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Narrazioni

In Narrature

Deerman – parte prima

di Barbara Scalco

2:10 del mattino, sabato. Bred odia i turni del fine settimana, abbassa lo schienale sgualcito della panda bianca abbandonandosi alla noia. La radio spara nell’abitacolo una canzone dei Queen mentre Bred tracanna un lungo sorso dalla lattina di Cola e allunga il braccio nello sforzo di cambiare stazione. Vano tentativo, le casse gracchiano accavallando voci meccaniche e stonate. Dannate colline. Ecco un nuovo appunto mentale: procurarsi una chiavetta USB. Malgrado sia ormai autunno l’aria è calda e il ragazzo fatica a mantenersi sveglio. Spalanca la portiera e un acuto di Freddy Mercury si diffonde per la vallata, solenne. Sfila il cellulare dal taschino della divisa, due nuovi messaggi, un’immagine. Dopo qualche secondo la foto di cinque ventiquattrenni riempie lo schermo: sono seduti a un tavolo circolare e tengono alzati in aria dei grandi bicchieri pieni di ghiaccio e liquido trasparente, Gin tonic. Un labbro si alza ma più che un sorriso sembra una smorfia che scompare dopo pochi secondi. Blocca lo schermo, ripone il cellulare e rivolge lo sguardo allo spiazzo desolato della Tessilbrotto s.r.l. Pochi neon equidistanti illuminano le mura dell’enorme capannone, l’intonaco è scrostato in più punti e anche i portoni avrebbero bisogno di qualche restauro. Bred non capisce perché il titolare abbia pagato tanto per un servizio di vigilanza notturna. Credeva che la fabbrica avesse fallito da tempo, invece eccolo qua. Sospira, si getta in gola le ultime gocce di Cola e prende la mira verso il bidone della spazzatura a una decina di metri dall’auto. Il lancio non è buono e la lattina rimbalza sull’asfalto con un tonfo metallico. Un gatto sbuca da un angolo chissà dove; è spaventato e anche il ragazzo ha un leggero sobbalzo, li odia i gatti. Rotea una delle leve accanto al volante e due fari abbaglianti penetrano la distesa di pini che delimita il piazzale; il gatto si blocca e con occhi fluorescenti fissa per pochi secondi l’abitacolo. Altri due colpi di luce e il torace del felino si abbassa, le zampe tese in posizione d’allerta, quindi, corre verso il bosco e scompare. I gatti gli mettono la pelle d’oca. Alla radio è iniziata la campagna di Mr. Planet, questo significa che sono le 2:30 e la vescica chiama. Abbassa il volume al minimo e sfila una Camel dal pacchetto nuovo scendendo dall’auto. Sapori di catrame e tabacco penetrano le papille gustative mentre un fiume di nicotina aderisce alle pareti dei polmoni. Bred raggiunge le mura e allenta la zip dei pantaloni tenendo la sigaretta stretta fra le labbra, una nuvola di fumo raggiunge gli occhi, li pizzica. Alle sue spalle un rumore di foglie, si volta ma non c’è nessuno, forse il vento, silenzio. La concentrazione torna allo stimolo di urinare. Di nuovo, più chiaro, un rumore di rami spezzati. Il ragazzo richiude in fretta la zip portando una mano alla pistola allacciata alla cintura. “Chi è?” non che si aspetti una risposta. Il bosco tace ma sembra osservarlo, studiarne le reazioni per poi prenderlo in giro. Vede qualcosa, si muove, una pioggia di foglie sfila nell’aria nascondendogli la visuale. Un passo ancora… non può essere il vento. I neon del capannone illuminano solo i primi metri di boscaglia oltre i quali tutto è confuso. All’ennesimo gracchiare di foglie Bred non ha più dubbi. Estrae dalla fondina la pistola puntandola in direzione degli alberi a gambe divaricate, come nei film. Nulla, il bosco risponde alla minaccia passando il turno in attesa della prossima mossa; al contrario, il ragazzo non ha voglia di giocare e un rivolo di sudore gli bagna la fronte mentre il taschino della divisa inizia a vibrare. Suona a ritmo cadenzato, la pistola scivola fra le dita mentre Bred sfila a fatica il telefono e la sigaretta finisce a terra. Lo sguardo fisso in direzione del bosco. Ancora uno squillo. “Pronto?!” un’ombra marrone compare, si muove, scompare. “Bred, devi andare alla fabbrica dei Zambon. C’è un furgone senza targa.” “Ok, ora vado.” La linea cade assieme ai nervi del ragazzo, il quale, rilassa il braccio teso e ripone la pistola. Il cellulare ancora stretto fra le mani. Spegne il mozzicone con le dita; lo lancia lontano, tra rami e aghi di pino. “Dannati gatti”. Frizione, acceleratore, ingrana la quarta e vola nel circuito di secchi tornanti che portano alla fabbrica Zambon. Pozze di pioggia ricoprono l’asfalto e a ogni curva l’auto slitta, perde aderenza. Il ragazzo gira la rotella del volume e un classico dei Red Hot invade l’abitacolo. Sovrasta la suoneria che ora quasi non si sente. Al bivio svolta a destra, doppia curva verso sinistra, un tornante più secco degli altri costringe Bred a improvvisare un testa coda degno di una gara di rally. Sulla bocca si disegna una smorfia di autocompiacimento. Eccolo, il passaggio che preferisce; comincia la discesa e il suo piede preme sull’acceleratore. 60, 70, tiene sott’occhio i chilometri orari. 75, è questione di precisione, 80. Lungo la strada si disegna il profilo di un arco scavato nella roccia. Una mano avvinghia il freno a mano, l’auto slitta sfiorando il guard rail di pochi centimetri. Mentre una goccia di sudore si schianta sul volante, la vecchia panda inforca lo stretto passaggio di pietra. Bred urla di gioia, adrenalina pura manda in cortocircuito ogni stimolo nervoso. All’improvviso un’ombra nera sbuca dagli alberi precipitando in strada, si muove. Il cuore del ragazzo si ferma, il sorriso scompare, l’auto è veloce, troppo. Bred inchioda, i freni scappano da sotto i piedi e uno stridio acuto rimbomba tra le colline. Sotto la luce dei fari anche l’ombra diventa più chiara. Grandi occhi gialli penetrano l’abitacolo in pochi secondi, uno schianto e infine, l’atteso silenzio. La sensazione è quella di una lama che perfora il cervello. Bred apre gli occhi e qualche attimo dopo riesce a mettere a fuoco il volante. Ok, è ancora vivo. Una stretta linea rossastra colora il finestrino, sembra acquerello. Porta una mano alla testa e qualcosa di umido si appiccica alle dita dichiarando che non si tratta di colore. Attiva le quattro frecce ed esce dall’auto, aria fresca e pioggia lo aiutano a schiarirsi le idee. Il lato destro della panda è un disastro: lunghi solchi e strisce di vernice scrostata confermano l’impatto. Il ragazzo impreca, pensando all’ennesimo stipendio andato. Un urlo profondo e gutturale attira la sua attenzione verso il corpo di una creatura ricoperta di fango e foglie, è un cervo. Alla luce lampeggiante delle quattro frecce l’animale compare e scompare; Bred si avvicina cauto, terrorizzato all’idea che la bestia possa aggredirlo da un momento all’altro. Gocce di pioggia gli graffano il viso accompagnando i lamenti del cervo, acuti e strazianti. Ora può sentirne il respiro, affaticato, quasi stentato. Una ferita incide per intero il fianco destro; sanguina ma, vista la mole del corpo, non sembra grave. A ipnotizzare il ragazzo sono i palchi: immensi e robusti, grossi alla base del cranio e ramificati verso l’alto, fino a formare una decina di piccole punte affilate. Uno di essi è mozzo e il frammento mancante è proprio ai suoi piedi. Si china, lo afferra rigirandosi la superficie ruvida e pelosa fra le mani. All’improvviso il cervo inizia a dimenarsi, le zampe scalciano mentre urla gutturali attraversano il cranio ancora dolente del ragazzo; Bred si copre le orecchie lasciando cadere a terra il palco mozzato. Al contatto con il suolo produce un suono sordo, come un giocattolo rotto. L’animale smette di urlare, Bred schiude le palpebre e il suo sguardo incrocia due enormi occhi gialli, carichi d’odio e rancore. Trattiene il fiato e un brivido scorre lungo la spina dorsale mentre il cellulare ricomincia a vibrare. Bred scatta nervoso sul posto, le narici riprendono aria e nel giro di un secondo risponde alla chiamata. “Pronto?!” “Lascia perdere Bred, falso allarme, torna al tuo giro.” La linea cade, al contrario dei nervi del ragazzo che, questa volta, schizzano alle stelle.

In La Seconda Repubblica delle Lettere

Elena Ferrante in “L’amica geniale”: aspetti sociolinguistici nel passaggio tra romanzo e narrazione televisiva

di Annasara Bucci

Le vicende che nascono dalla narrazione dell’infanzia di Lila e Lenù non sono una tenera celebrazione della fanciullezza. Come nel caso di Elena Ferrante (o chi per lei), lo scrittore che ha deciso di raccontare la durezza delle cose non patisce mezzi termini nell’affidare alle vicende il compito di muovere la realtà, poi alla parola il compito di dipingerle: sono candidi occhi di bambine quelli che permettono al lettore di osservare la realtà narrata, ed il contrasto che tale occhio osservatore crea sullo sfondo della narrazione (fatta di cose terribili) non è una collisione straniante, bensì un collante che tiene uniti i passaggi tra l’infanzia e l’adolescenza insieme al lento rassegnarsi delle due piccole protagoniste all’inevitabile partecipazione alla rete della vita, al duro allenamento alle regole del gioco.

Il lettore le osserva muoversi di pari passo ai loro sguardi sulle cose, e così profondamente simili e diverse lasciano che anche il romanzo vesta i suoi primi abiti, come loro indossano i primi grembiuli di scuola. Le si osserva studiare, scambiarsi le bambole, assistere alle violenze domestiche e sociali del rione, persino subirle, qualche volta; le si osserva registrare gli eventi come piccole videocamere silenziose intente a riflettere e capire, superare le prime difficoltà, provando a sbrogliare -dapprima bambine e poi giovani donne- la matassa ingarbugliata di un mondo ai loro occhi ancora poco comprensibile.

Raffaella Cerullo ed Elena Greco sono due soggetti narrativi che nutrono e si lasciano nutrire dal motore di un romanzo sociale che affresca lo stato delle vicende di un’epoca in un preciso contesto territoriale, quello di un rione della Napoli degli anni ’50 in lenta riemersione dalla guerra.

