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Antonio R. Daniele

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Rec. a “La ragazza di luce”

di Camilla Zonno

Romanzo d’esordio di Germano Antonucci – già giornalista del Corriere della Sera e di Vanity Fair, oggi responsabile dei contenuti digitali di Mediaset – La ragazza di luce nasce all’interno della Scuola Belleville di Milano e prende forma definitiva grazie al lavoro editoriale di Giovanni Turi per Terrarossa. È una prima prova sorprendentemente compatta, capace di catturare il lettore e di condurlo, insieme ai due giovani protagonisti, in un percorso di progressiva ricomposizione della verità, costruito per sottrazione e per attese, più che per rivelazioni improvvise.


Il libro si colloca nel solco del romanzo di formazione contemporaneo, ma ne altera la traiettoria classica innestandovi una tensione da noir e una dimensione simbolica che affonda le radici nella memoria collettiva. Nina e Ruben hanno tredici anni e portano addosso il marchio di ciò che tutti chiamano “la Catastrofe”: una frana che ha travolto la cittadina di Lume, lasciando dietro di sé vittime, macerie e un silenzio colpevole. Il nuovo Quartiere Primavera, con i suoi moduli abitativi numerati e cromaticamente rassicuranti, restituisce alla comunità una parvenza di normalità che è in realtà rimozione, anestesia, congelamento del trauma.


È qui che il romanzo di Antonucci mostra una delle sue intuizioni più efficaci: la normalità come spazio perturbante, principio narrativo che rimanda direttamente alla lezione di Stephen King – da lui citato come fonte di ispirazione, insieme a Niccolò Ammaniti. L’orrore non nasce dunque dall’eccezionale, ma dall’ordinario incrinato, da una comunità che preferisce non sapere, non domandare. Lume è un microcosmo chiuso, governato dalla maldicenza, dal pregiudizio, dalla superstizione, dove le parole non sono mai innocenti ma «attecchiscono e lì restano. Nidificano», determinando destini e reputazioni.


In questo scenario si muovono Nina e Ruben, affiancati dall’amico Niccolò, figura razionale e necessaria all’equilibrio del gruppo. I tre incarnano una contro-comunità adolescenziale, un’alleanza fondata sul dubbio e sulla ricerca, in aperta opposizione al mondo adulto, descritto come reticente, passivo, incapace di elaborare il lutto e dunque incapace di educare: «a Lume non c’è più niente da rifare, i pezzi rotti non si possono aggiustare più; bisogna solo accontentarsi del poco che resta».  Questa dinamica, in cui gli adolescenti sono portatori di verità, mentre gli adulti i custodi della rimozione, è collocata in un Sud immobile e asfittico, dove il tempo sembra ripetersi senza progresso: «rifare le cose, rifarle di continuo».


Il senso di colpa dei sopravvissuti, l’attrazione esercitata dalle ‘Case Morte’, la figura luminosa avvistata la notte della frana ai piedi della croce: tutto concorre a costruire una mitologia locale che mescola trauma reale e narrazione superstiziosa. La dimensione quasi sovrannaturale non esplode mai nell’horror, resta sul crinale dell’ambiguità, come se la vera minaccia fosse l’uso che la comunità fa del sacro e del mistero. Uno dei nuclei più riusciti del romanzo è infatti la riflessione sul fanatismo religioso e sui meccanismi di sfruttamento della disperazione. Presunti santoni e guaritori prosperano sulle macerie emotive della Catastrofe, perché «si finisce per convincersi solo di ciò che si riesce a sopportare». La fede, svuotata di spiritualità, diventa strumento di controllo e auto-inganno, ulteriore ostacolo alla verità.


La Catastrofe, tuttavia, non è solo un evento naturale: è anche il crollo dell’infanzia, la frattura irreversibile con le figure genitoriali. La scomparsa della madre di Nina e del padre di Ruben apre una ferita che il romanzo esplora con grande pudore, senza mai cedere al patetico. Diventare adulti, in La ragazza di luce, significa accettare l’assenza, nominare il dolore, sottrarsi al silenzio imposto.

È un racconto attraversato da una tensione costante, vibrante, che non si allenta mai del tutto. Nel buio lasciato dalla Catastrofe si insinua lentamente una luce ostinata, quasi impercettibile all’inizio, ma sempre più presente — la stessa luce della verità che emerge a frammenti, che scava, che illumina ciò che era rimasto sepolto nel silenzio e nella paura. Questa opposizione tra oscurità e chiarore si riflette anche nei protagonisti: Nina, più chiusa, tenebrosa, attraversata da zone d’ombra che sembrano inghiottirla; Ruben, impulsivo, inquieto, incapace di restare fermo, sempre pronto a inseguire domande, a forzare confini, a rischiare insieme al fedele Niccolò.

Eppure non è il buio a imporsi davvero. È la luce a riaffiorare, a tornare, a moltiplicarsi. È nel titolo stesso del romanzo, nel nome della cittadina — Lume — che custodisce in filigrana la memoria reale di Popoli (paese di origine dell’autore)  e del trauma del terremoto del 2009. È nella bambina-simbolo di quella notte, Lucille. È nell’immagine remota e irreale dell’aurora boreale sullo schermo di un computer, fino a Villa Aurora, meta ultima del percorso di Nina, bianca e distante, quasi abbagliante: «La villa riluce di bianco, lassù in cima».

La scrittura segue questo stesso movimento di emersione. Frasi brevi, essenziali, che avanzano per scarti improvvisi; flashback che irrompono come fenditure nel tempo; anticipazioni che aprono spiragli e li richiudono subito dopo. Ogni dettaglio pesa, ogni silenzio prepara qualcosa, ogni ritorno aggiunge tensione. La narrazione stringe, accelera, trattiene il respiro del lettore e non lo lascia andare. Fin dalle prime pagine il romanzo cattura e trascina, costringendo a proseguire senza pause, fino a quando ciò che era rimasto nascosto prende forma — netto, inevitabile — nella luce finale.

Germano Antonucci, La ragazza di luce, Alberobello, TerraRossa, 2025, € 15,20

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La Venere di piazza Bellini – recensione a “Nata nell’acqua sporca” di Giuliana Vitali

di Valentina di Corcia

La Napoli di Sara è lontana dalle luci della costa, è un andirivieni tra periferie di cemento e vicoli dei Quartieri. Al centro, palpitante c’è piazza Bellini, che nasconde il suo cuore sotterraneo, fondativo. Quella Neapolis che il mare non bagna, per parafrasare Ortese e la sua profezia su una città fatta ancora di troppe zone d’ombra e occhi che guardano altrove. Vitali esordisce con una storia forte, ricca di suggestioni che rimandano un po’ a quell’Acciaio che segnò un altro esordio, quello di Silvia Avallone, ma anche un certo romanzo della controcultura degli anni Novanta. 

