riorganizzazione, l’azienda ha dovuto alzare bandiera bianca e riconoscere che quei due canali tematici per lo sport, nati dal convincimento di poter sollecitare la passionaccia degli italiani, creduti esperti di pallone come di polo e di cricket, erano troppi ed erano una spesa inutile. Per cui ora ne abbiamo uno solo che, nel momento in cui scrivo (e da stamattina), sta trasmettendo in esclusiva le repliche del mondiale senza soluzione di continuità. Naturalmente in tutto questo hanno pesato trent’anni di pay tv, da Tele+ a Sky a Dazn, che hanno inciso sia sulle dinamiche di fruizione dello sport più popolare sia sulla sua narrazione. Hanno inciso anche su alcune abitudini degli italiani che parevano eterne: se oggi un ventenne non sa e non è in grado nemmeno di immaginare cosa sia stato il Totocalcio e la “schedina”, cosa volesse dire “montepremi” e fare un “tredici”, lo si deve al fatto che i diritti televisivi ci hanno privato di uno dei cardini della storia mediatica del nostro calcio, ossia la simultaneità dell’intera giornata di campionato. Il 29 agosto del 1993 il primo posticipo ci parve un po’ una bestemmia, un po’ un fenomeno destinato a non durare e al massimo la concessione fatta dalla intoccabile domenica pomeriggio. Fu, invece, uno scisma. Perché a quel primo dogma infranto seguirono molti altri fino alla situazione attuale in cui praticamente si gioca tutti i giorni e a tutti gli orari tranne la domenica pomeriggio. Così il Totocalcio, che fondava la sua fortuna sulla possibilità di incolonnare 13 pronostici esatti fino al sabato sera e all’ultima ricevitoria aperta, è affogato nello spezzatino delle piattaforme. E sono sparite (o sono in forte declino o si sono dovute “ripensare” se non proprio rivoluzionare) anche storiche trasmissioni. “Quelli che il calcio” ha resistito finché ha potuto: già molto cambiata rispetto alla rutilante versione di Fazio (indubbiamente la migliore) e passata a essere un varietà in cui il calcio era un pretesto (ma in cui il calcio esisteva ancora), è diventato un programma non più collocabile nel palinsesto perché anche quel minimo pretesto (almeno tre o quattro partite in programma la domenica pomeriggio) è venuto meno. “90° minuto” da tempo non è più il programma che dava le prime immagini e le prime trepidazioni agli italiani. Anche Mediaset ha dovuto rinunciare alla simpatica “corrida” di Piccinini e Mughini perché ben presto non ha avuto più senso allestire un salotto per parlare di partite giocate tre giorni prima e sulle quali avevano già detto tutto Caressa e i suoi accoliti, con giacca e senza giacca. E poi Mangiante, Trevisani, Marchegiani, Adani. E tutta la corte dei miracoli dei “Dilettanti” Dazn (intesi come Diletta e i suoi colleghi, ça va sans dire…), tra una storia e un reel.

(qui la II parte: https://www.letterazero.it/siamo-ancora-nazionalpopolari-ma-gramsci-non-centra-centra-pippo-baudo-ii-e-ultima-parte/)

In Sesto Potere

Audiolibri: nascita, sviluppo e fortuna della lettura da ascoltare

di Ilaria Orzo

È ormai qualche anno che gli audiolibri sono ufficialmente entrati nel quotidiano dei lettori: questo nuovo modo di fruire il testo scritto prevede la lettura ad alta voce da parte di uno o più speakers oppure tramite un motore di sintesi vocale. I software più evoluti permettono di usufruire anche dei Digital Talking Book: in questo caso, l’audio viene sincronizzato al testo, permettendo di leggere e ascoltare in contemporanea.

Il termine audiolibro fu riconosciuto ufficialmente nel 1994 dall’Audio Publishers Association, l’organizzazione statunitense nata senza scopo di lucro a difesa dei diritti di questa nuova forma di lettura nel 1986.

Al giorno d’oggi, numerose sono le piattaforme che ci consentono di scaricare il libro in formato mp3 e ascoltarlo come fosse un podcast o una canzone in qualsiasi situazione: durante le faccende domestiche, in macchina, sull’autobus e persino sotto la doccia.

Ma siamo sicuri si possa parlare davvero di “nuovo modo di fruire il testo scritto”? Perché, in realtà, gli audiolibri hanno circa un secolo e mezzo di vita.