Una Napoli presente attraverso le descrizioni dei luoghi delle protagoniste: affamata, sporca e desolata tra le strade del rione, brulicante e viva tra le strade principali del un grande ventre; ma, soprattutto, una Napoli presente attraverso la sua stessa essenza, la potenza della parola.

Quando parliamo della lingua del territorio napoletano dobbiamo fermarci a riflettere su un dato importante: questo dialetto, come molti dei nostri dialetti meridionali, sussiste come lingua-linguaggio: è una parlata ‘drammatica’, nel senso che l’intelligenza sostanziale della lingua si esprime non solo nella sfera della semantica ma soprattutto nella sfera del corpo, cioè del gesto. Affinchè la si comprenda interamente non solo bisogna conoscere tutto l’insieme dei suoi codici, bisogna più che altro essere capaci di avvertire i suoi sentimenti. È in ragione di ciò che quando si parla di ‘napoletanità’ ci si riferisce a tutto l’insieme dei sentimenti della cultura napoletana, di cui la lingua è parte integrata, assolutamente necessaria per comprendere i linguaggi in cui tale cultura si esprime. Stiamo parlando di una lingua di peculiare potenza espressiva in cui la comunicazione avviene per immagini, differenze di toni e accompagnamento di gesti ed espressioni: a pieno titolo, una lingua espressionista.

All’interno del romanzo, l’autrice sceglie di non utilizzare il dialetto in modo sistematico come lingua dei dialoghi: è un utilizzo silente, un impiego per singole espressioni, esclamazioni o utilizzo di soprannomi, molto spesso il dialetto è il mezzo espressivo dell’insulto volgare o reazioni sanguigne dei personaggi. Quando il dialetto interviene in modo più esteso durante il discorso è la scrittrice stessa a segnalarlo, riportando però il discorso in Italiano:

Andammo via mentre sentivo Lila che diceva indignata a Enzo, in dialetto strettissimo: «M’ha toccata, hai visto? A me, chillu strunz. Meno male che non c’era Rino. Se lo fa un’altra volta è morto». (Ferrante, 2018).

Come quasi sempre succede con i riadattamenti cinematografici, la storia del romanzo soffre qualche perdita dovuta al cambio dei linguaggi, alle scelte della regia o agli elementi della sceneggiatura, alla pluralità degli interventi necessari al passaggio tra narrazione del romanzo e narrazione destinata allo schermo. Nel caso della trasposizione cinematografica della quadrilogia, sin dalla prima serie è stata fatta una scelta di sceneggiatura coraggiosa e impegnativa, quella di trasporre gran parte dei dialoghi dall’italiano al dialetto. A beneficiarne è indubbiamente la potenza espressiva dell’intera vicenda narrata attraverso le voci degli attori che padroneggiano lingua, toni ed espressività in maniera pregevole e rispettosa degli elementi narrativi interni al romanzo.

Proprio qui, però, un problema: la presenza (inevitabile) sullo schermo dei sottotitoli che rendono i dialoghi in italiano corrente, come è successo anche con altre serie (si veda l’esempio di Gomorra o del più recente Strappare lungo i bordi).

Anche qui una riflessione: siamo un paese che possiede una particolare storia della lingua, i cui dialetti regionali erano a tutti gli effetti una pluralità di italiani parlati in ambito regionale da tutti gli strati della popolazione e a tuti i livelli della comunicazione, ufficialmente fino al momento dell’unità nazionale. La storia del nostro Italiano standard è recentissima ed i dialetti si mantengono ancora come parlate territoriali abbastanza caratterizzanti da non permetterne all’insieme dei parlanti del territorio italiano la piena comprensione.

In Lombardia abbiamo bisogno dei sottotitoli per comprendere il parlante del dialetto napoletano, in Friuli per comprendere il parlante del dialetto romano e viceversa, e così via lungo tutta la penisola.

Ora, il problema del sottotitolo osservato dal parlante che ignora un dialetto differente dal suo come fosse una lingua forestiera è che, pur traducendo in italiano corrente il contenuto del dialogo, non riuscirà a trasporre la totalità dei significati che quella lingua (soprattutto nel caso di un dialetto così espressivo come il napoletano) ha intenzione di veicolare. La perdita percettiva dell’ascoltatore è nelle sfumature di significati veicolate da toni, inflessioni, scelte di termini specifici, una perdita importante che riguarda il sentimento stesso dei contenuti che l’Italiano standard non riuscirà mai a tradurre o a colmare con la sua trasposizione.

Un risultato ancora peggiore si ottiene cercando di italianizzare per intero le espressioni dialettali, denaturando su più i livelli la correttezza dell’Italiano e sfibrando il dialetto nella sua peculiarità espressiva alla stessa maniera di Lenù, quando poco più che adolescente muove i suoi primi passi nella grammatica italiana soffrendo il passaggio dall’utilizzo sistematico del dialetto a quello dell’Italiano scolastico:

Mi resi subito conto che parlavo un italiano libresco che a volte sfiorava il ridicolo, specialmente quando, nel bel mezzo di un periodo fin troppo curato, mi mancava una parola e riempivo il vuoto italianizzando un vocabolo dialettale (Ferrante, cit.)

In un romanzo così intriso di napoletanità, viene spontaneo chiedersi quale romanzo leggano i connazionali del parlante napoletano che di napoletanità non è intriso, e quale il cittadino francese, inglese o spagnolo, (giacché il romanzo vanta una traduzione in circa 40 lingue) che conoscono la cultura napoletana soltanto come un mito tutto italiano. E noi, come avremmo letto la storia di Elena Ferrante se fosse nata in un contesto diverso da quello napoletano? L’avremmo letta come un romanzo di ottime potenzialità, indubbiamente. Ma orfano del suo terzo protagonista principale: orfano di una forma peculiare di sentimento della parola.

In Narrature

La spilla

di Anna Chiari

Le campane della chiesa di St. Clement suonavano le sei sopra i tetti azzurro polvere della vecchia Oxford. Era Aprile inoltrato. Gli odori freschi della primavera inglese salivano dai prati intorno ai college e si insinuavano nelle anguste stradine gremite agli angoli dai chiassosi avventori dei pub, affollati nel tardo pomeriggio. La luce ancora tiepida si dipingeva sui palazzi color crosta di pane rifrangendosi nell’aria tutt’attorno.

Le giornate erano più lunghe, pensò, smontando dalla sua Mark 2, chiudendo nervoso lo sportello dietro di sé. Due studenti in bicicletta lo scansarono veloci, ridendo tra loro, mentre attraversava la strada. Si sarebbe gustato una buona pinta, si disse, entrando nel pub The Wolf’s Head, già a quell’ora piuttosto pieno di gente. Il semestre stava volgendo al termine e dentro molti accademici e studenti assaporavano la certezza di un prossimo periodo di libertà. Paludati nelle ampie toghe nere, quasi a volersi distinguere, somigliavano ai dottori della peste del settecento veneziano. Mancava loro solo la maschera a becco lungo, dentro la quale non avrebbero però sentito l’aroma della birra e dello scotch.

Pensò a quanto dovesse apparire fuori luogo, con quei suoi abiti scuri, l’impermeabile lungo e il volto tirato. Non si faceva illusioni sul suo aspetto, mala cosa non gli dispiaceva. Non provava alcun desiderio di unirsi a loro. Una volta l’aveva assaporata quella vita, una volta era stato uno di loro… ma che stava dicendo?! Non era  mai stato uno di loro, forse proprio per questo aveva lasciato, a un passo dalla laurea. Con un sorriso amaro pensò fosse quella la sua condanna: restare  un eterno escluso, costretto a osservare sempre dal di fuori e  notare sempre, sì sempre, quei piccoli dettagli che agli altri sfuggono. Gli venne in mente come lo aveva definito quella ragazzina, un uomo dagli occhi di luna, qualcuno che, secondo un antico mito cherokee, è cieco alla luce del giorno, ma è in grado di vedere chiaramente nell’oscurità. Forse era davvero così. Egli piaceva, sì, gli piaceva. Era bravo in quel che faceva e, per quanto ne provasse un certo disgusto, non avrebbe potuto fare nient’altro nella sua vita.

Si avvicinò al bancone e chiese la solita lager, scura, torbida… non si era mai soffermato su quel colore, ma si accorse che si abbinava perfettamente alla sua vita. La giovane barista gli sorrise mentre lo serviva e gli chiese cortesemente come andava. “Come sempre”, fu la sua risposta elusiva. Le sorrise, quasi per scusarsi, mentre afferrava l’Oxford Mail e si metteva seduto, aprendolo, come suo solito, alla pagina dei cruciverba per ingannare l’attesa.

Dalla tasca estrasse carta e penna e cominciò a scrivere, un elenco, una serie di ipotesi, di possibilità. Lo avrebbe aiutato quel suo senso logico, l’analisi fredda, quelle sue capacità che lo avevano reso un buon poliziotto. Anche gli altri, i colleghi, lo dicevano, a volte a denti stretti, bisbigliando tra loro.

Erano anni che non tornava a Oxford, da quando si era arruolato con i Royal Corps e aveva lasciato gli studi. La sua era stata una decisione improvvisa, frutto di un impulso a cui lui stesso non aveva saputo dare un senso preciso. Era sempre stato primo del suo corso, aveva ottimi risultati in metrica latina e letteratura inglese, eppure sentiva che qualcosa di quell’ambiente fatto di privilegi e ineguaglianze non gli apparteneva. Se avesse continuato sarebbe sicuramente divenuto un accademico, tutti lo sapevano. Poteva quasi immaginare quella vita, vederla da fuori, distinguerne la divisione in atti, l’inevitabile colpo di scena a metà del secondo e la distensione del terzo, ne conosceva i toni drammatici e le note pacate alla fine. Una cattedra, una toga, poi una moglie, quella moglie, e eventualmente dei figli, una rappresentazione piccolo borghese di gustosa e piacevole esecuzione.