Troppo reale per essere la sceneggiatura di una fiction tematica, di quelle che oggi piacciono tanto, crude ma con una morale di sottofondo. Eppure, allo stesso tempo lo stile di Vitali è cinematografico, oseremmo dire documentaristico. È il racconto di un microcosmo disfunzionale, quello costituito da Sara e della sua rete di rapporti, famiglia, amicizie e amori, incastonato in quel macrocosmo, altrettanto disfunzionale, che è Napoli, città delle contraddizioni, di assoluta bellezza e di violenza cruda. Espressione del sublime, per dirla con Kant.

La dipendenza, da crack ed eroina, è il metronomo che regola i tempi e le giornate di Sara e dei suoi amici. La “sostanza” è ossessione, desiderio che si placa per poco, il tempo di una striscia, e poi si ripresenta, duplicato, amplificato, fino a diventare ossessione: unico obiettivo di una vita che sfuma nell’oblio. È come chiudere gli occhi e immergersi, mentre l’acqua gelida avvolge il suo corpo, il respiro si blocca: va in apnea. Si sigilla. La sostanza avvolge, culla e disconnette Sara da ciò che la circonda, e dal passato che preme, doloroso, come sanno esserlo solo certi ricordi.

Sara è una Venere monca che emerge dalle acque stagnanti della dipendenza, una regina degli emarginati che le ruotano attorno come in una danza rituale fatta di furti, violenza e overdose. 

È la storia di Sara che poi incontra Christian, Anna, Gianni e Alessio e, in un primo momento, la narrazione sembra svilupparsi in crescendo, per addizione, ma presto l’entusiasmo iniziale svanisce e le giornate si ripetono tutte uguali, ruotando attorno alle due attività principali: trovare i soldi per farsi e ancora farsi. Tutto il resto è secondario, è scenografia che scorre mentre le giornate sembrano avvolgersi l’una sull’altra, in un tempo che sembra immobile.

È un desiderio continuo, ossessivo e febbrile che si appaga, per poco, solo con la dose. È una fame malsana che mi riporta alla mente ciò che Natalia Ginzburg scriveva in Vita immaginaria, a proposito del film La grande abbuffata: «fra le persone radunate nella casa per mangiare e morire non c’è sortilegio e il cibo è palude di morte». Anche tra Sara e i suoi amici non c’è sortilegio e lo stare insieme è un rito fasullo, una messinscena organizzata solo per consumare droghe e lasciarsi consumare dagli eventi fino a quando qualcosa non cambia e Sara è costretta a compiere una scelta. 

L’aborto di Sara non è un atto politico, come fu per Annie Ernaux: non si tratta di autodeterminazione ma di sopravvivenza agli errori.

Eppure, è anche per lei evento, la sua esperienza è altrettanto alienante, disumanizzante e Vitali lo restituisce con l’immagine plastica di un albero. È un albero a rovescio, quello dei morti. I suoi rami asfittici non spiccano verso il sole ma pendono verso il basso, arresi a quella gravità a cui non possono opporsi, come a una condanna senza appello. Le sue foglie sono nomi, volti e voci sovrapposte, corpi transitati nel corso degli anni lungo corridoi bui e fredde sale operatorie. Così il corpo di Sara che si fa membrana, un diaframma malconcio tra un passato guasto e un futuro sfocato e, allo stesso tempo, è spugna che assorbe tutto ciò che le accade, buono o cattivo, senza distinzione. Qui sta la bravura di Vitali, nel costruire storie e poi dar loro forma, facendo con le parole ciò che uno scultore fa con la creta, fino a rendere i personaggi talmente realistici che il lettore non proverebbe stupore a vederli attraversare la coltre di parole e uscire dalla pagina.

Giuliana Vitali, Nata nell’acqua sporca, Roma, Giulio Perrone editore, 2025, € 17,10

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Un maelstrom di inchiostro spumoso. Rec. a “Il Gufo” di Emma Saponaro

di Valentina di Corcia

Questo romanzo è il racconto di una violenza che stratifica, una verità che si svela piano piano, un po’ per volta. La menzogna brilla in superficie, fintamente dorata, come certi gioielli a buon mercato: se gratti la patina dorata, la lucentezza svanisce e si svela l’inganno. Guido Vitali è un detective privato con un passato da poliziotto; gli hanno cucito addosso il soprannome di Gufo, un po’ perché ne ha l’aspetto e un po’ per le sue doti da investigatore. Ha anche tante dipendenze: alcol, fumo, psicofarmaci; una specie di liquido amniotico nel quale restare sospeso, dentro il ricordo di un passato torbido che ancora lo rincorre. Al lettore riporta alla mente il Philip Marlowe di Chandler o il Duca Lamberti di Scerbanenco, perché anche il Gufo non ha solo la postura del detective, ma ne incarna l’essenza: ha l’istinto della caccia. Così, quando riceve l’email di una madre disperata, che invoca il suo aiuto, dopo un primo momento di disinteresse, deve scoprire cosa ci sia dietro questa richiesta. Da quel momento la vita del Gufo cambia e inizia quella che appare in un certo senso una lenta catabasi verso l’origine del male.

     Le storie di donne avvolte dalla violenza – tema che emerge con crescente forza emotiva dalle pagine del libro – non rischiano di apparire né pretestuose né di cornice, perché Saponaro sa farle discendere da un sentore narrativo che affonda nella tradizione del genere. Se – per tornare a Scerbanenco – una volta c’erano I ragazzi del massacro, oggi abbiamo a che fare con i cosiddetti incel, un sottobosco di uomini, per lo più giovani, che tra le mura riparate di un forum danno sfogo alla propria misoginia, un sentimento di odio impastato col desiderio di vendetta per ogni donna, senza distinzione. Dileggiate e stuprate già nelle intenzioni attraverso epiteti vecchi e nuovi. Tante sono le donne che popolano il microcosmo del Gufo: un atlante di figure femminili che sembra la personificazione di un cliché: c’è Rosalba, la segretaria impicciona ma accondiscendente; Iolanda, l’amante e il rifugio; c’è Bianca, l’amore vero, quello che però Guido ha lasciato andare via. Su tutte torreggia, ambigua e disturbante, la madre, o meglio, il suo ricordo, al quale, il nostro si tiene aggrappato come a un ancestrale senso di dipendenza. Questa, probabilmente, è la più feroce di tutte. Perciò Guido ha paura dei sentimenti e cede spesso al puro sesso.      La storia che racconta Saponaro è ambientata a Roma. Eppure non sarebbe difficile immaginare i suoi personaggi in una certa Milano, quella del già citato Scerbanenco ma anche quella sapientemente raccontata da un altro milanese, Dino Buzzati. Difatti, come in Viaggio agli inferni del secolo (ma poi anche in Poema a fumetti), Il Gufo è la storia di una discesa agli inferi. Un viaggio affrontato dallo stesso protagonista che, un capitolo dopo l’altro, si troverà faccia a faccia con demoni di un passato che non avrebbe mai voluto affrontare. Allo stesso tempo, la frequenza con cui “madre disperata” scrive a Vitali scandisce i tempi del romanzo, con un certo ritmo, fino a raggiungere il parossismo. In sottofondo l’ossessione che Vitali sviluppa per queste email non è che una variazione eccitata dell’attesa. Il lettore che si accosta a questo romanzo abbraccia la sorte di Guido, ne condivide le grandi angosce e le fugaci gioie. Si addentra nelle spire di una storia che risucchia sempre più a fondo, immerso in un maelstrom di inchiostro spumoso. 

