In Schede

La Venere di piazza Bellini – recensione a “Nata nell’acqua sporca” di Giuliana Vitali

di Valentina di Corcia

La Napoli di Sara è lontana dalle luci della costa, è un andirivieni tra periferie di cemento e vicoli dei Quartieri. Al centro, palpitante c’è piazza Bellini, che nasconde il suo cuore sotterraneo, fondativo. Quella Neapolis che il mare non bagna, per parafrasare Ortese e la sua profezia su una città fatta ancora di troppe zone d’ombra e occhi che guardano altrove. Vitali esordisce con una storia forte, ricca di suggestioni che rimandano un po’ a quell’Acciaio che segnò un altro esordio, quello di Silvia Avallone, ma anche un certo romanzo della controcultura degli anni Novanta. 

Troppo reale per essere la sceneggiatura di una fiction tematica, di quelle che oggi piacciono tanto, crude ma con una morale di sottofondo. Eppure, allo stesso tempo lo stile di Vitali è cinematografico, oseremmo dire documentaristico. È il racconto di un microcosmo disfunzionale, quello costituito da Sara e della sua rete di rapporti, famiglia, amicizie e amori, incastonato in quel macrocosmo, altrettanto disfunzionale, che è Napoli, città delle contraddizioni, di assoluta bellezza e di violenza cruda. Espressione del sublime, per dirla con Kant.

La dipendenza, da crack ed eroina, è il metronomo che regola i tempi e le giornate di Sara e dei suoi amici. La “sostanza” è ossessione, desiderio che si placa per poco, il tempo di una striscia, e poi si ripresenta, duplicato, amplificato, fino a diventare ossessione: unico obiettivo di una vita che sfuma nell’oblio. È come chiudere gli occhi e immergersi, mentre l’acqua gelida avvolge il suo corpo, il respiro si blocca: va in apnea. Si sigilla. La sostanza avvolge, culla e disconnette Sara da ciò che la circonda, e dal passato che preme, doloroso, come sanno esserlo solo certi ricordi.

Sara è una Venere monca che emerge dalle acque stagnanti della dipendenza, una regina degli emarginati che le ruotano attorno come in una danza rituale fatta di furti, violenza e overdose. 

È la storia di Sara che poi incontra Christian, Anna, Gianni e Alessio e, in un primo momento, la narrazione sembra svilupparsi in crescendo, per addizione, ma presto l’entusiasmo iniziale svanisce e le giornate si ripetono tutte uguali, ruotando attorno alle due attività principali: trovare i soldi per farsi e ancora farsi. Tutto il resto è secondario, è scenografia che scorre mentre le giornate sembrano avvolgersi l’una sull’altra, in un tempo che sembra immobile.

È un desiderio continuo, ossessivo e febbrile che si appaga, per poco, solo con la dose. È una fame malsana che mi riporta alla mente ciò che Natalia Ginzburg scriveva in Vita immaginaria, a proposito del film La grande abbuffata: «fra le persone radunate nella casa per mangiare e morire non c’è sortilegio e il cibo è palude di morte». Anche tra Sara e i suoi amici non c’è sortilegio e lo stare insieme è un rito fasullo, una messinscena organizzata solo per consumare droghe e lasciarsi consumare dagli eventi fino a quando qualcosa non cambia e Sara è costretta a compiere una scelta. 

L’aborto di Sara non è un atto politico, come fu per Annie Ernaux: non si tratta di autodeterminazione ma di sopravvivenza agli errori.

Eppure, è anche per lei evento, la sua esperienza è altrettanto alienante, disumanizzante e Vitali lo restituisce con l’immagine plastica di un albero. È un albero a rovescio, quello dei morti. I suoi rami asfittici non spiccano verso il sole ma pendono verso il basso, arresi a quella gravità a cui non possono opporsi, come a una condanna senza appello. Le sue foglie sono nomi, volti e voci sovrapposte, corpi transitati nel corso degli anni lungo corridoi bui e fredde sale operatorie. Così il corpo di Sara che si fa membrana, un diaframma malconcio tra un passato guasto e un futuro sfocato e, allo stesso tempo, è spugna che assorbe tutto ciò che le accade, buono o cattivo, senza distinzione. Qui sta la bravura di Vitali, nel costruire storie e poi dar loro forma, facendo con le parole ciò che uno scultore fa con la creta, fino a rendere i personaggi talmente realistici che il lettore non proverebbe stupore a vederli attraversare la coltre di parole e uscire dalla pagina.

Giuliana Vitali, Nata nell’acqua sporca, Roma, Giulio Perrone editore, 2025, € 17,10