Amava l’opera, Puccini in particolare, ma solo a teatro gli piacevasospendere la sua incredulità. Nella vita di tutti i giorni preferiva restare vigile, stimolato, come quando si metteva a fare i cruciverba. Era così che voleva vivere, lettera dopo lettera, rompicapo dopo rompicapo, senza sapere dove lo avrebbe portato il prossimo enigma.Voleva esercitare il suo ingegno, non sprecarlo sulle pagine ingiallite di libri che ormai avevano esaurito tutti i loro più profondisignificati.Qualcos’altro lo aveva richiamato, qualcosa di oscuro,di nascosto che non avrebbe trovato tra i banchidi legno antico dell’università. Gli piaceva fingere, almeno con se stesso, di essere al di sopra di quello per cui gli altri lottavano, quelle velleità, le piccole emeschine ambizioni, le passioni esasperate che assalgono la natura umana e  portano a farsi fuori l’un l’altro. Lo aveva visto fin troppe volte.Fin troppe volte aveva visto la morte in faccia, l’accanimento estremo nel ferire l’altro, la brutalità rimasta impressa negli occhi sbarrati delle vittime come immagini sulla pellicola.

Non poteva sopportare la vista dei corpi massacrati, la violenza trovava una sua giustificazione solo nella finzione,  sul palcoscenico, stemperata dalle grandi passioni e dal bel canto degli interpreti.Nella vita reale restavasolo un abominio che doveva ripulire, cancellare, fin dove gli sarebbe stato possibile. Forse per questo gli piaceva il ruolo di spettatore, nelle strade come all’opera. Non voleva mischiarsi a quei drammi, gli piacevano solo purificati nell’arte o riflessi negli occhi degli altri.

Così se n’era andato. Era scappato, forse?Anche da lei? Per anni se lo era ripetuto, no, non era così. Ma restava ancora qualcosa di insoluto, qualcosa che  la sua mente lucida non era riuscita ad afferrare, un enigma non ancora  risolto. Quindi era tornato. Non per lei, si diceva. Lo aveva detto a suo padre, a letto morente, quando ormai a tratti delirante parlava solo di corse, cavalli e puntate. Gliel’aveva detto, lui non era il tipo da commettere due volte gli stessi errori. Se lo era ripetuto per tutti quegli anni, ma restava quell’immagine che lo inseguiva, che non riusciva a scacciare, lei, il biondo scuro di quei capelli, quell’aureola che le circondava il viso, illuminato dalla luce naturale dalla finestra impolverata. Lo aveva riconosciutoimmediatamente quel colore,la sera prima. Spiccava tra tutti quelli ammassati nella stanza.

Era difficile non notarla,in quelle aule cupe, tra quelle vecchie boiseries, tutti scuri nelle toghe nere. La testa di capelli, quella figura slanciata, la voce a tratti squillante,chiunque l’avrebbe notata. In particolare in quell’ occasione. Stavano commemorando un morto, con quello stile dignitoso e un po’ distaccato tipico delle cerimonie formali.

Il Professor Bradbury era morto. Caduto rovinosamente dalla scala grande del college il suo cuore si era fermato. Di colpo, a quanto pareva. Ovviamente c’era stata un’inchiesta, una formalità necessaria in quei casi. Lui si era offerto di aiutare. Conosceva il Professor Bradbury, era stato il suo insegnante per il breve periodo trascorso a Oxford, quando era solo un allievo magro e silenzioso e, a detta del Professore, promettente. Un tipo particolare il Professore, riservato, schivo, molto preparato nella sua materia, sapeva rispondere con acume a tutte domande degli allievi.

Era scapolo eancora piuttosto attraente. Non poche ragazze del suo corso gli facevano gli occhi languidi, se lo ricordava bene. Ma lei no. Lei non si curava di nessuno, passava disinvolta per i corridoi, lo sguardo lontano, che la rendevaancora più intrigante. Un enigma. Era un semplice atteggiamento o un tratto autentico del suo carattere? Fu così che cominciarono a frequentarsi, di nascosto, a dispetto delle alte aspirazioni della famiglia di lei. Quello era stato forse il periodo più spensierato della sua vita, qualcosache non si era mai più ripetuto. Ma i loro incontri segreti furono  presto sostituiti da lunghi silenzi e assenze prolungate. Lei divenne più sfuggente, riservata. Passava sempre più tempo nell’ufficio del Professor Bradbury in incontri sempre più lunghi a discutere di un possibile dottorato. Le cose cambiarono, lentamente, inesorabilmente.

Ora Bradbury era morto, a seguito di quella rovinosa caduta, senza grossi traumi, solo il cuore si era fermato. La polizia aveva già archiviato il caso, niente suggeriva qualcosa di sospetto. Poteva capitare, si disse, era già successo che a seguito di una brutta caduta qualcuno avesse avuto un arresto cardiaco. Certo da una scala si poteva sempre cadere, in un modo o nell’altro, le scale erano sempre insidiose. Eppure qualcosa non lo convinceva. Un ricordo, uno strano presentimentosi era affacciato. Per questo era tornato al college un paio di giorni prima.

Era entrato, verso sera, quando ancora ci si vedeva senza luci accese per osservare attentamente quella scala. L’aveva risalita più volte e più volte l’aveva discesa, a passi regolari. Non era una scala particolarmente ripida, o pericolosa, questo gli parve al primo esame. Aveva anche accelerato il passo, salendo e scendendo. Niente di particolare.Aveva guardato attentamente sotto la scala, nelle fessure tra le assi, negli gli incavi sotto gli scalini. Niente, davvero niente. Aveva provato per scrupolo a infilare la mano, sempre sotto, tra un interstizio e l’altro e, dietro una piccola rientranza, una parte nascosta di cornice che sporgeva appena,aveva sentito qualcosa, appoggiato di taglio.Si era ritrovato nel palmo della mano una spilla, non troppo grande, di pietre dure,agate e granate, di fattura ottocentesca, vittoriana.

Niente di strano, aveva pensato, piccoli oggetti possono sparire e intanarsi un po’ dappertutto. La riguardò bene, da vicino, a poca distanza dai suoi occhi. L’ago richiuso nella sua sicurezza teneva ancora un pezzodi tessuto, non tanto piccolo, di color verde, piuttosto scuro, rimastopreso nella sua anima d’argento.Sembrava che la spilla fosse stata strappata dal vestito con forza.

Quella spilla. Gli era sembratodi averla già vista, ma non ne aveva la certezza. Eppure quello stile, le pietre dure, semi preziose, incastonate in quel modo particolare a ricreare uno stemma gli ricordavano qualcosa. Non era un oggetto da poco e chiunque l’avesse persa doveva averne notata la mancanza, sicuramente la stava cercando, con ansia, se sapeva che poteva ricollegarlo a quel fatto. Gli riaffiorava un ricordo. Un ricordo di quegli anni. Lei, i capelli biondi  sciolti su un vestito verde scuro e quella spilla. Continuava ad allontanare quell’immagine, con la speranza che fosse solo quello, un’immagine e niente più.

 Lei  sembrava nervosa quando si erano rivisti, continuava a passarsi le dita affusolate tra i capelli, irrequieta. Sapeva che lui era nella polizia, aveva forse maggiori informazioni su quella morte improvvisa? Bradbury era il suo tutor, tutta la faccenda l’aveva alquanto scossa. Era naturale. Lui voleva a tutti i costi andare a fondo della cosa. Così aveva lanciato un’esca, le aveva telefonato mascherando la sua voce.Se voleva riavere la spilla, avrebbe dovuto  pagare una giusta cifra.L’appuntamento sarebbe stato al pub, il giorno dopo, alle otto. Lui avrebbe aspettato fino alle otto, poi se ne sarebbe andato.

La porta continuava ad aprirsi,entravano gli impiegati dalla faccia pallida che si erano scrollati di dosso quella giornata di lavoro, i soliti affezionati che salutavano tutti, le ragazze agghindate che, due alla volta, lanciavano occhiate ammiccanti ai giovani seduti in gruppo, stretti attorno a quei tavoli. Niente di strano, niente di diversoda una normale serata al pub. Sperava che quella porta non venisse aperta alle otto, non per fare entrare una testa di capelli biondo scuro. Guardava l’orologio grande dietro il bancone. Le otto meno un quarto. Cercò di distrarsi tornando al suo cruciverba, ma continuava a tratti a spiare la porta massiccia. Le otto meno cinque.Le otto, altri avventori entrarono, più d’uno, nessuno per fortuna coi capelli biondi. Le otto e un quarto, poi le otto e venticinque. Con un sorriso andò a prendere un’altra birra. Si sedette e alzò lo sguardo. La porta si stava aprendo, proprio in quell’attimo.Rimase immobile, fermo a guardare quel vestito elegante un po’ lungo e quella testa di capelli biondo scuro.

In La Seconda Repubblica delle Lettere

Riscrittura o Fan Fiction?

di Raffaella Mottana

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di fan fiction, Wattpadd è una delle più grandi piattaforme su cui aspiranti scrittori possono pubblicare la loro storia. Il sito si rivolge direttamente agli utenti: “la tua storia potrebbe arrivare in libreria”[1]. E alcune di esse sono davvero arrivate in libreria, diventando anche casi di successo.

Cosa viene a modificarsi in quel campo che noi chiamiamo letteratura, la pubblicazione di queste fan fiction? In che modo è in relazione con la ricrittura?

Iniziamo mettendo le definizioni a confronto: per riscrittura si intende “l’azione e l’operazione di riscrivere”[2] mentre con fan fiction parliamo di “opera narrativa [fiction] di ammiratori [fan]”[3].

Ora possiamo notare una strana discrasia: un autore che riscrive un’opera si può considerare un ammiratore della stessa, ugualmente chi scrive fan fiction. Simile è il prodotto finale, in entrambi i casi, un testo. Se proprio dobbiamo osservare una differenza, essa sta che quasi tutte le riscritture diventano un libro mentre la maggioranza delle fan fiction rimane sul web.

Accade, però, in alcuni casi, che la fan fiction esca dalla rete e approdi in libreria; sono proprio questi fenomeni che vogliamo qui interrogare per vedere quale sia la reale differenza tra ri-scrittura e fan fiction.

Negli ultimi anni ne sono state pubblicate alcune: Cinquanta sfumature di grigio di E. L. James nel 2011 (ex fan fiction di Twilight di Stephanie Meyer), After di Anna Toddnel 2014(ex fan fiction sulla band One direction), per citarne solo un paio. È interessante notare come questi esempi sono sì tratti da un’opera originale ma non conservano niente o quasi che rimandi a essa – forse perché non l’avevano di partenza – e sono a sé stanti, tanto che non troverete pubblicizzato che siano state tratte da un altro romanzo.

Sono un’anomalia e quindi interessanti perché non si possono considerare fan fiction e non sono riscritture.