Emma Saponaro, Il Gufo

pp. 237, euro 17.00, Les Flâneurs, Montparnasse, Bari, 2024

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Rec. a “Il carnevale di Nizza e altri racconti” di Irène Némirovsky, a cura di Teresa Lussone

di Annachiara Biancardino

«Infantili e allegre» si presentavano secondo Irène Némirovsky le sue prime prove narrative, scritte intorno ai vent’anni. Eppure, dietro la patina leggera e mondana di questi racconti giovanili, si avverte già con chiarezza quella tensione critica e lucidissima che diventerà la cifra più riconoscibile della sua scrittura. Il carnevale di Nizza e altri racconti, tradotto e curato da Teresa Lussone per Adelphi, raccoglie testi in gran parte inediti per il pubblico italiano, alcuni firmati sotto pseudonimo e apparsi originariamente in rivista tra gli anni Venti e Trenta, altri rimasti fino ad oggi negli archivi. Si tratta di un volume prezioso, che permette di osservare da vicino il cantiere della scrittrice – l’incompiuto I giardini di Tauride, riportato in Appendice, presenta anche annotazioni e varianti d’autrice –, e di cogliere, tra esercizi di stile e sketch quasi teatrali, il germoglio di quelle ossessioni che si riveleranno pienamente nelle opere maggiori: l’influenza dell’estetica cinematografica, il conflitto con il materno, l’analisi dell’ipocrisia borghese, l’esplorazione dell’identità ebraica come nodo intimo e irrisolto, il rimpianto per le occasioni mancate – l’amore delle “rose non colte”, per dirla alla Gozzano, che investe tanto il piano sentimentale, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, quanto un sentire universale, come accade in Njanja, dove si avverte tutta la nostalgia di una Russia ormai viva solo nella memoria.

La forma breve non è mai semplice miniatura. Némirovsky la abita con naturalezza, alternando episodi più dialogici e ironici a testi d’impianto più lirico o introspettivo. La sua scrittura, ancor più nei racconti, evita con decisione l’eccesso. Tutto è netto, rapido, risolto in poche pagine che devono rivelarsi all’altezza di contenere un destino in qualche scena (in un testo breve, scrive l’autrice, «un amante sarebbe di troppo» e «tutto deve essere fatto rapidamente»): i racconti non semplificano la realtà, la condensano. Non è un caso che proprio in questi testi si facciano più evidenti alcune influenze letterarie – Mérimée, Poe, Čechov – che guidano la scrittrice nella tensione verso una forma che organizza, per sottrazione, una verità in forma di arabesco.

Il tono della raccolta, come si accennava in apertura, è spesso leggero, ma già intriso di quella verve satirica che diventerà una delle cifre identitarie di Némirovsky: la mondanità danzante che popola alcune storie è sempre disturbata da una nota stonata, da un gesto di troppo, da un dettaglio che incrina la superficie. Nei dialoghi affilati tra personaggi che si osservano, si fraintendono e si giudicano senza pietà, l’autrice esercita già quello sguardo tagliente sul corpo sociale che caratterizzerà tutta la sua narrativa, e la borghesia – con i suoi codici, le sue pose e le sue falsità – è il teatro ricorrente in cui si consumano piccole tragedie familiari e identitarie.

Seppur in forma embrionale e condensata, trovano spazio in questo volume tutti i temi più cari ai lettori abituali di Némirovsky. Ad esempio la rappresentazione della coscienza ebraica, segnata più dal disagio che dall’appartenenza, come emerge in Fraternità, dove gli ebrei non riescono a schivare il peso delle «migliaia di povere ossa deboli, stanche» che hanno fatto le loro. O ancora la questione della maternità, osservata sempre da angolazioni dissonanti. Chi intrattiene un rapporto di familiarità con la produzione dell’autrice sa bene che le madri di Némirovsky non sono mai amorevoli né rassicuranti: sono spesso personaggi ambigui, talvolta crudeli, altre volte semplicemente anaffettivi.

La raccolta, infatti, si apre con una serie di avventure esilaranti che ha per protagonista Nonoche – fanciulla svampita e impertinente che sogna di diventare famosa con il cinema e di trovare un partner che la vizi –, e si chiude con una bambina decisamente più amara, ma allo stesso tempo «più vera», quasi alter ego dell’autrice stessa. La circolarità è significativa: l’infanzia che torna non è mai infanzia felice, ma scena traumatica, matrice di incomprensioni, luogo di una frattura mai davvero ricomposta.

In una tale varietà di situazioni e ambientazioni, sorprende la coerenza interna del volume, garantita da una lingua di limpida compostezza e dalla cura editoriale di Teresa Lussone, che, oltre a far rivivere la voce dell’autrice nella sua traduzione, congeda il lettore con una densa ed elegante postfazione (intitolata significativamente Forse un amante sarebbe di troppo?) che contribuisce a contestualizzare e valorizzare dei racconti che compongono infine un mosaico estremamente compatto.

Irène Némirovsky, Il carnevale di Nizza e altri racconti, a cura di Teresa Lussone, Milano, Adelphi, 2025

In Lavoro Critico

Approssimazioni su Enrico Mattei da un altro secolo

di Ludovico Pio d’Apolito

Non avete mai detto chiaramente che il petrolio fa cadere i governi, fa scoppiare le rivoluzioni, i colpi di stato, condiziona l’equilibrio nel mondo; questo non l’avete mai detto chiaramente; e Lei sa perché? Perché si trattava di dire che, se l’Italia ha perso l’autobus del petrolio è perché gli industriali italiani, questi grandi industriali non se ne sono mai occupati; e Lei sa perché? Perché si trattava di toccare degli interessi che non volevano toccare, non volevano disturbare la digestione dei potenti.

