di Ludovico Pio d’Apolito
Non avete mai detto chiaramente che il petrolio fa cadere i governi, fa scoppiare le rivoluzioni, i colpi di stato, condiziona l’equilibrio nel mondo; questo non l’avete mai detto chiaramente; e Lei sa perché? Perché si trattava di dire che, se l’Italia ha perso l’autobus del petrolio è perché gli industriali italiani, questi grandi industriali non se ne sono mai occupati; e Lei sa perché? Perché si trattava di toccare degli interessi che non volevano toccare, non volevano disturbare la digestione dei potenti.
A Lei pare possibile che il destino di milioni e milioni di uomini nel mondo, in questo momento, possa dipendere da 4 o 5 miliardari americani?
Vado avanti, devo andare avanti. Appartengo alla stessa categoria di questi signori che Le cito: il ministro francese Maginot, che aveva fondato l’Union Petrolière Latine, una specie di Eni: avvelenato; Mossadeq, che aveva nazionalizzato il petrolio persiano: eliminato dalla vita politica per rimettere le cose com’erano prima di lui.
Guardi, io di errori non ne ho fatti; ho cercato in Libia, ma siccome avevo trovato la zona giusta, Kennedy mi ha fatto buttare fuori; adesso sto in Iran, in Egitto, in Tunisia; cerco ai margini, anche in coda agli altri, e se mi cacciano via, andrò in Australia, se mi cacciano via dall’Australia, andrò in India; continuerò in tutto il mondo a battermi contro questo monopolio assurdo! E se non ci riuscirò io, ci riusciranno quei popoli che il petrolio ce l’hanno sotto i piedi. (Il caso Mattei, Rosi, 1972)
Nel 1970, il regista napoletano Francesco Rosi decide di fare un film sulla figura dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei, affidandone la parte a Gian Maria Volonté, capace di “rubare l’anima” ai personaggi che interpretava.
L’attore entrò mimeticamente nel personaggio studiandone a fondo la storia. Il film comincia dalla morte di Enrico Mattei, il 27 ottobre 1962.
A bordo dell’aereo pilotato da Irnerio Bertuzzi, partito da Catania, oltre al presidente dell’Eni, c’era anche il giornalista della rivista americana TIME-LIFE, William McHale; il bireattore precipitò a Bascapè, nelle campagne pavesi.
Quando morì Mattei, Giulio Andreotti era ministro della Difesa, il quale nominò la sera stessa dell’incidente la commissione tecnica d’inchiesta che escluse l’ipotesi dell’omicidio, confermata dalla successiva inchiesta della magistratura conclusasi nel marzo 1966.
Rosi, nel suo film, non impose la tesi dell’omicidio, ma dette al pubblico degli elementi di ragionamento per poter decidere per conto proprio se fosse possibile che lo avessero ucciso invece che fosse morto per un incidente. (Citizen Rosi, Gnocchi-Rosi, 2019)
Enrico Mattei era nato povero in un villaggio delle Marche, nel centro d’Italia. Suo padre era maresciallo dei carabinieri famoso per avere catturato un brigante chiamato Musolino. L’infanzia di Enrico era quella della povera gente che per vivere era una fatica; aveva fatto il cameriere a Napoli, alla Zi Teresa; a 14 anni fu apprendista in una fabbrica di letti, poi passò in una fabbrica per la concia delle pelli, a 20 anni divenne direttore di questa fabbrica, andò a Milano e mise su uno stabilimento.