Era il 1877 quando Thomas Edison mise a punto i primi esperimenti di registrazione sui cilindri fonografici; il suo scopo era quello di rendere la lettura possibile anche per i ciechi. La sua prima prova consistette nel registrare un pezzo della filastrocca Mary had a little lamb, molto conosciuta in America. Vent’anni dopo, nel 1897, lo scrittore statunitensse Sylvanus Stall incise su dei cilindri fonografici What a Young Boy Ought to Know, il suo più grande best seller: l’esperimento ebbe grande successo.

Il più grande limite della registrazione su cilindri fonografici, però, riguardava la durata: ogni cilindro poteva supportare solo pochi minuti di audio. Le prime tracce audio erano lunghe circa 4-6 minuti e si riuscì ad arrivare a non più di 20 minuti.

Negli anni Trenta del Novecento, l’American Foundation for the Blind istituì il Talking Books Program, allo scopo di aiutare nella lettura non solo i ciechi, ma anche i feriti di guerra. Il catalogo comprendeva le opere di Shakespeare e alcuni tra i più grandi successi letterari americani dell’epoca; le registrazioni erano fatte sui dischi in vinile, che nel frattempo avevano fatto il loro ingresso nel panorama musicale e si erano ormai diffusi. In quegli stessi anni, in Inghilterra, anche il Royal National Institute of Blind People cominciò a produrre audiolibri a favore dei reduci di guerra.

In Italia, invece, le prime registrazioni di audiolibri su vinile risalgono al 1966: il riferimento è alle Fiabe sonore dei Fratelli Fabbri. La collana andò avanti per quattro anni; ogni numero comprendeva un disco con musiche e storia da ascoltare e un libro illustrato su cui seguire il racconto. I bambini degli anni Novanta, invece, ricorderanno con affetto le musicassette Disney, vendute in edicola insieme ad un libro illustrato e uno dei personaggi della storia in miniatura. Le prime case di registrazione di audiolibri italiane in assoluto sono state IlNarratore e GOODmood Audiolibri, molto attive ancora oggi.

Nel caso dei dischi in vinile, però, i problemi principali erano due. Il primo riguardava anche in questo caso il tempo di registrazione, che non poteva superare i quindici minuti per lato. Il secondo era legato al copyright: quelli che erano e sono conosciuti come i Libri Parlanti sono nati con scopo benefico e a titolo gratuito, sono accessibili solo ai non vedenti e non sono legati alla filiera editoriale.

La vera svolta per quelli che oggi chiamiamo audiolibri arrivò tra gli anni Settanta e Ottanta, con l’avvento delle musicassette e del walkman. Grazie a questo dispositivo tecnologico, si fece sempre più spazio il concetto dell’ascolto in movimento: se era ormai possibile ascoltare musica, in auto o camminando, perché non avrebbe dovuto essere possibile ascoltare storie, racconti, romanzi? È in questo periodo che nascono quelle che ancora oggi sono le più solide catene di distribuzione di audiolibri; tra tutte, ricordiamo la Books in Motion e la Recorded Books.

Negli anni a seguire, la tecnologia avanzò rapidamente e, di conseguenza, anche la fruibilità degli audiolibri fu sempre più facile. Alla fine degli anni Novanta divenne particolarmente popolare l’Audible Player, un dispositivo portatile – precursore dell’mp3 e dell’iPod della Apple che sarebbero usciti qualche anno dopo – dedicato solo al download di file audio contenenti libri.

E se nei primi anni del Nuovo Millennio, con l’avvento degli iPhone, l’iTunes Store rendeva possibile la creazione di una propria libreria virtuale formato audio per la prima volta, la vera rivoluzione l’hanno fatta gli smartphone, che hanno reso possibile rendere disponibili delle applicazioni specifiche attraverso cui dedicarsi all’ascolto online e offline di cataloghi molto vasti – che comprendono ormai anche podcast – pagando un piccolo abbonamento mensile. Tra le piattaforme che offrono maggiore scelta vi segnaliamo Storytell e Audible, ma, ormai, sono sempre di più le case editrici che scelgono di mettere in piedi dei propri studi di registrazione, cedendo i diritti per la diffusione dell’audiolibro a terze piattaforme solo successivamente. Molti grandi classici della letteratura italiana e non sono disponibili in Ad alta voce, la sezione di audiolibri messa a punto dalla Rai e su YouTube, la piattaforma su cui video di lettura ad alta voce sono caricabili in maniera gratuita.  