Diverso è il caso delle riscritture che si presentano in quanto tali: come prima cosa non c’è lo step intermedio della pubblicazione sul web e, in secondo luogo, hanno nel titolo o nel sottotitolo qualcosa che rimanda all’opera originale: il nome della stessa o di un personaggio conosciuto. Omero, l’Iliade di Alessandro Baricco; Elena, Elena, amore mio di Luciano de Crescenzo; L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre di Marilù Oliva; Il canto di Penelope di Margareth Atwood.

Se i canoni per essere riscrittura dovessero essere solo un rimando, esplicito o meno, a un’opera originale e la pubblicazione in forma di libro, allora anche La canzone di Achille di Madeline Miller dovrebbe essere una riscrittura. Non penso si possa considerarsi tale, invece rientra perfettamente nella definizione di fan fiction.

Per far capire il motivo vorrei metterla a confronto con Il canto di Penelope di Margareth Atwood. Ha poca importanza che una riguardi l’Iliade e l’altra l’Odissea, sono apparentemente molto simili e vale la pena metterle a confronto.

Nel caso della Canzone d’Achille, abbiamo una prima persona – Patroclo – che racconta se stesso, la sua infanzia e adolescenza, l’amore per Achille e la guerra di Troia; nel Canto di Penelope abbiamo una prima persona – appunto, Penelope, – che racconta se stessa, la sua infanzia e adolescenza, il matrimonio con Odisseo, l’attesa e il suo ritorno, il tutto intervallato dal coro – omaggio a quello presente nella tragedia greca – composto da dodici ancelle.

La differenza principale – oltre la presenza del coro ovviamente – è lo spazio dato alla storia d’amore e com’è trattata.

Nel romanzo della Miller non è la storia d’amore che fa da sfondo alla vicenda, ma il contrario. Questo genera una piattezza che coinvolge non sono la vicenda – che è penalizzata dal trovarsi, appunto, di contorno – ma anche i personaggi stessi; quelli secondari perché non gli viene dato il giusto spessore e quelli principali perché sono l’uno lo specchio dell’altro e hanno sviluppo.

È evidente guardando come Patroclo parla di Achille.

Quando le sue dita iniziarono a toccare le corde, tutti i pensieri mi sfuggirono. Il suono era puro e dolce come acqua, brillante come limoni. Quella musica era diversa da qualsiasi altra avessi mai sentito. Aveva il calore di un fuoco, la consistenza dell’avorio levigato. Placava e confortava allo stesso tempo. Mentre suonava, qualche capello gli ricadde sugli occhi. Erano sottili come le corde della lira, e splendevano.

Achille tornò a dedicarsi alle corde, e la musica si levò di nuovo. Questa volta, l’accompagnò col canto, intrecciando la sua voce ricca e chiara alle note. Tirò lievemente indietro la testa, mostrando la gola, soffice come la pelle di un cerbiatto. Un piccolo sorriso gli sollevò l’angolo sinistro della bocca. Senza rendermene conto, mi ritrovai a sporgermi in avanti.

La musica e il canto sono descritti con aggettivi che, in realtà, ci parlano di com’è Achille: è lui che è puro e dolce, brillante, che ha il calore del fuoco…

Achille è perfetto e intoccabile, nel corso del romanzo viene ricordato più volte da Patroclo, che sembra esistere per glorificare e pontificarci la sua bellezza e bravura. Allo stesso tempo di lui sappiamo più che cosa non è e cosa non fa rispetto a chi è e come agisce: non è un figlio degno per suo padre, non pare avere talenti, non suona, non combatte. Eppure, quando il padre di Achille gli chiede perché l’ha scelto come compagno, lui risponde che Patroclo «È sorprendente».

Non spiega perché, ma quello che fa intendere è che Achille veda Patroclo nello stesso modo in cui Patroclo vede Achille: lo ama e lo reputa perfetto così come l’altro lo adora e vede perfetto lui.

È un cane che si morde la coda e, quando le vicende della guerra vengono descritte – troppo tardi nella narrazione aggiungerei – non sono forti abbastanza da riequilibrare la storia d’amore.

Una storia è fatta delle sue relazioni, non solo quelle tra i protagonisti – innamorati o meno che siano – ma tra tutti: è questo che le permette di “respirare”.

Proprio questa sensazione di tornare a respirare l’ho avuta leggendo Il canto di Penelope dopo aver finito La canzone d’Achille. La Atwood descrive una Penelope a tutto tondo, che vive delle sue relazioni con gli altri personaggi, i genitori, la cugina Elena, le ancelle e Odisseo. Le scene tra i due hanno meno spazio di quelle che Achille e Patroclo condividono nel libro della Miller, eppure – e forse appunto per questo – risultano molto vivide.

Elena dice che Penelope e Odisseo sono perfetti insieme, perché «hanno tutti e due le gambe corte».

Nel contesto questa è una cattiveria, così viene percepita da Penelope, ma da lettori si noti come la Atwood metta già Penelope e Odisseo sullo stesso piano. Le gambe corte sono proprie della bugie, di Odisseo si sa che è un ingannatore, è interessante come anche al personaggio di Penelope sia data questa chiave di lettura, così diversa da quella che si è abituati ad attribuirle. Non è più la moglie fedele che aspetta il ritorno del marito mentre tesse ma la donna che escogita un piano per ingannare i proci.

Penelope, a differenza di Patroclo, è da subito percepita come un personaggio attivo.

Nel rapporto tra Penelope e Odisseo c’è una progressione: lei viene a tutti gli effetti vinta per essere data in sposa, dice che gli viene consegnata come «un pacco di carne».

Odisseo però con lei si mostra gentile, la coinvolge i un piano perché, durante la prima notte di nozze, gli ospiti fuori dalla porta li lascino in pace.

Era uno dei suoi grandi segreti la capacità di persuasione, riusciva sempre a convincere un altro che si trovavano entrambi di fronte a un ostacolo comune, e che solo unendo le forze lo avrebbero superato.

Durante la notte gli sposi parlano, si scambiano racconti che li portano ad avvicinarsi, tanto che Penelope sente di avere qualcosa in comune con suo marito e che è «una ragione in più per restare uniti e non essere troppo pronti a fidarci degli altri».

E così, il mattino seguente, io e Odisseo eravamo davvero amici, come lui mi aveva promesso. Posso dirlo anche in un altro modo: mi ero accorta di provare una vera amicizia per Odisseo – o qualcosa di più, un vero amore, una vera passione – e lui si comportava come se ricambiasse i miei sentimenti. Non è esattamente lo stesso.

Penelope racconta di sé e dei suoi rapporti con chi la circonda, che sono anche conflittuali, non solo ovviamente con i pretendenti che usurpano casa di Odisseo, ma anche con chi dovrebbe essere dalla sua parte: la madre e la balia di Odisseo, il suo stesso figlio.

Questi piccoli conflitti non solo ci danno l’idea di personaggi “vivi” ma contribuiscono a far muovere la storia.

È appunto il cambiamento nei rapporti, il loro sviluppo e quanto essi sono radicati nella storia che rende dinamica la vicenda; quando invece si hanno due personaggi con un rapporto invariato, inseriti in un contesto abbozzato, la storia risulta piatta.

La canzone d’Achille potrebbe essere ambientata durante qualsiasi altra guerra, poco o niente cambierebbe nei personaggi e nelle loro relazioni. Al contrario è difficile separare Il canto di Penelope dall’Odissea, le radici che affonda nel poema omerico sono solide.

L’interesse per la storia d’amore, alla quale tutte le vicende ruotano intorno e devono sottostare, è sia uno dei maggiori segni che quello che si sta leggendo è una fan fiction, mentre la riscrittura è qualcosa che guarda con un occhio nuovo alla storia originale, ma allo stesso tempo ne riporta l’anima.


[1] https://www.wattpad.com/?locale=it_IT

[2] https://www.treccani.it/vocabolario/riscrittura/

[3]https://www.treccani.it/vocabolario/fanfiction/#:~:text=%C2%ABopera%20narrativa%20%5Bfiction%5D%20di,la%20singola%20storia%20si%20ispira.

In La Seconda Repubblica delle Lettere

I Griffin, Jonathan Franzen e l’importanza dello stile

di Andrea Micalone

Una delle convinzioni più difficili da rimuovere, quando mi trovo davanti a persone che ambiscono a imparare a scrivere (soprattutto nei corsi di scrittura creativa, per ovvie ragioni, ma non solo), è quella secondo la quale le trame, le narrazioni e anche le singole scene possiederebbero una carica emotiva specifica di per sé.

Mi spiego meglio. Chi ha una conoscenza basilare delle meccaniche narrative (o dello storytelling, come va di moda dire), spesso è convinto che le trame possiedono una carica drammatica, o comica, o di altro genere, connaturata alla narrazione stessa. E questa certezza, inevitabilmente, va a ripercuotersi sugli scritti dell’aspirante scrittore (o sceneggiatore, o fumettista, o quel che è). Quest’ultimo, infatti, partendo da un simile presupposto, nel momento in cui deve creare qualcosa di proprio, si concentra nell’ideare scene o situazioni che, a suo modo di vedere, siano già colme di un dato peso emozionale. Così facendo, quando poi si trova davvero a comporre il proprio testo, finisce inevitabilmente per sorprendersi se l’insegnante o i suoi compagni di corso non rimangono profondamente scossi da ciò che ha scritto, o addirittura ridono del suo racconto.

“Come è possibile?” si chiede. “Io avevo in mente una scena drammatica, e questi ignoranti insensibili scoppiano a ridere? Sono esseri senz’anima!” O viceversa: “Io ho scritto una scena spassosissima, e tutti invece si complimentano con me per la malinconia e la tristezza che avrei trasmesso?” La ragione molto semplice che si cela dietro questo “enigma” è che le trame e le scene non possiedono una carica emotiva propria.

La qualità emotiva di una data scena è, invece, resa esclusivamente dallo stile, e da nient’altro. Non appena proclamo quest’affermazione nei corsi di scrittura, tutti corrono a confermarla. Sono d’accordo: è logica e indissolubile. Per quanto possano mostrarsi d’accordo, però, al primo racconto seguente che devono scrivere, incappano di nuovo negli stessi identici errori fatti in precedenza. E questo accade, io credo, perché banalmente saper giocare con lo stile non è certo roba che si apprende in due minuti. Conoscere in linea teorica la questione non significa saperla già mettere in pratica. Ma conoscere un concetto in linea teorica non significa neppure averlo realmente compreso. Se, infatti, io posso esprimere questa “regoletta” a voce (se lo sia davvero, una regola, ora non c’importa), e se i corsisti annuiscono con l’aria di chi ha compreso, basta poi mostrare loro un video per dimostrare quanto siano ancora distanti dall’avere inteso a fondo ciò che intendo dire.