A Lei pare possibile che il destino di milioni e milioni di uomini nel mondo, in questo momento, possa dipendere da 4 o 5 miliardari americani?

Vado avanti, devo andare avanti. Appartengo alla stessa categoria di questi signori che Le cito: il ministro francese Maginot, che aveva fondato l’Union Petrolière Latine, una specie di Eni: avvelenato; Mossadeq, che aveva nazionalizzato il petrolio persiano: eliminato dalla vita politica per rimettere le cose com’erano prima di lui.

Guardi, io di errori non ne ho fatti; ho cercato in Libia, ma siccome avevo trovato la zona giusta, Kennedy mi ha fatto buttare fuori; adesso sto in Iran, in Egitto, in Tunisia; cerco ai margini, anche in coda agli altri, e se mi cacciano via, andrò in Australia, se mi cacciano via dall’Australia, andrò in India; continuerò in tutto il mondo a battermi contro questo monopolio assurdo! E se non ci riuscirò io, ci riusciranno quei popoli che il petrolio ce l’hanno sotto i piedi. (Il caso Mattei, Rosi, 1972)

Nel 1970, il regista napoletano Francesco Rosi decide di fare un film sulla figura dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei, affidandone la parte a Gian Maria Volonté, capace di “rubare l’anima” ai personaggi che interpretava.

L’attore entrò mimeticamente nel personaggio studiandone a fondo la storia. Il film comincia dalla morte di Enrico Mattei, il 27 ottobre 1962.

A bordo dell’aereo pilotato da Irnerio Bertuzzi, partito da Catania, oltre al presidente dell’Eni, c’era anche il giornalista della rivista americana TIME-LIFE, William McHale; il bireattore precipitò a Bascapè, nelle campagne pavesi.

Quando morì Mattei, Giulio Andreotti era ministro della Difesa, il quale nominò la sera stessa dell’incidente la commissione tecnica d’inchiesta che escluse l’ipotesi dell’omicidio, confermata dalla successiva inchiesta della magistratura conclusasi nel marzo 1966.

Rosi, nel suo film, non impose la tesi dell’omicidio, ma dette al pubblico degli elementi di ragionamento per poter decidere per conto proprio se fosse possibile che lo avessero ucciso invece che fosse morto per un incidente. (Citizen Rosi, Gnocchi-Rosi, 2019)

Enrico Mattei era nato povero in un villaggio delle Marche, nel centro d’Italia. Suo padre era maresciallo dei carabinieri famoso per avere catturato un brigante chiamato Musolino. L’infanzia di Enrico era quella della povera gente che per vivere era una fatica; aveva fatto il cameriere a Napoli, alla Zi Teresa; a 14 anni fu apprendista in una fabbrica di letti, poi passò in una fabbrica per la concia delle pelli, a 20 anni divenne direttore di questa fabbrica, andò a Milano e mise su uno stabilimento.

A 39 anni era capo partigiano nella Resistenza. Nel 1945 il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) lo nominò commissario liquidatore dell’Agip, un’azienda dello Stato di origine fascista; il Governo Bonomi, di stampo liberale, lo incaricò di svenderla ai privati, ma Mattei si oppose, perché recenti scoperte avevano individuato la presenza di giacimenti di metano in Valle Padana che potevano dare all’Italia lo slancio energetico per cambiarne la faccia. La tenacia di Mattei lo premiò, ponendo così le basi per il boom economico. Nel febbraio 1953 nacque così Eni (Ente Nazionale Idrocarburi); Mattei, tra i fondatori di essa, ne divenne presidente. (Calia-Pisu, 2017: 50)

Mattei, disobbedendo alle regole della cosiddetta Guerra Fredda, cominciò a stipulare accordi a lungo periodo con l’Algeria, finanziandone la Guerra di Liberazione che stava portando avanti per liberarsi dalla morsa dei francesi, la cui ragione era il petrolio nascosto nel deserto del Sahara; poi con la Persia e il suo Scià. Così facendo si inimicò di non poco le “Sette Sorelle” che erano le compagnie petrolifere internazionali che avevano un ruolo dominante nel mercato del petrolio.

L’Eni iniziò così una nuova formula, basata sul “rapporto diretto” tra paese produttore e paese consumatore; una formula che superava quella del “fifty-fifty” delle altre compagnie che lasciavano solo le briciole ai paesi produttori: Mattei garantiva alle nazioni produttrici gran parte degli introiti, il 75%; una differenza che andava ben oltre l’approccio colonialista del cartello petrolifero.

“Noi non entriamo più come degli estranei in questi Paesi ma in ambito di cooperazione. Naturalmente Eni partecipa sia per quello che c’è di buono che per quello che c’è di cattivo: questo porterà per l’Italia collaborazione economica e politica e dei vantaggi”. (Li Vigni, 2022: 120)

Mattei era un imprenditore, ma aveva anche grandi qualità politiche, tant’è vero che finanziava i partiti per raggiungere i suoi obiettivi che non erano mai però degli scopi di arricchimento personale. Memorabile è la scena nel film Il caso Mattei con il giornalista liberale:

Mattei: “Tutto questo non significa che Mattei è un uomo potente, significa che l’Eni è un’azienda che si muove su Scala Mondiale. È una potenza economica del giorno d’oggi.”

Giornalista liberale: “E’ anche una potenza politica, se vogliamo. Vende metano e compera partiti. Lei dà i soldi anche ai fascisti. Come la mettiamo col suo passato di capo partigiano?”

Mattei: “Sì, è vero. Ma io mi servo di loro come mi servirei di un taxi. Salgo, faccio la corsa, guardo il tassametro, scendo e pago.”

Ebbene sì, anche il Movimento Sociale, il partito neofascista erede di coloro che aveva combattuto durante la Resistenza.

Gherardo Colombo, ex magistrato che fece parte del pool “Mani pulite” negli anni ’90, dirà che l’impostazione di Mattei influirà a creare quel che emergerà in Tangentopoli, questo ricorso sistematico al finanziamento illecito dei partiti. (Li Vigni, 2022: 136)

L’ultima tappa della vita di Mattei, prima della tragica scomparsa, è il viaggio in Sicilia, a Gagliano Castelferrato; egli aveva trovato il metano anche lì e quel 27 ottobre era andato ad assicurare gli abitanti che la ricchezza nel sottosuolo non gli sarebbe stata portata via. Eccovi un estratto:

“Quando chiedemmo di venire in Sicilia, trovammo che non eravamo di moda: allora erano in un momento favorevole tutte le compagnie petrolifere straniere. Io debbo ringraziare la regione siciliana di averci dato tutto quello che in pratica era rimasto, che gli altri non avevano scelto. Volevamo dimostrare anche in Sicilia che cosa potevano veramente fare gli italiani, gli italiani che si rendevano conto di quello che poteva significare questo tipo di progresso per la Sicilia.