Inoltre, vale la pena segnalare l’esistenza di LibriVox, un’associazione che raccoglie un gruppo di volontari che leggono e registrano libri ormai privi di copyright, rendendoli poi disponibili per l’ascolto e per il download sul loro sito e su alcune biblioteche virtuali con cui collaborano. Ad oggi, il loro catalogo conta più di 15000 testi, di cui molti in inglese. L’iniziativa ha preso piede da una discussione nata sul blog di Hugh McGuire, scrittore statunitense, nel 2005. Il primo libro da loro registrato è L’agente segreto di Joseph Conrad.

Ad oggi, secondo le statistiche della ricerca di NielsenIQ per Audible del 2021, sono più di 10 milioni gli italiani – dagli adolescenti agli adulti – che hanno contratto l’abbonamento ad almeno una delle piattaforme di audiolibri disponibili e si prospetta che il dato sia destinato ad aumentare.

Insomma, ormai, tanto quanto è scontato che di un libro troverete la sua versione ebook, è quasi certo che ne troverete la versione audiolibro. Non dovete fare altro che scegliere il catalogo che più si avvicina ai vostri gusti; o, perché, no, provare tutte le piattaforme e non rinunciare all’ascolto di nessun titolo. Non avete idea di quale libro valga la pena ascoltare? Se siete al primo approccio, in effetti, la vasta scelta potrebbe portarvi in confusione. Per capire se questa lettura alternativa fa al caso vostro, potreste cominciare da un libro che avete già letto in versione cartacea: è un buon metodo per capire se riesce a trasmettervi le stesse sensazioni e se riuscite a mantenere lo stesso grado di concentrazione. A tal proposito, vi segnaliamo alcuni tra i best sellers più ascoltati degli ultimi anni: la saga di Harry Potter, Anna Karenina, I leoni di Sicilia, L’amica geniale, Il conte di Montecristo, La verità sul caso Harry Querbert e Un uomo a pezzi. Come potete vedere, se è vero che molta risonanza sulle piattaforme di audiolibri l’hanno i classici, i generi a cui ci si può approcciare sono vari e incontrano e accontentano i gusti di tutti i lettori, anche quelli più difficili da accontentare.