Prendiamo, ad esempio, questo video: “Peter Griffin dimentica come ci si siede” (potete visionarlo a questo link di YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=tTuaIqzW2lY ).

“I Griffin”, per chi ancora non lo sapesse, sono un cartone animato americano, creato da Seth MacFarlane, indicato per un pubblico adulto. Fanno della demenzialità più estrema la propria chiave comica, e ogni puntata è costellata di gag come quella di cui sopra, totalmente nonsense e, proprio per questo, divertenti (almeno a parer mio. Se non vi fa ridere perché vi pare troppo stupida, amen). Se viene mostrato questo video a degli aspiranti scrittori e si chiede loro: “una simile scena potrebbe risultare drammatica?”, la risposta (escludendo quelli che vogliono brillare da subito) suonerà netta: “No. Mai.”

Come potrebbe, infatti, risultare drammatico uno sciocco omone che dimentica come ci si siede e si tuffa in modo goffissimo sulla poltrona? Ebbene, prima di andare avanti, vi do un piccolo avvertimento. Se ora vi sembra impossibile che una simile scena possa essere resa in modo drammatico, quando vi mostrerò che non è così, direte: “Ah, be’, ma in questo modo è ovvio che il tuo discorso funziona”. Sul primo momento questa frase vi parrà un’opposizione al mio ragionamento, ma se vi fermerete un minuto in più a pensarci, vi accorgerete che questa “ovvietà” quasi sospetta è, in realtà, proprio l’ovvietà di cui vi parlavo in principio: lo stile genera la carica emotiva della scena, e non il contrario. Lo stile è tutto, insomma (e per stile, qui, intendo un mare di cose: la voce dell’autore, l’atmosfera, le parole utilizzate, le scelte artistiche; insomma: lo stile). Prendiamo adesso il romanzo “Le Correzioni” di Jonathan Franzen (Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi, edizione 2002; colgo l’occasione per ringraziare la casa editrice e la traduttrice, che mi hanno concesso di riportare in questo articolo il frammento seguente). Andiamo a pagina 66 e leggiamo (qui troviamo l’anziano Alfred Lambert alle prese con i primi problemi datigli dall’Alzheimer e dalla vecchiaia in generale):

In soggiorno, Alfred stava raccogliendo il coraggio per sedersi sulla chaise longue di Chip. Meno di dieci minuti prima c’era riuscito senza incidenti. Ma ora, invece di rifarlo e basta, si era fermato a pensare. Solo di recente si era reso conto che alla base dell’atto di sedersi c’era una perdita di controllo, una caduta cieca all’indietro. La sua eccellente poltrona blu era come un guantone da baseball che accoglieva con delicatezza qualunque corpo gli piombasse addosso, a qualsiasi angolazione e velocità; le sue grandi e abili braccia a orso lo sorreggevano mentre eseguiva la cruciale manovra cieca. Ma la poltrona di Chip era un pezzo di antiquariato, troppo bassa e scomoda. Alfred le volgeva le spalle, esitante, con le ginocchia piegate quel tanto che glielo consentivano i polpacci neuropatici e con le mani che scavavano e brancolavano nell’aria dietro di lui. Non riusciva a decidersi. E tuttavia c’era qualcosa di osceno in quello stare semiaccovacciato e vacillante, qualcosa che gli ricordava il gabinetto, un fondo di vulnerabilità che gli parve così intensa e allo stesso tempo così spregevole che, unicamente per farla finita, chiuse gli occhi e si lasciò andare. Atterrò di peso sul fondoschiena e proseguì all’indietro, fermandosi solo quando arrivò con le ginocchia a mezz’aria.

– Al, va tutto bene? – gridò Enid.

– Non capisco questo mobile, – rispose lui, sforzandosi di raddrizzarsi e di assumere un tono energico. – Dovrebbe essere un divano?

Di nuovo: un omone tutto d’un pezzo che, per brevi istanti, non è più sicuro di come ci si sieda e di cosa abbia sotto di sé (leggendo soltanto questo frammento, il personaggio potrebbe sembrarvi solo un anziano in lieve difficoltà; ma chi ha letto l’intero romanzo sa invece che Lambert è già preda dell’Alzheimer, e che nel resto del libro faticherà in atti altrettanto banali; insomma: se qui non ha dimenticato del tutto come ci si siede, è in procinto di farlo). Ora, invece di vedere una gag simpatica, ci siamo trovati davanti un uomo che, a causa della vecchiaia e di una malattia, fatica in uno degli atti teoricamente più sciocchi e quotidiani che possano esistere. E proviamo un innegabile dolore, una rabbia cieca verso la vita che col tempo porta via con sé ogni cosa. Mi si potrebbe opporre che, in questo secondo caso, Alfred non si tuffa in modo stupido, e alla fine atterra nella maniera giusta, e che insomma non vi sarebbe effetto comico solo perché non vi è un atterraggio scomposto. Ma è davvero così? Immaginiamo se la scena si concludesse nello stesso identico modo del video: l’uomo si lancia e crolla in modo disarticolato sulla poltrona.

No.

Comunque ora non ci farebbe più ridere.

Anzi, sarebbe ancor più drammatico di quanto già lo è il frammento del romanzo. Sarebbe il cedimento definitivo di un malato. Ma allora cos’è che in questo secondo caso ci addolora e nel primo caso ci diverte? La conoscenza del contorno? Della malattia? In parte, certo, ma non del tutto: del resto, proprio “I Griffin” traboccano di gag politicamente scorrettissime su malattie e quant’altro: black humour allo stato puro. Questa conoscenza, dunque, in realtà va soltanto a sommarsi, appunto, allo stile del racconto. È esso, proprio esso, lo stile, a determinare il respiro della scena e a donarle una determinata carica emotiva.

Ma la scena di per sé? Quale carica emotiva avrebbe?

Questa è una domanda da un milione di dollari a cui non credo vi sia risposta. Nella realtà, probabilmente, saremmo più sul versante drammatico, ma una scena di una narrazione non è realtà. Una scena è una scena. Una scena non esiste di per sé. Una scena esiste soltanto nello stile in cui l’artista l’ha concepita.