A 39 anni era capo partigiano nella Resistenza. Nel 1945 il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) lo nominò commissario liquidatore dell’Agip, un’azienda dello Stato di origine fascista; il Governo Bonomi, di stampo liberale, lo incaricò di svenderla ai privati, ma Mattei si oppose, perché recenti scoperte avevano individuato la presenza di giacimenti di metano in Valle Padana che potevano dare all’Italia lo slancio energetico per cambiarne la faccia. La tenacia di Mattei lo premiò, ponendo così le basi per il boom economico. Nel febbraio 1953 nacque così Eni (Ente Nazionale Idrocarburi); Mattei, tra i fondatori di essa, ne divenne presidente. (Calia-Pisu, 2017: 50)
Mattei, disobbedendo alle regole della cosiddetta Guerra Fredda, cominciò a stipulare accordi a lungo periodo con l’Algeria, finanziandone la Guerra di Liberazione che stava portando avanti per liberarsi dalla morsa dei francesi, la cui ragione era il petrolio nascosto nel deserto del Sahara; poi con la Persia e il suo Scià. Così facendo si inimicò di non poco le “Sette Sorelle” che erano le compagnie petrolifere internazionali che avevano un ruolo dominante nel mercato del petrolio.
L’Eni iniziò così una nuova formula, basata sul “rapporto diretto” tra paese produttore e paese consumatore; una formula che superava quella del “fifty-fifty” delle altre compagnie che lasciavano solo le briciole ai paesi produttori: Mattei garantiva alle nazioni produttrici gran parte degli introiti, il 75%; una differenza che andava ben oltre l’approccio colonialista del cartello petrolifero.
“Noi non entriamo più come degli estranei in questi Paesi ma in ambito di cooperazione. Naturalmente Eni partecipa sia per quello che c’è di buono che per quello che c’è di cattivo: questo porterà per l’Italia collaborazione economica e politica e dei vantaggi”. (Li Vigni, 2022: 120)
Mattei era un imprenditore, ma aveva anche grandi qualità politiche, tant’è vero che finanziava i partiti per raggiungere i suoi obiettivi che non erano mai però degli scopi di arricchimento personale. Memorabile è la scena nel film Il caso Mattei con il giornalista liberale:
Mattei: “Tutto questo non significa che Mattei è un uomo potente, significa che l’Eni è un’azienda che si muove su Scala Mondiale. È una potenza economica del giorno d’oggi.”
Giornalista liberale: “E’ anche una potenza politica, se vogliamo. Vende metano e compera partiti. Lei dà i soldi anche ai fascisti. Come la mettiamo col suo passato di capo partigiano?”
Mattei: “Sì, è vero. Ma io mi servo di loro come mi servirei di un taxi. Salgo, faccio la corsa, guardo il tassametro, scendo e pago.”
Ebbene sì, anche il Movimento Sociale, il partito neofascista erede di coloro che aveva combattuto durante la Resistenza.
Gherardo Colombo, ex magistrato che fece parte del pool “Mani pulite” negli anni ’90, dirà che l’impostazione di Mattei influirà a creare quel che emergerà in Tangentopoli, questo ricorso sistematico al finanziamento illecito dei partiti. (Li Vigni, 2022: 136)
L’ultima tappa della vita di Mattei, prima della tragica scomparsa, è il viaggio in Sicilia, a Gagliano Castelferrato; egli aveva trovato il metano anche lì e quel 27 ottobre era andato ad assicurare gli abitanti che la ricchezza nel sottosuolo non gli sarebbe stata portata via. Eccovi un estratto:
“Quando chiedemmo di venire in Sicilia, trovammo che non eravamo di moda: allora erano in un momento favorevole tutte le compagnie petrolifere straniere. Io debbo ringraziare la regione siciliana di averci dato tutto quello che in pratica era rimasto, che gli altri non avevano scelto. Volevamo dimostrare anche in Sicilia che cosa potevano veramente fare gli italiani, gli italiani che si rendevano conto di quello che poteva significare questo tipo di progresso per la Sicilia.
Ascoltatemi bene: sarà necessario che tornino molti di quelli che sono andati all’estero perché a Gagliano ci sarà posto anche per loro!” (Calia-Pisu, 2017: 247)
Rosi voleva ricostruire gli incontri che aveva avuto il presidente dell’Eni prima di partite dall’aeroporto di Catania e per fare questo affidò la ricerca a Mauro De Mauro, giornalista de L’ORA di Palermo.