Ascoltatemi bene: sarà necessario che tornino molti di quelli che sono andati all’estero perché a Gagliano ci sarà posto anche per loro!” (Calia-Pisu, 2017: 247)

Rosi voleva ricostruire gli incontri che aveva avuto il presidente dell’Eni prima di partite dall’aeroporto di Catania e per fare questo affidò la ricerca a Mauro De Mauro, giornalista de L’ORA di Palermo.

De Mauro: “Pronto?”

Rosi: “Ciao De Mauro, come stai? Ho un lavoro per te. Sto studiando un film su Mattei e mi serve la ricostruzione delle due giornate che ha passato in Sicilia prima di morire. Sì, la gente che ha visto, chi ha incontrato, dov’è stato, i discorsi che ha fatto sì…”

De Mauro: “D’accordo, è inutile che continui. Ho capito, d’accordo. E poi caschi bene perché, dopo la morte di Mattei, il mio giornale, mandò me a intervistare i contadini di Gagliano. Sì, dove fece l’ultimo discorso.” (Rogari, 2025: 57)

Il 16 settembre 1970, De Mauro scomparve mentre tornava a casa a Palermo.

Le ipotesi che si fecero furono molte: Affare Mattei, droga, traffici legati all’edilizia, mafia.

La sceneggiatura de Il caso Mattei era ancora in lavorazione. A quel punto Rosi prese la decisione di entrare nel film in prima persona, dando vita a un’inchiesta nell’inchiesta.

Mauro De Mauro era arrivato a L’ORA di Palermo negli anni ’60.

Aveva un passato fascista nella X Mas del Principe Junio Valerio Borghese. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, aderì alla Repubblica Sociale. Quella da giornalista investigativo in un quotidiano vicino alla Sinistra, impegnato nella lotta alla mafia fu una seconda vita. Rosi lo conobbe sul set di Salvatore Giuliano.

De Mauro mise al corrente Rosi di una prima conversazione che aveva avuto a proposito dell’incarico che gli era stato da lui affidato e poi convennero che questa documentazione, che avrebbe dovuto essere non più di una ventina/trentina di cartelle, l’avrebbe dovuta consegnare subito dopo il Ferragosto e poi Rosi non ebbe più notizie.

Dopo seppero che De Mauro disse che avrebbe scoperto cose da far tremare l’Italia o che nello svolgimento di questo lavoro avrebbe saputo una cosa molto grossa.

Il pensiero che De Mauro potesse essere stato eliminato per la sua inchiesta su Mattei preoccupò molto Rosi. La scomparsa del giornalista il cui cadavere non è mai stato ritrovato, rimane uno dei tanti misteri d’Italia. Nel processo De Mauro, apertosi a Palermo nel 2006, l’unico imputato Totò Riina è stato assolto e la magistratura ha delineato due moventi complottistici dietro la scomparsa del giornalista: uno legato alla morte di Mattei, l’altro legato al fallito colpo di stato Borghese, nel 1970.

Rosi, nella preparazione del suo film, a causa di una fitta rete di complicità che Mattei aveva creato con tutti, si troverà di fronte ad una serie di porte chiuse, come il segreto di Stato.

Trentadue anni dopo la morte di Mattei, un magistrato, Vincenzo Calia ha voluto spalancare quelle porte. All’interno di due armadi della procura di Pavia, ci sono i fascicoli con cui nel 1994 riapre l’inchiesta chiusa nel 1970. Calia smonta la tesi dell’incidente. Mattei è morto in un attentato.

Secondo Calia, l’esplosione era stata causata con sicurezza da una carica di esplosivo di tritolo di circa 100 g posta sul retro del cruscotto dell’aereo, spazio al quale si poteva accedere dall’esterno dell’aereo aprendo un coperchio. La scintilla per fare esplodere questa carica di esplosivo è stata azionata dal comando che determinava la fuoriuscita del carrello.

L’aereo di Mattei, il Morane-Saulnier, precipitò alle 18,40 nella campagna di Bascapè, in provincia di Pavia. C’erano testimoni oculari quella sera. Calia, nell’inchiesta, ha sentito oltre 600 persone.

Quello che rimane di quella notte, i reperti fondamentali per l’indagine, sono stati desequestrati dal tribunale di Pavia per essere esposti in una mostra a Palermo: l’indicatore triplo sul quale sono emerse le tracce dell’esplosione a bordo, come sulla fede di Mattei, gli occhiali, la borsa, i documenti e alcuni frammenti dell’aereo.

Nel suo libro intitolato: Il caso Mattei, il magistrato ricostruisce la lunga serie di depistaggi, manipolazioni, insabbiamenti.

“Un sabotaggio sistematico, fondato sulla corruzione di testimoni oculari e sulla soppressione di prove”, afferma Calia.

È un filmato a convincerlo a riaprire l’indagine, un’intervista a un testimone, il contadino Mario Ronchi.

Intervista originale

Ronchi: “C’era del fuoco, delle fiamme.”

Giornalista: “Che ora era circa?”

Ronchi: “19,10/19,15 …”

[Taglio di audio]

Ad un certo punto, proprio nel momento in cui Ronchi dichiara di aver visto un’esplosione in cielo, c’è un taglio di audio.

Parole che invece rimangono nella sua intervista raccolta da un giornalista del Corriere della Sera e che anche Rosi inserisce nel suo film.

Intervista ne Il caso Mattei di Rosi

Giornalista: “C’erano molte fiamme ancora?”

Ronchi: “Beh, io ho visto il cielo rosso, bruciava come un falò e le fiammelle scendevano tutto intorno. In principio, io credevo che fosse un incendio, ma poi ho capito che era un aeroplano.”

Calia afferma che il contadino viene sentito nei giorni successivi dalla polizia giudiziaria; quindi, dai carabinieri e poi dal magistrato e lui ritratta quello che era scritto sul giornale, dicendo che il giornalista aveva interpretato male le sue parole. Calia, in seguito, ha utilizzato una sordomuta per leggere il labiale di Mario Ronchi e ha scoperto che diceva delle cose coerenti con quello che era stato pubblicato sul Corriere della Sera. Dopo aver visto questo filmato, Calia ha deciso di andare avanti.