In Narrature

Tutto fritto

di Michele Scarpelli

L’antro giorno ho visto Paolino. Lui, Morena e la piccola Eliana stanno bene. C’avrebbero bisogno de più soldi per tira’ su quella pora creatura, ma, come ho detto io sempre: “I soldi nun crescheno sull’alberi, vanno guadagnati”. Questo Paolino ce lo sa. Che nun m’ha visto lavora’ tutti i giorni come un somaro per quarant’anni? Certo che me c’ha visto. A proposito de lavoro, stamatina la signora Brinchioni è caduta in bagno e s’è rotta il femore. Il figlio è venuto in guardiola a cerca’ aiuto, ma Oreste stava a da’ una mano all’antennista. So’ dovuta anna’ io co’ lui. Pora vecchia signora Brinchioni, rincojonita com’è, è scivolata sulle piastrelle umide e ha fatto proprio un bel chioppo. Per fortuna, con quel culone che s’aritrova, ha ammorbidito la tranvata. L’ambulanza c’ha messo una ventina de minuti per arriva’. Io e Roberto, il figlio della signora, li abbiamo aiutati a carica’ la vecchia. Eravamo in quattro e quasi non ce se faceva, saranno stati ducento chili. Menomale che Oreste stava co’ l’antennista, sennò a lui co’ la sciatica c’ha, avrebbe dovuto passa’ una settimana fermo a letto. Spero che ora la signora Brinchioni sta meglio, con noi è sempre stata gentile, pure quando l’amministratore doveva decide se manda’ in pensione Oreste lei c’ha difeso. Oreste poi è tornato in guardiola, mo la TV se dovrebbe vede bene, e io, visto che la posta già l’ho consegnata, ho pensato de anna’ a fa’ la spesa. Oreste vole che vado al supermercato perché costa de meno, ma io ogni tanto vado alle bancarelle sotto casa, ormai so’ amici, non ce se pò non andacce più.
È una settimana che c’ho ‘sta voglia de baccalà, così so’ passata da Mimmo, no da Nicola, lui costa de meno, ma il pesce suo è sempre un po’ fracichetto. Già che c’ero me so’ presa pure qualche moscardino e calamaro, stasera tutto fritto. Poi sono passata da Tamara, ora è lei che gestisce la bancarella. Il vecchio Delio s’è ritirato ed era pure ora che, con quei du’ denti che s’aritrova, quando che parla sputa sempre sopra a tutta la verdura e io poi a casa dovevo lavalla nell’varecchina. Da Tamara c’ho preso: zucchine per fiori fritti, carciofetti da fa’ alla giudia, melanzane no perché a Oreste non piaceno, fagiolini da fa’ in umido domani e puntarelle per pranzo. Poi de frutta: arance, pere villiams e un paio di banane. Ci stavano pure le fragole, Tamara ha detto che so’ bone, ma per me non è ancora stagione, chissà quelle da dove vengheno, quindi ho detto che le fragole no. Dopo che ho preso il pesce, la frutta e la verdura sono andata dal pizzicarolo. Marinelli se sa in tutta Roma che è un gran ladro, ma a esse bono, è bono. Una volta c’ho pure visto che ce giravano una puntata di uno di quei programmi de cucina di quelli che non posso vede’. Li fanno su Scai e Oreste m’ha detto che costa troppo, ma che tanto a me non m’interessa perché là fanno solo programmi de cucina raffinati.
Quindi, dicevo che una volta ho visto che stavano a gira’ ‘sta puntata e che ce stavano due signori che parlavano co’ Vincenzo, il famoso signor Marinelli pizzicarolo, e mentre che discutevano magnavano. Parlavano e magnavano. Rosette, salame, salsiccette, ricotta, pecorino, coppiette, prosciutto e caciottine. Se magnavano tutta ‘sta roba e più che a discute’ stavano tutti e tre a grida’ come noi ar mercato. A me tanto raffinati non me so’ sembrati, ma Oreste dice di sì perché ‘sto Scai costa tanto, quindi
sarà vero. Da Marinelli ho preso delle cose bone per pranzo: una provoletta, pizza bianca, un po’ de porchetta e un fiaschetto de Frascati. È meglio resta’ leggeri, visto che stasera tutto fritto. Ho speso diciassette euro, mannaggia al signor Marinelli. Fatta ‘sta spesa so’ tornata a casa. Ormai era quasi l’una, quindi me so’ messa ad apparecchia’ e a prepara’ il pranzo. Ho pulito le puntarelle, ma me so accorta d’esserme dimenticata da compra la pasta d’acciughe. “Mo sai quanto scassa Oreste?” me so detta, ma ormai non ce potevo fa’ più nulla. Dopo ave’ preparato tutto, siccome che Oreste stava ancora chissà dove a lavora’, ho pure pulito i carciofi e preparato la pastella per frigge’ stasera. Questa roba Paolino se la scorda, poro figlio. Morena è tanto cara, ma in cucina non ce s’aritrova tanto bene. Magari domani, se ho tempo, vado dal macellaio e gli faccio du’ fettine da porta’ a casa che gli piacciono tanto.
Oreste è arrivato all’una e menzo e non me c’ha mannato per via della pasta d’acciughe? Io gli ho detto che mi dispiace, tanto già ce lo sapevo che avrebbe fatto così. Però poi magna’, ha magnato. S’è pure sgranocchiato tutta la cotica della porchetta che a me non m’è mai piaciuta, troppo volgare. Dopo che s’è scolato mezza boccia de Frascati, per fargli piacere, gli ho detto che per cena facevo tutto fritto. Lui,
un po’ incocciato, m’ha guardato in un modo che non te dico. “Come tutto fritto? Me ce voi avvelena’?” ha gridato. Io gli ho spiegato che me ce morivo da ‘na settimana per il baccalà e che quindi, una volta che ero ar mercato, m’ero fatta prende’ e avevo deciso de fa una cena tutta fritta. “C’ho già avuto due ‘nfarti, me voi fa’ veni’ il terzo?” m’ha rimproverato lui. Io gli ho detto che se vole, posso pure non frigge’. Oreste s’è arzato da tavola tutto incazzato e, senza risponde’ antro, s’è messo il giornaletto de Tex sotto all’ascella e s’è chiuso al cesso. Io ho pulito la tavola, poi me so allungata sul letto, ma non ce so’ rimasta più de ‘na mezzoretta. Verso le tre infatti me so’ ricordata che dovevo anna’ a da’ l’acqua alle piante dei Rivelli. Loro stanno in vacanza all’estero per il compleanno della figlia e la signora Rivelli ce tiene tanto ai fiori sua, che in effetti so’ proprio belli. In primavera inontrata il loro barcone è di tutti il più colorato. Il signor Rivelli però è un po’ stronzo, lui all’amministratore gli aveva detto de mannacce via a me e Oreste, ma la signora e la figlia, che so’ tanto carucce, hanno detto che volevano che restavamo e alla fine l’hanno convinto. Quindi, quando che so’ entrata nell’appartamento, ho aperto le finestre per cambia’ un po’ l’aria, ma no per fa’ piacere a Rivelli, ma per la signora e la figlia. Ho dato l’acqua alle piante, che me sembrano sul punto di sbocciare, ho richiuso tutto e so’ scesa. Mentre che stavo in ascensore, continuavo a pensa’ alla cena de stasera: “C’ho ‘na voglia de baccala che non te dico”. Poi me so’ ricordata che ce stavano le scale della palazzina C da puli’. Ereno almeno due settimane che non le lavavo. Ho preso lo scopettone e il secchio e c’ho dato lo straccio col disinfettante, quello che puzza, perché de quella palazzina me stanno tutti sul cazzo. Subito Moretti, l’inquilino del secondo piano, è venuto a lamentasse per la puzza, ma io gli ho risposto che il disinfettante bono era finito, così se ‘mpara n’antra vorta a non saluta’ mai e a non da’ la mancia a Oreste a Natale.
Finito de lava’, per fortuna non c’ho avuto antre rotture e me so’ messa a prepara’ il pesce. “Ma che me frega de quello che dice Oreste, io stasera friggo,” ho pensato. Quindi ho tagliato ad anelli i calamari e pulito per bene il baccalà. Siccome però che era ancora presto, me so messa alla TV e devo di’ che quell’antennista il lavoro suo lo sa fa’, perché finalmente riuscimo a vede’ tutti li canali. L’ho detto a Oreste che era tutto felice, perché così mo’ stasera se pò vede’ un film d’azione de quelli che gli
piaceno tanto. Verso le sette ho cominciato. Ho ammollato per bene nella pastella il baccalà e
i fiori di zucca e l’ho buttati nell’olio. Poi ho cominciato a frigge’ i calamari e i moscardini e alla fine ho fatto i carciofi alla giudia, che quelli so’ i più difficili de tutti.
Certo che a frigge’ se suda, me so’ presa ‘na scallata che manco a agosto, ma ne vale la pena. Quando che a cena Oreste ha visto tutta quella roba ha sospirato, però mica ha detto gnente, s’è messo a magna’ come al solito e s’è scofanato tutto. S’è fatto pure l’antra mezza boccia de Frascati, poi ha cacciato un rutto e se n’è annato alla TV.
Poro Oreste, pure a lui ogni tanto bisogna fallo contento, pure quando dice de no, sennò rischia che piano piano me se trasforma in una bestia. Dopo che ho finito de mette in lavastoviglie li piatti so’ annata pur’io alla TV e devo di’ che quel film de botti e de spari n’era così brutto come me credevo. Essendo però che ero stanca, verso le dieci e menzo ho salutato Oreste, me so’ messa il pigiama felpato e me so’ ‘nfilata sotto alle coperte. Prima d’addormentarme ho pensato: “Devo proprio compra’ dell’agnelletto da fa’ al forno, me ce va proprio. Speramo che domani sia ‘na giornata caruccia come a questa”.

In Narrature

Appuntamento con Anastasio

di Danilo Grasso

Un uomo era entrato in una chiesa. Aveva un coltello in mano. Corse urlando: «È arrivata! È arrivata!». Tutti i presenti lo guardarono esterrefatti, alcuni bisbigliavano tra loro, altri ridevano. L’uomo, con sguardo sereno, si tagliò la gola.

Era una calda giornata di luglio. Il treno si era appena fermato. Nei lunghi viaggi di lavoro avevo sempre respinto l’idea di prendere l’aereo. In treno la mia mente fantasticava, immaginavo una vita diversa dalla solita. Quella mattina avevo letto l’articolo di un suicidio di un uomo in una chiesa. Eventi come quello mi portavano a riflettere sulla vita, preziosa e troppo breve.

Mi sporsi dal finestrino e lo sguardo cadde su una coppia di anziani che si tenevano per mano. Sembravano felici. Il treno riprese la sua corsa, quando notaiun uomo avvicinarsicon passo rapido, estrarre una pistola dalla giacca e spararsi. Subito dopo la coppia fece la stessa cosa. Avevo paura.

Mi tornò in mente quella sensazione di malessere che della notte precedente. Distolsi lo sguardo dal finestrino, cercai intorno a me qualcuno che avesse notato l’accaduto. Nessuno.

Tornai per un attimo ad ammirare le distese di girasoli e papaveri. Presi il cellulare in cerca di notizie, non trovai nulla.

D’un tratto si spense. Pensai si fosse scaricata la batteria, ma mi accorsi che agli altri passeggeri era accaduta la stessa cosa. Ogni apparecchio elettronico aveva smesso di funzionare. Anche il treno arrestò la sua corsa. Il controllore chiese a tutti di scendere. D’un tratto qualcuno urlò che c’era una bomba.

I passeggeri scesero in fretta, spingendo verso le porte d’uscita. Attorno a me delirio, caos. Ruppi il finestrino e aiutai una donna incinta a scendere. Camminammo fino ad arrivare in un paese vicino.

La gente si riversava nelle strade, correndo e urlando. Giovani coppie innamorate vivevano il loro amore. Alcuni litigavano per un oggetto rubato, auto distrutte, negozi saccheggiati. Passammo davanti ad una chiesa e vedemmo una moltitudine di persone che pregava, supplicava e gridava: «Perdonami. Assolvimi dai peccati». Il prete, disperato, chiedeva perdono per quelle false confessioni.

Due di loro ci seguirono spaventati, cercando una via d’uscita, un riparo.

Un autobus si avvicinò e l’autista: «Salite, andiamo via da qui». Ci allontanammo. Arrivammo in un casolare abbandonato.

D’un tratto nel cielo comparve un bagliore accecante. Durò un istante, poi tutto tornò come prima. L’autista accesela radio. In ogni stazione si ascoltava un solo messaggio: «A tutti coloro che sono in ascolto,il bagliore di luce apparso nel cielo era divino.Ha salvato le persone pure e i penitenti sinceri. Chiunque è rimasto sulla Terra è condannato. Questa mattina un uomo, da sempre screditato nella nostra comunità, ha rivelato che il Giorno del Giudizio è arrivato. Nessuno gli ha creduto e ora…». In un funesto silenzio, guardai gli altri, disperati. Il vescovo continuò: «Pregate, chiedete perdono. Vivete l’ultimo istante senza rimpianti».

La radio si spense. L’autista tentò di rimettere in moto l’autobus senza riuscirci. Nell’angosciante attesa, ognuno di noi, a turno, si confessò. Ripensai alla coppia di anziani. Ora capivo quel gesto che mi aveva lasciato incredulo. Erano morti, insieme, tenendosi per mano.

Toccava a me confessarmi. Osservai il cielo, poi guardando ognuno dei presenti: «Mi chiamo Anastasio, cioè resurrezione; ora che ci penso, è tragicamente ironico. La piccola fenice. È così che mi chiamava la mia famiglia. Ho commesso tanti errori nella vita, ho rimpianti, come tutti. Il più grande di tutti è quello di non essermi sposato, di non aver trovato una persona con cui condividere mia vita. Sono solo».

Il cielo si oscurò, la terra iniziò a tremare. La fine era giunta. Un lampo di luce aprì il cielo. Mi sentii sollevare. Guardai verso il basso e vidi ogni cosa diventare sempre più piccola. Di colpo una luce forte ma accogliente mi travolse il viso. Ero felice. Mi sentivo rinato.

All’improvviso sentii delle voci lontane che a poco a poco si fecero sempre più nitide. Erano i miei compagni di corso che mi stavano richiamando all’attenzione. Una possente figura si avvicinò con passi pesanti, urlando: «Se non è interessato alla lezione e preferisce dormire, la prego di uscire dalla mia aula!». Le parole del professore diventarono impercettibili sussurri. Ripensai al viaggio in treno e ora questo. In quel momento capii le parole del mio editore: «Se vuoi diventare uno scrittore cerca di preferire sempre l’illusione alla disperazione».