De Mauro: “Pronto?”
Rosi: “Ciao De Mauro, come stai? Ho un lavoro per te. Sto studiando un film su Mattei e mi serve la ricostruzione delle due giornate che ha passato in Sicilia prima di morire. Sì, la gente che ha visto, chi ha incontrato, dov’è stato, i discorsi che ha fatto sì…”
De Mauro: “D’accordo, è inutile che continui. Ho capito, d’accordo. E poi caschi bene perché, dopo la morte di Mattei, il mio giornale, mandò me a intervistare i contadini di Gagliano. Sì, dove fece l’ultimo discorso.” (Rogari, 2025: 57)
Il 16 settembre 1970, De Mauro scomparve mentre tornava a casa a Palermo.
Le ipotesi che si fecero furono molte: Affare Mattei, droga, traffici legati all’edilizia, mafia.
La sceneggiatura de Il caso Mattei era ancora in lavorazione. A quel punto Rosi prese la decisione di entrare nel film in prima persona, dando vita a un’inchiesta nell’inchiesta.
Mauro De Mauro era arrivato a L’ORA di Palermo negli anni ’60.
Aveva un passato fascista nella X Mas del Principe Junio Valerio Borghese. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, aderì alla Repubblica Sociale. Quella da giornalista investigativo in un quotidiano vicino alla Sinistra, impegnato nella lotta alla mafia fu una seconda vita. Rosi lo conobbe sul set di Salvatore Giuliano.
De Mauro mise al corrente Rosi di una prima conversazione che aveva avuto a proposito dell’incarico che gli era stato da lui affidato e poi convennero che questa documentazione, che avrebbe dovuto essere non più di una ventina/trentina di cartelle, l’avrebbe dovuta consegnare subito dopo il Ferragosto e poi Rosi non ebbe più notizie.
Dopo seppero che De Mauro disse che avrebbe scoperto cose da far tremare l’Italia o che nello svolgimento di questo lavoro avrebbe saputo una cosa molto grossa.
Il pensiero che De Mauro potesse essere stato eliminato per la sua inchiesta su Mattei preoccupò molto Rosi. La scomparsa del giornalista il cui cadavere non è mai stato ritrovato, rimane uno dei tanti misteri d’Italia. Nel processo De Mauro, apertosi a Palermo nel 2006, l’unico imputato Totò Riina è stato assolto e la magistratura ha delineato due moventi complottistici dietro la scomparsa del giornalista: uno legato alla morte di Mattei, l’altro legato al fallito colpo di stato Borghese, nel 1970.
Rosi, nella preparazione del suo film, a causa di una fitta rete di complicità che Mattei aveva creato con tutti, si troverà di fronte ad una serie di porte chiuse, come il segreto di Stato.
Trentadue anni dopo la morte di Mattei, un magistrato, Vincenzo Calia ha voluto spalancare quelle porte. All’interno di due armadi della procura di Pavia, ci sono i fascicoli con cui nel 1994 riapre l’inchiesta chiusa nel 1970. Calia smonta la tesi dell’incidente. Mattei è morto in un attentato.
Secondo Calia, l’esplosione era stata causata con sicurezza da una carica di esplosivo di tritolo di circa 100 g posta sul retro del cruscotto dell’aereo, spazio al quale si poteva accedere dall’esterno dell’aereo aprendo un coperchio. La scintilla per fare esplodere questa carica di esplosivo è stata azionata dal comando che determinava la fuoriuscita del carrello.
L’aereo di Mattei, il Morane-Saulnier, precipitò alle 18,40 nella campagna di Bascapè, in provincia di Pavia. C’erano testimoni oculari quella sera. Calia, nell’inchiesta, ha sentito oltre 600 persone.
Quello che rimane di quella notte, i reperti fondamentali per l’indagine, sono stati desequestrati dal tribunale di Pavia per essere esposti in una mostra a Palermo: l’indicatore triplo sul quale sono emerse le tracce dell’esplosione a bordo, come sulla fede di Mattei, gli occhiali, la borsa, i documenti e alcuni frammenti dell’aereo.