In Grado Zero/ Sesto Potere

DoctorWho: ritorno a un futuro di ordinaria serialità

di Giovanni Morese

La serialità televisiva si è presentata, fin dagli esordi della sua diffusione, come una forma d’arte di grande impatto e spessore in quanto capace di conquistare un pubblico sempre più vasto, generare fenomeni di culto ed aggregazione sociale. Rispetto alle metamorfosi costitutive che il linguaggio seriale ha naturalmente registrato a cavallo tra le varie generazioni di telespettatori, esso si è rivelato degno di assimilare forme e tematiche che costituiscono il riflesso delle contraddizioni esistenziali di una società che è in continua evoluzione. Le serie tv confortano e rasserenano per la loro natura familiare poiché costante nella sua struttura ma che, nell’aggiornarsi assieme alla società che le produce, ci offre l’esatta visione del mondo e della cultura di una certa generazione. A tal proposito, è interessante constatare quanto la serialità contemporanea riesca ormai a proporre formule estremamente differenti tra loro, con l’obiettivo di rappresentare una realtà frammentata che replichi il più fedelmente possibile le complessità di un mondo sempre più globalizzato e mutevole. Siamo, quindi, di fronte ad una formula che possiamo considerare anche più persuasiva del cinema, una sorta di macrocosmo che, frammentandosi in molteplici segmenti narrativi, coinvolge un pubblico affascinato dalla continua e confortante variazione dell’uguale. Difatti, considerata l’importanza che la serialità riveste nell’ambito artistico e nel quotidiano, essa è stata una delle prime a manifestare la sua risposta alla situazione pandemica che ha messo in ginocchio il mondo intero, apportando molteplici cambiamenti dovuti alla sospensione di quella che, fino a qualche istante prima, avevamo considerato “normalità”. Come prima conseguenza, il lockdown ha prodotto un aumento vistoso della fruizione dei contenuti seriali ed una variazione sostanziale nei profili socio-demografici dell’audience stesso; tutto questo in contrasto rispetto al totale arresto della sua dimensione produttiva. Dall’ossessione verso il binge watching che in tempi pre-pandemici sembrava ormai caratterizzare il mondo seriale delle piattaforme streaming (attraverso la produzione di stagioni sempre più brevi, episodi dalla durata flessibile nonché da un assetto molto più simile a quello cinematografico piuttosto chetelevisivo) si è passati ad un ritorno alla serialità classica, quella degli appuntamenti settimanali tra amici o familiari per assistere al tanto atteso proseguimento di una trama abilmente intessuta nel corso di vari episodi. Ne è un esempio il massiccio rewatch di serie cult di un passato idilliaco e spensierato come Friends (NBC, 1994-2004) e How I Met Your Mother (CBS, 2005-2014), dato che fa emergere quantol’ossessione per la novità che in tempi pre-pandemia aveva contraddistinto le pratiche dei consumatori seriali delle piattaforme sia stata sostituita, nell’ultimo anno e mezzo, dal recupero di titoli del passato. Una serie che, però, ha più di tutte cercato di rimodellarsi in base alla precaria situazione del presente è sicuramente DoctorWho. In onda dal lontano 23 novembre 1963 sulla celebre rete britannica BBC One, la sua durata nel tempo è giustificata dalla peculiarità di inserirsi addirittura in una dinamica cross-mediale, proliferando così in varie forme, ufficiali ed ufficiose: oltre alla serie televisiva propriamente detta, nel corso dei decenni si sono andati ad aggiungere webisodes, serie spinoff, videogames, fumetti, riviste, romanzi, film, documentari nonché audiolibri e produzioni curate dagli stessi fan. Dalla televisione in bianco e nero a serie realizzate con lo stesso budget e i medesimi effetti speciali dei film blockbuster di fantascienza, il Dottore è stato protagonista attivo di tutte le evoluzioni televisive e sociali degli ultimi sessant’anni, anche grazie a storie realizzate con l’ausilio di media differenti, sia da parte di autori che arricchiscono di vicende il canone ufficiale, sia da altrettanti contributi non canonici che creano, in tal modo, prodotti che contribuiscono a configurare un caso trans-mediale unico nel suo genere. Considerata la storia di questo franchising, non sorprende affatto il puntuale ed estremamente necessario intervento dell’eroe alieno – capace di viaggiare nello spazio e nel tempo attraverso la sua navicella a forma di cabina della polizia – a seguito di una situazione mondiale non molto lontana da quella che il volto della televisione britannica è solito fronteggiare nelle sue storie. Dopo un video, girato con uno smartphone e diffuso su tutti i social il 26 marzo 2020 in cui il Dottore (interpretato da Jodie Whittaker dal 2018) rassicura il mondo infondendo la speranza di giorni futuri liberi dall’oscurità, inizia ad apparire sempre più evidente l’esigenza dei telespettatori di “farsi guidare” da questa figura positiva durante tempi difficili come questi e di viaggiare assieme grazie a tutti gli strumenti di cui dispone. È con queste premesse che Emily Cook, assistente editoriale della rivista DoctorWho: Magazine, decide di dar vita ad un progetto chiamato DoctorWho: LOCKDOWN!, utilizzando twitter come media principale per riunire i fan di tutto il mondo