In La Seconda Repubblica delle Lettere/ Narrazioni

“Ulisse” di J. Joyce, una lettura – 0

di Demetrio Paolin

Il 2 febbraio 1922, giusto 100 anni fa, per l’editore nonché librario, Shakespeare &Co esce Ulisse di James Joyce. La data così tonda e precisa rappresenta una occasione superba per prendere nuovamente in mano il romanzo e provare a condividere, nel corso delle prossime settimane, la mia lettura insieme a voi lettori di Lettera Zero (*). L’idea mi è tornata alla mente quando, girando tra i social, mi sono imbattuto in un post che chiedeva, non so quanto ingenuamente: “Ho comprato l’Ulisse di Joyce: come devo affrontarlo?”. L’unica risposta, sensata mi vien da dire, che sono riuscito a formulare è stata: “Prendi il libro, siediti su una sedia/poltrona e leggilo”. Se l’unico modo per affrontare un libro è leggerlo, mi sono convinto che sarebbe stato interessante tenere un diario di lettura settimanale, in cui annotare le pagine lette e dire ciò che ho pensato, immaginato, riflettuto durante la lettura in progress del libro. Ovviamente mi sono posto il problema della traduzione da scegliere: ho deciso per quella di Mario Biondi, edita da La nave di Teseo. La scelta non è stata facile: ho nella mia libreria più copie dell’Ulisse (solo il numero di esemplari della Commedia di Dante supera quelli del romanzo di Joyce), ho l’edizione – classica – della Mondadori, l’edizione della Newton Compton con la traduzione di Terrinoni, quella della Feltrinelli a cura di Ceni, quella di Einaudi con la traduzione di Celati, la Mattioli 1881 con la traduzione di Crescenzi, Giuliani e Viazzoli. E infine l’originale in lingua. Dato questo elenco mentirei se dicessi che questa è la prima volta che affronto la lettura dell’Ulisse: l’ho letto altre volte (due completamente, alcuni spezzoni più volte), ma sono convinto che le riletture siano sempre un modo nuovo e diverso per entrare nel testo. Perché, infine, ho scelto Biondi? Perché nella mia opinione, né da esperto traduttore, né da madre lingua che conosce i segreti e i trucchi che Joyce ha lasciato, Biondi è riuscito a rendere meglio la grandezza del romanzo, di cui involontariamente e per antifrasi la Woolf ha scritto il miglior giudizio: «Il libro è prolisso. È torbido. È pretenzioso. È plebeo, non solo nel senso di ovvio, ma nel senso letterario». Questa idea di bassezza e di sordidezza che la Woolf ravvisa nell’Ulisse, mi ha ricordato in qualche modo gli autori per periodo altomedievale con il loro latino rozzo, basso, imbarbarito dalle parlate volgari, ma perfettamente coerente con i temi dei loro testi – sermoni, storie di santi, storie di miracoli, di martiri – citati da Auerbach nel suo Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità e nel Medioevo (Feltrinelli), il sermo, la lingua, che Joyce usa è un sermo humilis ovvero concreto, basico, scatologico; proprio perché Joyce, come gli ignoti o meno predicatori e scrittori, che si trovano a dover scrivere nel momento di crisi e di passaggio da una realtà storica definita a qualcosa di oscuro, che ha prodotto non solo un cambio di immaginario, ma una modifica e un allentamento delle regole sintattiche, dell’uso delle proposizione e delle parole, creando una lingua totalmente nuova per i bisogni del pubblico a cui si riferiva, rivive nella stessa situazione – temporale e linguistica – con l’Ulisse. Ovvero la presunta illeggibilità de L’Ulisse è in realtà la fondazione di una diversa idea di lingua, di pubblico e di immaginario, che è quanto chiedo a un testo. Ad esempio non mi domando mai se/perché sia un classico, ma, con molta più prosaicità, perché le parole che leggo mi costringono a girare la pagina e ad arrivare fino alla fine. Un libro, per me, è sola scriptura, la lettera del testo, l’ingegnoso susseguirsi dei lemmi, della sintassi e dei periodi. Sono convinto che il libro non sia un’opera aperta ma chiusa, e che le sue ragioni sono da ricercare nel testo, dentro il testo, nelle lacune e nelle presenze, negli hapax e nelle ripetizioni e la logica compositiva di quel che viene letto. Quindi per me L’Ulisse di Joyce è un insieme di parole che si susseguono, e che formano frasi di lunghezza media, che secondo le statistiche di Franco Moretti (Un paese lontano, Einaudi) si aggirano intorno alle 7 parole, e raccontano la giornata ordinaria di un uomo.

Alcuni potrebbero chiedersi: “Questo modo di leggere può avere un senso?”. Provo a rispondere con un esempio o meglio con una fantasia. Il mio desiderio più profondo – chissà che prima o poi non abbia il coraggio di farlo – sarebbe costruire sull’Ulisse una sorta di performance artistica: prenderei una telecamera e la posizionerei fissa sullo schermo, prenderei una vecchia macchina da scrivere e incomincerei a ricopiare lettera dopo lettera, parola dopo parola, periodo dopo periodo l’Ulisse. Ho la certezza che alla fine ognuno di noi, ognuno che abbia assistito per intero a questa operazione, ne uscirebbe con una consapevolezza aumentata del mondo e della vita. L’unico modo di leggere un libro è ricopiarlo. Ecco: nelle mie vene scorre un residuo minimale del sangue di un qualche monaco irlandese che, quando ogni cosa si disfaceva (i barbari alle porte, l’impero perduto), copiava senza capire i testi antichi per ore e ore nello scriptorium; e così quando le ombre si allungavano e non bastavano le luci delle candele per vedere le lettere si stiracchiava, usciva e si dirigeva, finalmente, alla sua minuscola cella per fare compieta, poi s’addormentava e nel dormire sognava, e nel sogno c’erano bestie e draghi, e – vinta l’ultima difesa razionale – appariva il serpente e la mela e, infine, Eva, nuda, sconosciuta e nuova che diceva “Sì: lo voglio. Sì!”.

(*): Gli articoli verranno pubblicati a partire da lunedì 14 febbraio e avranno cadenza settimanale. Stiamo pesando anche di creare un canale Telegram per riunire coloro che vogliano iniziare una lettura condivisa del romanzo di Joyce e condividere spunti, riflessioni e impressioni di lettura con gli altri;

Se siete interessati potete mandare una mail dpaolin@gmail.com con oggetto: Lettura condivisa Ulisse.

In Narrature

Quando era sabato

di Michele Scarpelli

“Chi è?” domandava il nonno.
“Non lo so, è per te”, rispondevo.
Lui sospirava, poi, tenendo la cornetta in mano, di modo che potesse sentirlo anche la persona che lo aveva chiamato, aggiungeva:
“Sarà qualche rompicoglioni”.
E in effetti era quasi sempre così.
I miei sabati mattina cominciavano quando venivo accompagnavano a casa dei nonni, quando cercavo inutilmente di fare i compiti. Il loro appartamento era al primo piano, proprio sopra un rumoroso supermercato aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. La casa invece era piccola, ma ben arredata. La cucina comunicava con lo studio del nonno attraverso una piccola finestrella, ed era da lì che la nonna mi controllava mentre cercavo di risolvere problemi o di svolgere un tema. Mio zio invece arrivava verso le undici e si chiudeva in salotto, per dare ripetizioni private di violoncello.
Perché le facesse lì anziché a casa sua è rimasto sempre un mistero. Oltretutto i suoi allievi sembrava non non progredire mai. Ricordo una signora cinese sui trent’anni che prendeva lezioni da più di cinque, la quale, invece di migliorare da un sabato all’altro, a ogni lezione sembrava andare indietro. Per tutta la casa risuonavano stridii sgraziati e note stonate, ma data la determinazione della donna, per mio zio si trattava certamente della sua allieva migliore. Senza speranza, ma piena di soldi.
Tra l’altro, ci siamo sempre domandati come comunicassero, dal momento che mio zio è una persona estremamente taciturna e che lei non spiccicava una parola di italiano.
Studiare dunque durante quelle lezioni strazianti, quelle agonie di un’ora e mezzo, era piuttosto difficile e lo era ancor di più quando i miei nonni litigavano. Succedeva sempre per un qualche futile motivo e la cosa incredibile era che mentre il nonno gridava, visto che non poteva farne a meno quando si arrabbiava, restava alla sua scrivania, disegnando con un’attenzione e una precisione degna di chi ha raggiunto la calma interiore. Alzava la voce a livelli talmente alti che quasi non si sentiva lo squillo del telefono, il quale puntualmente cominciava a suonare ogni volta che c’era una discussione, finché non andavo a rispondere. Non oso immaginare cosa potesse sentire dall’altro capo del telefono il povero malcapitato che aveva deciso di chiamare quel sabato mattina, dovendo oltretutto sopportare il fatto di essere additato come un rompicoglioni.
Aspettavo il pomeriggio sempre con grande ansia, perché io e i nonni avremmo fatto sicuramente qualcosa di divertente, a parte le volte in cui ero costretto ad andare a messa con la nonna. In quei casi mi sentivo davvero fregato. Solitamente, se restavamo a casa, disegnavamo oppure cercavamo di realizzare dei pupazzetti di cartapesta. A volte mi mettevo a scrivere una delle “Avventure di Ciccio” su un grosso quaderno. Erano storie che raccontavano la vita di un bambino, Ciccio appunto. Non ricordo di cosa parlassero, ma ricordo che alle illustrazioni ci pensava il nonno.
Erano molto belle, l’unica cosa che valesse veramente la pena guardare in quel quaderno. Se uscivamo andavamo invece a Piazza di Spagna a tirare quattro calci a un pallone, oppure, sotto Natale, alle bancarelle di Piazza Navona a comprare i personaggi del Presepe. L’atmosfera lì, in quel periodo, era incredibile. L’odore della porchetta, dello zucchero filato e delle mandorle caramellate si mischiava insieme in una sorta di odore paradisiaco. Salivo sulla giostra e poi guardavo Pulcinella prendere a mazzate e farsi prendere a mazzate allo spettacolo delle marionette. Infine, mentre tornavo a casa, con un sacchetto pieno di marzapane, torroni, duri di menta e mele stregate, mi mangiavo felice la mia merenda: rosetta con la porchetta, ovviamente.
La sera, le volte che cenavamo a casa, mangiavamo sempre riso allo zafferano, sogliola, patatine fritte e pan di Spagna. Mia nonna cucinava benissimo, eppure al nonno gli era presa la fissazione di prepararsi le cose da solo. Passava ore a cucinare degli strani intrugli, solitamente zuppe dall’aspetto molto poco invitante. Prendeva le ricette da vecchi libri, ma non di cucina, bensì da alcuni romanzi che aveva letto e cercava di rivisitarle. “Volete assaggiare? Guardate che è buonissima”, insisteva, cercando inutilmente di convincere me e la nonna. Poi, dopo qualche cucchiaiata, le lasciava lì. “Stasera ho poca fame, la metto in frigo e me la riscaldo domani”, diceva, come se il giorno dopo l’avrebbe davvero mangiata. Solo alla fine, quando ormai ero steso sul divano, pieno di cibo e vicino all’abbiocco, ammetteva amaramente: “Stasera ho mangiato malissimo”.
Quando invece si cenava fuori, andavamo da Otello alla Concordia, a pochi metri da casa. Io ci andavo molto volentieri perché mi piaceva l’atmosfera di quel posto. Lì, infatti, i miei nonni conoscevano tutti, dai proprietari agli avventori più affezionati. E del resto sarebbe stato strano il contrario, dal momento che erano tutti grandi amici. Mentre cenavamo, spesso gente come Monicelli, Scola o De Bernardi sbucava fuori da un’altra stanza e veniva a salutarci al tavolo. Discutevano affettuosamente col nonno, la maggior parte delle volte sparlando degli altri. Il piacere del pettegolezzo era per loro un elemento fondamentale, quasi una necessità, sebbene non avvenisse mai con malizia, al contrario. Ho un vago ricordo di questa conversazione, anche se non so con chi avvenne, forse con De Bernardi.
“L’altro giorno ho incontrato Mario per strada, l’ho salutato e lui ha fatto finta di nulla…”.
“Ora che ha compiuto novant’anni si è montato la testa, è diventato un fanatico”, rispose mio nonno. Poi succedeva che il sabato successivo incontrassimo Monicelli e che i due sparlassero dell’altro. Era il loro modo di sentirsi tutti amici, tutti allo stesso livello, senza mai prendersi troppo sul serio. In un certo senso erano delle piccole lezioni che assorbivo senza neanche rendermene conto. Solitamente, infatti, non è che mi si prestasse particolare attenzione in quei momenti, ma sapevo che i nonni non vedevano l’ora di chiudere quelle conversazioni per tornare a godersi la cena con me e tanto mi bastava. Il problema di Otello però era che ogni volta che ci andavamo, il giorno seguente uno tra me e il nonno stava male. La nonna si salvava sempre miracolosamente, ma doveva passare tutta la mattina a pulire il vomito dal pavimento. Ogni volta il nonno diceva:
“Mai più. Non ci torniamo mai più”.
“Sono amici, non possiamo smettere di andarci!” rispondeva la nonna.
“E allora che dobbiamo fare, sentirci male ogni volta tutti quanti?”. Evidentemente sì, visto che continuammo a cenare lì. Il record fu di quattro fine settimana di seguito in cui stemmo male tre volte io e una il nonno. Ora la cucina del ristorante è molto migliorata, ma evidentemente in quel periodo c’era proprio qualcosa che non andava.
La notte dormivo su una brandina in salone e la domenica mi svegliavo verso le otto. Facevo colazione e poi guardavo i cartoni alla TV, cosa proibitissima a casa mia e che mi sembrava essere chissà quale privilegio. Verso mezzogiorno e mezzo i miei passavano a prenderci e tutti insieme andavamo a pranzo fuori, solitamente in qualche pizzeria, di certo non da Otello. Il tutto doveva avvenire però entro le due e mezzo perché alle tre bisognava essere a casa. C’era la Roma e non potevo assolutamente perdermela. Era però verso la fine della partita, quando ormai d’inverno cominciava a fare buio, che una certa malinconia mi assaliva. Il giorno dopo sarebbe stato lunedì e tutto sarebbe ricominciato da capo, un’altra dura settimana di scuola, fatiche e impegni non richiesti mi attendeva. Ed è questa la stessa malinconia che ora mi assale, ricordando nostalgicamente quei tempi, senza poter però più vivere quella trepidante impazienza che mi prendeva all’idea che presto un nuovo sabato sarebbe arrivato e che potessi stare ancora con i miei nonni.