Ritornando a quanto detto prima, quando Rosi decide di entrare in prima persona nel film, in seguito alla scomparsa di De Mauro, il regista intervista l’onorevole Michele Pantaleone, all’epoca deputato all’ARS (Assemblea Regionale Siciliana). Essendo quest’ultimo uno studioso del costume in Sicilia e del fenomeno della mafia, Rosi gli chiede la sua opinione in merito alla morte del presidente dell’Eni, poiché fra le varie ipotesi si è parlato anche di mafia.

E lui risponde pressappoco così:

“La Mafia è un fenomeno indiziario e come tale, per rilevarne la presenza, occorre coglierne gli indizi.”

Pantaleone riporta l’esempio in cui il giorno della partenza di Mattei, da Catania non c’era sorveglianza sull’aeroporto, in particolare sull’area di parcheggio e sulle piste. Inoltre, afferma l’onorevole, alcune persone addette ai servizi, erano state sostituite con altre persone che non avevano a che vedere con quei servizi.

“Dove sono oggi queste persone? Come vivono? Qual è la loro posizione sociale ed economica? Quale attività svolgono? Quale super mafia li protegge?”

Vincenzo Calia, nel 1994, nella sua inchiesta, ha ricostruito alcuni avvenimenti che si susseguirono dopo la morte di Mattei. Per esempio, ciò che successe al testimone Mario Ronchi dopo quella ritrattazione.

Calia afferma che Ronchi gli disse che, dopo la caduta dell’aereo, era stato prelevato da una macchina scura e portato all’interno del palazzo di Eni “San Donato” che si trovava lì vicino. Là, gli hanno fatto tante domande su ciò che sapeva e su quello che aveva visto. Successivamente, Eni ha assunto Mario Ronchi come guardiano del luogo dove era precipitato l’aereo di Mattei. Un’altra cosa certa è che una società collegata al presidente dell’Eni Eugenio Cefis, il cui capo era il fratello di quest’ultimo, Adolfo Cefis, assunse la figlia di Mario Ronchi. L’Eni costruisce una strada per poter accedere alla cascina di Mario Ronchi che era priva di strada e quindi l’azienda interviene in aiuto di un test che ha dichiarato il falso e ha mantenuto queste dichiarazioni false sino ai giorni nostri. (Calia-Pisu, 2017: 277-83 e 289)

L’inchiesta di Calia a Pavia si chiude nel 2003 con un’archiviazione:

“Non è più possibile risalire ad esecutori e mandanti, ma il processo di primo grado per la scomparsa di De Mauro acquisisce le conclusioni di Calia: il presidente dell’Eni è stato sicuramente ucciso dalla bomba piazzata a bordo dell’aereo.”

Afferma Calia che diverse ipotesi sono state formulate sui possibili mandanti negli anni: da potenze straniere dell’OAS, l’Organizzazione Paramilitare Francese, contraria all’alleanza di Mattei con l’Algeria … gli interessi esterni all’Italia che hanno trovato poi sponda e appoggio all’interno del nostro Paese, gli ambienti dell’Eni, gli ambienti dei Servizi… esclude che si tratti di mafia.

Durante l’indagine, anche Rosi viene sentito come testimone informato dei fatti in relazione al caso De Mauro.

A Calia racconta di essere stato minacciato due volte, la seconda attraverso una telefonata che ricevette la sua governante.

“Ho fatto molti film sulla mafia e sulla camorra, ma non ho mai ricevuto minacce. Per Mattei ho avuto minacce, le ho avute. Non mi chiedere nomi, come e quando, però le ho avute. Sono state [minacce] esplicite, esplicite, molto esplicite”.

[Francesco Rosi, Inchiesta Rosi]

Calia afferma che questo sconosciuto diceva alla governante di riferire a Rosi di fare attenzione alle sue gambe e a quelle della figlia.

Francesco Rosi gli aveva anche raccontato di essere stato convocato dall’ENI nell’ufficio stampa dove gli fecero alcune domande del tipo:

“Come va il lavoro? … Cosa sta facendo? …”; allora il responsabile era Gioacchino Albanese e altri della P2 nella vicenda, poiché anche Albanese era della P2, Cefis era della P2 e tanti altri nomi; ciò non voleva dir nulla, poteva essere solo un fatto fortuito, ma sostanzialmente era così.

Cos’è la P2, si saprà solo il 17 marzo 1981, quando Gherardo Colombo e Giuliano Turone, indagando su Michele Sindona, perquisiscono la villa di un tale Licio Gelli.

Negli anni ’70, ai tempi di Mattei, la P2 è ancora sconosciuta. Ma, è proprio in quel decennio che stringe rapporti con Potere, Affari, Mafia e Servizi Segreti Deviati Italiani e Stranieri.

A tale proposito Gherardo Colombo dichiarò:

“Un’associazione segreta molto, molto potente della quale facevano parte una quarantina di parlamentari… c’erano 23 ministri, generali, questori, prefetti, c’erano imprenditori, c’erano anche magistrati…c’erano coloro che appartenendo ai Servizi di Sicurezza, avevano poi depistato le indagini dirette a scoprire gli autori delle stragi che si erano succedute in Italia a partire dal 1969 per arrivare fino al 1980.” (Enrico Mattei. Ribelle per amore, Bozzolini, 2023)

Testi citati:

Il caso Mattei, F. Rosi, Italia, 1972.

Citizen Rosi, D. Gnocchi, C. Rosi, Italia, 2019.

V. Calia, S. Pisu, Il caso Mattei: Le prove dell’omicidio del presidente dell’Eni dopo bugie, depistaggi e manipolazioni della verità, Chiarelettere, Milano 2017.

B. Li Vigni, Enrico Mattei. L’uomo del futuro che inventò la rinascita italiana, Editori Riuniti, Roma 2022.

S. Rogari, Enrico Mattei. Un protagonista del miracolo economico, Il Mulino, Bologna 2025.

Enrico Mattei. Ribelle per amore, A. Bozzolini, Italia, 2023.

In Schede

L’estate breve di Macioci

di Camilla Zonno

«La vita è questa tenebra rischiarata dai lampi di un altrove perduto, e ogni ragazzino steso a pancia in su nel grembo di una sera estiva lo sa con la dolce e bruciante certezza delle viscere». L’estate breve è un dialogo tra ‘tenebra’ e ‘altrove perduto’, tra maturità e giovinezza, tra l’età della consapevolezza, dei bilanci, delle valutazioni e la fase degli slanci, delle insicurezze, delle scoperte. In mezzo c’è la felicità, autentica da adolescenti, viziata da adulti: «Da giovani la felicità ci sembra una faccenda di rare ma giuste combinazioni, mentre da adulti niente più della felicità ci dà l’impressione di precipitare verso qualcosa di brutto».