Nel suo libro intitolato: Il caso Mattei, il magistrato ricostruisce la lunga serie di depistaggi, manipolazioni, insabbiamenti.
“Un sabotaggio sistematico, fondato sulla corruzione di testimoni oculari e sulla soppressione di prove”, afferma Calia.
È un filmato a convincerlo a riaprire l’indagine, un’intervista a un testimone, il contadino Mario Ronchi.
Intervista originale
Ronchi: “C’era del fuoco, delle fiamme.”
Giornalista: “Che ora era circa?”
Ronchi: “19,10/19,15 …”
[Taglio di audio]
Ad un certo punto, proprio nel momento in cui Ronchi dichiara di aver visto un’esplosione in cielo, c’è un taglio di audio.
Parole che invece rimangono nella sua intervista raccolta da un giornalista del Corriere della Sera e che anche Rosi inserisce nel suo film.
Intervista ne Il caso Mattei di Rosi
Giornalista: “C’erano molte fiamme ancora?”
Ronchi: “Beh, io ho visto il cielo rosso, bruciava come un falò e le fiammelle scendevano tutto intorno. In principio, io credevo che fosse un incendio, ma poi ho capito che era un aeroplano.”
Calia afferma che il contadino viene sentito nei giorni successivi dalla polizia giudiziaria; quindi, dai carabinieri e poi dal magistrato e lui ritratta quello che era scritto sul giornale, dicendo che il giornalista aveva interpretato male le sue parole. Calia, in seguito, ha utilizzato una sordomuta per leggere il labiale di Mario Ronchi e ha scoperto che diceva delle cose coerenti con quello che era stato pubblicato sul Corriere della Sera. Dopo aver visto questo filmato, Calia ha deciso di andare avanti.
Ritornando a quanto detto prima, quando Rosi decide di entrare in prima persona nel film, in seguito alla scomparsa di De Mauro, il regista intervista l’onorevole Michele Pantaleone, all’epoca deputato all’ARS (Assemblea Regionale Siciliana). Essendo quest’ultimo uno studioso del costume in Sicilia e del fenomeno della mafia, Rosi gli chiede la sua opinione in merito alla morte del presidente dell’Eni, poiché fra le varie ipotesi si è parlato anche di mafia.
E lui risponde pressappoco così:
“La Mafia è un fenomeno indiziario e come tale, per rilevarne la presenza, occorre coglierne gli indizi.”
Pantaleone riporta l’esempio in cui il giorno della partenza di Mattei, da Catania non c’era sorveglianza sull’aeroporto, in particolare sull’area di parcheggio e sulle piste. Inoltre, afferma l’onorevole, alcune persone addette ai servizi, erano state sostituite con altre persone che non avevano a che vedere con quei servizi.
“Dove sono oggi queste persone? Come vivono? Qual è la loro posizione sociale ed economica? Quale attività svolgono? Quale super mafia li protegge?”
Vincenzo Calia, nel 1994, nella sua inchiesta, ha ricostruito alcuni avvenimenti che si susseguirono dopo la morte di Mattei. Per esempio, ciò che successe al testimone Mario Ronchi dopo quella ritrattazione.
Calia afferma che Ronchi gli disse che, dopo la caduta dell’aereo, era stato prelevato da una macchina scura e portato all’interno del palazzo di Eni “San Donato” che si trovava lì vicino. Là, gli hanno fatto tante domande su ciò che sapeva e su quello che aveva visto. Successivamente, Eni ha assunto Mario Ronchi come guardiano del luogo dove era precipitato l’aereo di Mattei. Un’altra cosa certa è che una società collegata al presidente dell’Eni Eugenio Cefis, il cui capo era il fratello di quest’ultimo, Adolfo Cefis, assunse la figlia di Mario Ronchi. L’Eni costruisce una strada per poter accedere alla cascina di Mario Ronchi che era priva di strada e quindi l’azienda interviene in aiuto di un test che ha dichiarato il falso e ha mantenuto queste dichiarazioni false sino ai giorni nostri. (Calia-Pisu, 2017: 277-83 e 289)
L’inchiesta di Calia a Pavia si chiude nel 2003 con un’archiviazione:
“Non è più possibile risalire ad esecutori e mandanti, ma il processo di primo grado per la scomparsa di De Mauro acquisisce le conclusioni di Calia: il presidente dell’Eni è stato sicuramente ucciso dalla bomba piazzata a bordo dell’aereo.”