sotto l’ala protettrice del Doctor. La Cook, avviando una serie di rewatch simulcast delle puntate più significative della serie moderna partendo dall’emblematico The Day Of The Doctor – amatissimo episodio realizzato in occasione del cinquantesimo anniversario della serie nel 2013 – dà vita inconsapevolmente ad una lore multimediale di tutto rispetto che si estenderà, attraverso scritti in prosa, webcast, audiobooks e contributi da parte del cast e della crew della serie originale, a partire da marzo 2020 fino all’aprile del 2021, accompagnando così il fandom di tutto il mondo durante le tre fasi più critiche della pandemia da Covid-19. Dopo una dodicesima stagione conclusasi esattamente prima della diffusione del Coronavirus (l’ultimo episodio è infatti andato in onda il 1° marzo 2020) con il Dottore che profeticamente si ritrova imprigionato in una cella senza avere la possibilità di poter entrare in contatto con i suoi amici sulla Terra, appare evidente quanto il pubblico si sia poi identificato come mai prima di quel momento nel Signore del Tempo, sentendosi anche lui protagonista attivo di un plausibile episodio della serie da un momento all’altro. In un mondo televisivo caratterizzato da stravolgimenti dei palinsesti e cambiamenti dei copioni in produzione durante questo anomalo periodo storico, DoctorWho sceglie la strada del ritorno alle origini, intrattenendo il suo pubblico con periodici “eventi twitter” con il cast e l’equipe di produttori dei singoli episodi riproposti e generando una gioiosa attesa verso appuntamenti settimanali all’insegna di nuovi contenuti da leggere, ascoltare o guardare gratuitamente. Questo ritorno alla serialità del passato, ad un effetto nostalgia che ha di fatto plasmato quella che è poi diventata la nuova normalità, ha concretamente elargito la linfa vitale di cui il prodotto necessita per poter attrarre un pubblico in continua evoluzione. Ciò è stato reso evidente dal successo ottenuto durante la messa in onda dello special festivo Revolution Of The Daleks, episodio girato a fine 2019 e trasmesso in occasione delle festività di capodanno 2021 come apripista della nuova stagione che debutterà il prossimo autunno, con una riduzione – causa Covid – di tre episodi rispetto ai canonici undici. L’attesissima storia con protagonista l’aiutante del Dottore Jack Harkness (tornato nella serie dopo un’assenza di ben dieci anni) intento a sconfiggere i Daleks, i nemici per antonomasia della serie senza nessun aiuto da parte del “supereroe” alieno poiché imprigionato, viene infatti vista da ben 6.35 milioni di telespettatori, numero decisamente più alto dei 4,69 che avevano in media deciso di seguire in diretta tv gli episodi della stagione andata in onda durante i primissimi mesi del 2020, periodo in cui i series addicted preferivano seguire le vicende del Dottore in streaming piuttosto che davanti al televisore. È proprio cavalcando l’onda di questo successo che Chris Chibnall, produttore esecutivo della serie dal 2018, ha annunciato durante il Comic-Con di San Diego 2021 che la tredicesima stagione in arrivo questo autunno sarà costituita da un unico grande serial diviso in otto capitoli, ripristinando così la strutturazione delle stagioni classiche dello show andate in onda fino al 1989. Tale tecnica narrativa era stata accantonata del tutto durante il soft reboot avviato nel 2005, periodo in cui era sembrato più logico optare per episodi stand-alone, riflettendo la volontà di un pubblico all’epoca sempre più attratto da trame autoconclusive conformi al mondo fast dei post-millenials. Sono dati importanti, questi, che fanno emergere il significativo ruolo svolto dalla serialità in un presente in cui il nomen omen del protagonista di una storia radicata in un periodo storico apparentemente lontano acquista un’accezione straordinariamente attuale e necessaria per affrontare le perduranti avversità che ci circondano. DoctorWho è stato, in particolar modo in questo periodo, non solo un valido prodotto offerto dalla televisione generalista inglese, bensì un mezzo per tratteggiare storie, creare mondi ed esperienze credibili per vivere e far vivere emozioni, alienare la mente dai pensieri negativi e ripercorrere istanti di un passato che vorremmo indietro. DoctorWho siamo noi che viaggiamo attraverso il digitale, il nostro TARDIS, una macchina del tempo che ci “trasporta” negli spot pubblicitari, riportandoci in epoche dalle quali non siamo mai stati più lontani ma facendoci sempre prefigurare un futuro pieno di speranza perché, in fondo, come dice il Dottore, «I am and always will be the Optimist, the hoper of far-flung hopes and the dreamer of improbable dreams» e tutti, soprattutto dopo un anno così drammatico, abbiamo ancora il diritto di cose buone.

Bibliografia:

D. Cardini, Le serie tv sono la nuova soap opera? Luce ed ombre del dibattito critico sulla serialità in A. Bernadelli, E. Federici, G. Rossini (a cura di), Forme, strategie e mutazioni del racconto seriale, in «Between» VI/11, 2016, pp. 1-17.

D. Cardini, Locked down. Strategie (seriali) di resistenza durante la pandemia in R. Bartoletti, Sociologia della comunicazione, 60/2020, pp. 57-66.

V. Innocenti, G. Pescatore, Le nuove forme della serialità televisiva, Gedit Edizioni, Bologna, 2008.