Come dichiara lo stesso Enrico Macioci nella prefazione, si tratta di un libro “sia vecchio, sia nuovo”. Vecchio perché pubblicato nel 2015 per Mondadori col titolo Breve storia del talento, per poi essere ripubblicato con una seconda parte riscritta ad una distanza cronologica ed interiore di 10 anni. La struttura del lungo racconto (o, se si preferisce, romanzo breve) rispecchia le due dimensioni esistenziali che si riflettono l’una nell’altra con continui rimandi reciproci. Nella prima parte l’autore ripercorre esperienze adolescenziali, sentimenti e mutamenti vissuti nel condominio Prato Verde, un palazzo di cinque piani con annessi giardini, vialetti e un campetto da calcio, abitato da coppie giovani con bambini. Un micromondo, una palestra in cui crescere e allenare corpo e anima nella transizione verso l’età adulta, un crogiolo di ruoli che si definiscono in base al talento calcistico e alle prime cotte adolescenziali. Nella seconda parte il protagonista, ormai maturo e scrittore affermato, torna in quel condominio lasciato all’età di diciassette anni a causa di un trasferimento del padre. Torna per ritrovare sé stesso, o meglio, per accettare sé stesso, quando la sua relazione con Carla è giunta ormai a un bivio.

Dell’adolescenza viene aperta ogni piega, viene esplorato ogni angolo di «quel buco che ti inghiotte per restituirti diverso»: le passioni (per il calcio, innanzitutto, e per la poesia) e le umiliazioni («una delle principali vie di accesso all’età adulta»), il talento e le delusioni, la vita e la morte, in una sfocata zona esistenziale in cui si definiscono gradualmente i confini tra amicizia e amore e la progressiva trasformazione dei corpi conduce all’esplorazione della sessualità.

Un universo di situazioni, episodi e personaggi insieme ai quali vive, gioisce, soffre e cresce. Tra tutti spicca “il grande Michele”, ragazzo adottato, dotato di uno straordinario talento nel calcio e che, proprio per questo, porta il protagonista a riconoscere il proprio limite, a sperimentare la delusione (fino a prima del suo arrivo, era stato lui l’indiscusso campione delle partite del condominio), ma anche a scoprire la vera amicizia. E poi c’è Miriam, bambina seducente e donna precoce, ignorata, poi desiderata quando la distanza è ormai incolmabile e la delusione delle scelte brucia in profondità. Giampaolo, poco incisivo nella prima parte, è una sorta di alter ego che gli indica il suo vero talento, quello da lui celato e accantonato a favore del calcio: la scrittura. E proprio Giampaolo sarà presente anche nella seconda parte, quella della maturità e dei bilanci, ultimo baluardo di un’adolescenza dissolta, trait d’union tra l’ora e l’allora. Sono tanti i personaggi, protagonisti di singoli episodi o semplici comparse, ognuno con un proprio ruolo ritagliato all’interno di un microcosmo giovanile di cui a volte l’autore sembra essere solo spettatore: la scoperta dell’amore, la nascita di tenere coppiette, episodi di bullismo e violenza fino all’omicidio, la dissoluzione della fede in Dio.

Come per Odisseo, il ritorno implica il recupero della propria identità, il confronto con un passato avvolto nel mito e di cui restano poche tracce dai contorni ridimensionati. Chi siamo? Per comprenderlo è necessario riesumare l’estate della nostra esistenza, rintracciare quello che eravamo e come abbiamo vissuto la libertà («la sensazione che il tempo fosse abbastanza per ogni faccenda»), la scoperta dell’amore, della sessualità, della morte e del dolore, del dubbio e della risolutezza. Di qui la straordinaria operazione di ricostruzione intima e allo stesso tempo dettagliata, di un passato sfocato attraverso l’uso magistrale della parola. Macioci ha uno stile denso ed evocativo capace di ridare piena vita a sensazioni e personaggi della sua adolescenza, con la consapevolezza di ‘un talento’ che, pur mettendolo a disagio, gli è stato riconosciuto fin dall’infanzia, come lui stesso racconta all’interno del romanzo. La sua bravura descrittiva si condensa in un paio di pagine che esordiscono con l’esplicitazione del suo intento: «ora voglio usare le parole per metterci dentro i ricordi e conservarli il più a lungo possibile; voglio ricordarmi l’odore dell’erba appena tagliata, specie nel tardo pomeriggio, quando veniva raccolta in mucchi, ciascun mucchio a un angolo dell’aiuola con le nuvole dei moscerini a danzarci sopra»; e altrove «Sul muro del balcone della mia cameretta, durante le ore calde, venivano a posarsi le coccinelle. Il muro, a toccarlo, sembrava pane appena sfornato».

Diventare adulti significa fare i conti con ciò che sognavamo di essere e quello che siamo diventati, significa valutare i talenti che ci sono stati assegnati e ciò che ne abbiamo fatto, le occasioni che ci sono state offerte e quelle che abbiamo colto. Crescere significa anche morire, perché «si può morire un sacco di volte: tante quante si osa vivere». Questo romanzo è dunque una breve storia del talento e di chi ce l’ha fatta. La vita riserva sorprese e può trasformare i sogni o addirittura le certezze dell’adolescenza in fallimenti, così come offrire possibilità di successo inaspettate.

Enrico Macioci, L’estate breve, Alberobello, Terrarossa, 2024, pp. 125, € 15.00

In Schede

Le emozioni si azzuffano (rec. a Katia Ricci, “In penombra”, Les Flâneurs Edizioni, 2025)