Afferma Calia che diverse ipotesi sono state formulate sui possibili mandanti negli anni: da potenze straniere dell’OAS, l’Organizzazione Paramilitare Francese, contraria all’alleanza di Mattei con l’Algeria … gli interessi esterni all’Italia che hanno trovato poi sponda e appoggio all’interno del nostro Paese, gli ambienti dell’Eni, gli ambienti dei Servizi… esclude che si tratti di mafia.
Durante l’indagine, anche Rosi viene sentito come testimone informato dei fatti in relazione al caso De Mauro.
A Calia racconta di essere stato minacciato due volte, la seconda attraverso una telefonata che ricevette la sua governante.
“Ho fatto molti film sulla mafia e sulla camorra, ma non ho mai ricevuto minacce. Per Mattei ho avuto minacce, le ho avute. Non mi chiedere nomi, come e quando, però le ho avute. Sono state [minacce] esplicite, esplicite, molto esplicite”.
[Francesco Rosi, Inchiesta Rosi]
Calia afferma che questo sconosciuto diceva alla governante di riferire a Rosi di fare attenzione alle sue gambe e a quelle della figlia.
Francesco Rosi gli aveva anche raccontato di essere stato convocato dall’ENI nell’ufficio stampa dove gli fecero alcune domande del tipo:
“Come va il lavoro? … Cosa sta facendo? …”; allora il responsabile era Gioacchino Albanese e altri della P2 nella vicenda, poiché anche Albanese era della P2, Cefis era della P2 e tanti altri nomi; ciò non voleva dir nulla, poteva essere solo un fatto fortuito, ma sostanzialmente era così.
Cos’è la P2, si saprà solo il 17 marzo 1981, quando Gherardo Colombo e Giuliano Turone, indagando su Michele Sindona, perquisiscono la villa di un tale Licio Gelli.
Negli anni ’70, ai tempi di Mattei, la P2 è ancora sconosciuta. Ma, è proprio in quel decennio che stringe rapporti con Potere, Affari, Mafia e Servizi Segreti Deviati Italiani e Stranieri.
A tale proposito Gherardo Colombo dichiarò:
“Un’associazione segreta molto, molto potente della quale facevano parte una quarantina di parlamentari… c’erano 23 ministri, generali, questori, prefetti, c’erano imprenditori, c’erano anche magistrati…c’erano coloro che appartenendo ai Servizi di Sicurezza, avevano poi depistato le indagini dirette a scoprire gli autori delle stragi che si erano succedute in Italia a partire dal 1969 per arrivare fino al 1980.” (Enrico Mattei. Ribelle per amore, Bozzolini, 2023)
Testi citati:
Il caso Mattei, F. Rosi, Italia, 1972.
Citizen Rosi, D. Gnocchi, C. Rosi, Italia, 2019.
V. Calia, S. Pisu, Il caso Mattei: Le prove dell’omicidio del presidente dell’Eni dopo bugie, depistaggi e manipolazioni della verità, Chiarelettere, Milano 2017.
B. Li Vigni, Enrico Mattei. L’uomo del futuro che inventò la rinascita italiana, Editori Riuniti, Roma 2022.
S. Rogari, Enrico Mattei. Un protagonista del miracolo economico, Il Mulino, Bologna 2025.
Enrico Mattei. Ribelle per amore, A. Bozzolini, Italia, 2023.