In Narrature

La ragazza del tè

di Carolina Germini

Avete presente quelle conversazioni che si fanno davanti al camino? La scena la immagino più o meno così. Fuori piove e un signore anziano con gli stivali di gomma ancora sporchi di fango accarezza una gatta, mentre la moglie getta altra legna sul fuoco. A quel punto lui con la sua tazza di tè fumante tra le mani, sentendo la gatta miagolare compiaciuta, dirà alla moglie: «Chissà da dove viene, come ci è arrivata qui». Che poi è lo stesso che mi domando anch’io. Chissà dov’è finita, come si è salvata. Un giorno se n’è andata ma non ha più trovato la strada di casa. È successo alla mia gatta. Era appena entrata in calore. Non sapeva ancora controllare gli istinti, forse non sapeva neppure di averli, quando, come una lince, ha scavalcato il cancello e di lei si sono perse per sempre le tracce. E da quel giorno, ogni volta che incontro una gatta striata come lei, per un momento mi illudo che sia ancora viva. Penso: sì, è vero, non è più tornata ma qualcuno l’avrà ospitata, o forse lei una casa non l’ha mai voluta. Non si è mai lasciata addomesticare. È rimasta selvaggia e del resto ha fatto sempre di tutto per dimostrarmelo.

Dei gatti ho sempre avuto paura. Non mi fido del loro istinto, dei loro balzi improvvisi, dei loro salti che non posso controllare. Avevo preso quella gatta con me per cambiare idea, per affezionarmi a un animale che in tanti sembrano amare. Con la sua fuga notturna però mi ha ricordato di essere come lei: incapace di restare quando qualcosa di più forte mi chiama.

Un giorno mi piacerebbe rincontrarla, vedere se ancora scatta quando sente un rumore e se ogni cosa la sorprende e la spaventa come allora. Oggi avrebbe otto anni, che non sono poi così tanti per un gatto. Forse non mi riconoscerebbe né io riconoscerei lei. Dove finiscono gli animali che se ne vanno? E allora non è vera quella storia che sanno tornare a casa. Ma se non sono mai scappati prima, come fanno a riconoscere che quella è casa loro? Ma forse questi ragionamenti non valgono per i gatti. Per loro conta solo l’istinto.

Se decidessi una notte di imitarla e di scavalcare il cancello, dove me ne andrei? Vorrei essere ospitata da persone gentili, come quegli anziani davanti al camino. Vorrei che potessero dire di me lo stesso: chissà da dove viene, come ci è arrivata qui. E io non mi sentirei in dovere di rispondere. Potrei inventare qualsiasi storia, una storia raccontata così bene che anch’io finirei per credere vera.

Se mi chiedessero come mi chiamo non risponderei. Lascerei decidere a loro perché un nome già racconta troppo di noi. E per rinascere davvero abbiamo bisogno di cambiare anche quello. Sono stata ribattezzata una volta, in un bar di una città avvolta dalla nebbia. In quel bar, come in quella città, ci ero finita per caso, vagando, più come un cane però che come un gatto. La signora dietro il bancone mi aveva costretta a ripetere due volte l’ordinazione. Alla terza ero quasi tentata di non rispondere e andarmene via. Aveva l’aria di chi da troppo tempo sogna di essere altrove. Alla fine però mi ascoltò e finalmente potei ordinare il mio tè. Mi accorsi che nella vetrina c’erano alcune lingue di gatto. Presi anche quelle; magari la loro solitudine poteva sconfiggere la mia.

Mi domandai dove quella signora con i capelli rosso cobalto volesse andare, se fosse un posto raggiungibile o se l’avesse inventato lei, a forza di immaginarlo. Doveva avere in mente un uomo, un uomo che forse se ne era andato e lei continuava ad aspettare. Non tornerà, le avrei voluto dire, ma in fondo non la conoscevo e forse quell’uomo non era mai esistito. 

Quella non è una città in cui si torna. Quella è una città di passaggio, dove al massimo si nasce. Deve essere capitato così anche a lui, come la mia gatta non ha ritrovato la strada di casa. Forse la nebbia non lo ha aiutato, ha oscurato anche l’ultimo ricordo che aveva. Ma lei  è ancora lì che lo attende, che si innervosisce di fronte a ogni richiesta di un cliente. Il mio tè quel giorno non arrivava più ed ero tentata, sempre più tentata di andare via. Alla fine scappai. Non mi troveranno, non sapranno mai che che quel tè l’ho ordinato io, pensai. Eppure qualcosa mi trascinò di nuovo lì. Credo la paura di deluderla di nuovo, di comportarmi come lui. Quando rientrai mi disse: Sei tu la ragazza del tè?

Sì certo, sono io. Improvvisamente quella sua domanda mi suonò familiare. Improvvisamente ero la ragazza del tè. Immaginai quello che avrebbe potuto dire la gente. «Eccola lì che arriva la ragazza del tè». Pensai a quel momento come a un rituale. Come a Könisberg le persone regolavano l’orologio quando vedevano Kant uscire per la sua passeggiata, così lì tutti avrebbero saputo che erano le 18, vedendomi sedere a quel tavolo.

Forse anche la mia gatta da qualche parte nel mondo, in una casa di campagna o in un appartamento in città, ha una sua abitudine, qualcosa a cui non può rinunciare. Una volta, questo prima della sua fuga, era già sparita. Mia madre, che come me non ama i gatti ma alla fine si prende cura di tutti, mi telefonò per avvisarmi. Tornai subito a casa a cercarla. Sulla facciata del nostro palazzo avevano da poco montato delle impalcature. Pensai: si sarà arrampicata per infilarsi in qualche appartamento. Così cominciai a citofonare a tutti. Nessuno l’aveva vista. Ma c’è un particolare che ho dimenticato di aggiungere e che invece in questa storia è importante. La sentivo miagolare. Ovunque. Continuamente. Girai tutte le stanze di casa. Niente.  Poi aprii il cassetto del mio letto, dove mia madre tiene le lenzuola e lei di colpo cominciò a soffiare con la coda tutta storta. Chissà da quanto tempo stava lì dentro in quello spazio stretto e soffocante. Quella sua prima sparizione mi aveva in qualche modo preparato alla sua fuga ma quel suo ritrovamento mi aveva anche fatto credere che non l’avrei mai persa davvero. Quando un animale, come la gatta, se ne va ti illudi sempre che possa tornare da un giorno all’altro. Anche dopo anni ti sorprendi ad attenderlo. Forse si prova lo stesso quando si aspetta il ritorno di qualcuno che abbiamo amato.