di Anna Potito

Una sedia a dondolo, un pesante tendaggio che scherma la luce del giorno, una sagoma indistinta nella sedia di fronte, voci che bisbigliano: un uomo e una donna, il terapeuta e la sua paziente. Una conversazione che nasce guardinga, sospettosa, poi, pian piano la timidezza si stempera. Riaffiorano emozioni sopite, imbarazzo, malinconia, rabbia, tristezza. Difficile rivivere le proprie paure, le scelte non fatte, i sogni non realizzati, i desideri inespressi, gli istinti repressi. Tutto questo, nella cadenza degli incontri, ogni volta diventa più facile, scioglie la diffidenza, diventa piacere di essere ascoltata e compresa, apre alla gratitudine e allenta il timore del giudizio, squarcia spiragli inattesi. In penombra, nuovo romanzo di Katia Ricci, edito da Les Flâneurs, racconta una donna adulta, che ha vissuto una vita piena, che è madre di figlia e nipoti, che è studiosa e scrittrice di successo, che ha attraversato l’esperienza del femminismo, della conquista della libertà, che con altre donne ha condiviso passioni civili e che appare sempre sicura di sé, può abbandonarsi, nell’età in cui credeva di aver vissuto tutto, amore, maternità, disillusioni e successi, di nuovo a sensazioni e sentimenti che credeva dimenticati? «Mi sei venuto vicino e ho sentito una fitta di dolore, antico e nuovo, passato e presente». Cosa la turba? Quale dolore l’attraversa? Da quale oscura profondità affiora e viene respinto, questo dolore che l’accompagna, sotterraneo e malefico? Un dolore che talvolta l’amore riesce, temporaneamente, a placare ma non l’abbandona. Nemmeno le amiche, le compagne con cui condivide la ricerca di sé e di lettura del mondo, quelle con cui ha attraversato momenti di crescita e di lotta, riescono ad appagare questo dolore, forse un vuoto, una mancanza. Anzi, forse, di queste stesse donne, a volte, teme il giudizio. È per questo che ha scelto un terapeuta maschio? «Le emozioni si azzuffano e fanno a gara per primeggiare l’una sull’altra. Una gamma che va dal dispiacere al rammarico, dal piacere alla vergogna, dal timore all’amarezza. Il tutto impastato dal ricordo del desiderio che si era riacceso e mi dava vitalità». Ecco, il desiderio irrompe inatteso, imprevisto ma non sconvolge nonostante l’irregolarità della situazione. Il patto terapeuta-paziente si è rotto ma ha dato vita ad un amore nuovo, in cui l’attrazione fisica si accompagna alla dolcezza, all’attenzione, in una intimità di corpi e di parole che ha vinto paure e diffidenze e ha dato voce” ad un linguaggio più aderente ai pensieri, alle emozioni, alla realtà dei sentimenti”. La malattia irrompe improvvisa, dirada gli incontri, dà più forza alla voce che, nella telefonata o nel messaggio, fa risuonare tutta la fisicità e l’intensità del sentire. Poi i messaggi diventano sempre più brevi, sempre più teneri, sempre più flebili. D’un tratto il vuoto, l’assenza. La scrittura sembra restituire quei sentimenti, quei turbamenti, quelle emozioni che vanno avanti e indietro, come la risacca, l’onda che va avanti, poi torna indietro, si scontra con l’onda successiva poi ritorna in avanti e ti trascina con sé, un’onda a cui ci si affida, in cui la lettrice e, spero, il lettore, può riconoscere le proprie ansie, i propri timori, i propri desideri, le contraddizioni della propria vita. Una confessione? Un sogno? Un’invenzione? Forse.

Ma lasciarsi cullare dal dondolio della sedia e dalle voci che riempiono l’aria può essere un balsamo e aiuta a far rivivere quell’essere fragile che abbiamo accuratamente nascosto dentro di noi, come quella «bambina piccola, fragile, e desiderosa di tenerezza, che chiedeva di essere vista e possibilmente amata».

Testo citato:

Katia Ricci, In penombra, Bari, Les Flâneurs Edizioni, 2025 (pp. 116, € 13,00)

In Senza categoria

Una storia sbagliata: donne, vittime di violenza e contronarrazione – Call for Papers

C’era una volta Wilma Montesi, che in un pomeriggio di aprile del 1953 preferì il mare di Torvaianica a un film con Anna Magnani, ignara che proprio sulle spiagge del litorale laziale avrebbe trovato la morte, diventando l’inconsapevole protagonista di un’intricata storia popolata da attrici, uomini politici e tutto il côté del bel mondo capitolino di quegli anni. Nel 1983 toccò a Francesca Alinovi guadagnare le prime pagine dei giornali. Ancora, agosto 1990, una bella ragazza in costume da bagno sorride all’obiettivo ignara che quella sarà l’ultima estate della sua vita. Si chiama Simonetta Cesaroni e verrà martoriata da 29 coltellate nell’ufficio in cui lavorava, in via Carlo Poma 2 a Roma. Delitti irrisolti, misteri attorno ai quali fare congetture, storie private da gettare in pasto a un pubblico sempre più famelico di dettagli più o meno scabrosi.
Teorie complottiste che vedono coinvolti servizi segreti e sette esoteriche saranno il tratto peculiare delle indagini e delle più funamboliche speculazioni nate attorno a certi femminicidi: di quello si è trattato, nel corso degli anni.
Se da fine anni Ottanta al primo decennio del Duemila hanno tenuto banco trasmissioni tivù come Telefono Giallo di Corrado Augias, Mistero in Blu e Blu Notte di Carlo Lucarelli, ai giorni nostri gode di una ben meritata autorevolezza Stefano Nazzi, bravo giornalista d’inchiesta che con i suoi podcast torna su celebri luoghi del delitto e scandaglia certi anfratti bui e brutti del passato recente. Al centro delle due inchieste troviamo, per esempio, l’omicidio di Chiara Poggi, consacrato dalla cronaca come “Il delitto di Garlasco”, o  quello di Meredith Kercher, che quasi sempre è chiamato “Il delitto di Perugia”. Il paradosso, dunque, è che troppo spesso proprio la vittima è messa in secondo piano. Come? Catalogando il fatto come “delitto di tal luogo” o, peggio ancora, “mistero di quell’altro”, e annientando così, per una seconda volta, la vittima stessa.
La donna perde centralità in queste narrazioni che puntano più a fidelizzare il pubblico alla vicenda torbida, prontamente trasformata in feuilleton macabro. La donna, dicevamo, perde la centralità anche nel suo ruolo di vittima perché, per rendere più succosa la storia, la trama viene arricchita da possibili amanti e segreti inconfessabili. Parallelamente, si avvia una contronarrazione che vede protagonista l’assassino, ipotetico o conclamato: quasi un antieroe romantico, a suo dire vittima di un sentimento troppo grande, incapace di superare un rifiuto o un tradimento o più semplicemente le decisioni dell’altra persona.

E’ necessario garantirsi un pubblico, gratificarlo e allettarlo con descrizioni particolareggiate della scena del delitto: cosa indossava, in che posizione giaceva quando è stato ritrovato.. Uccise per la seconda volta. E ogni volta che la notizia passa al tg, nei programmi di approfondimento, sul display di uno smartphone… Nuovi colpi inferti , uno dopo l’altro sulla carne inerme di una donna che ormai è fatta solo del nome. Il cognome, il pezzo che completa la sua identità è un ostacolo all’empatia che si deve stabilire tra pubblico e vittima di questa nuova fiction in cui la vittima è amica, sorella. La vittima è una di noi! “Ma noi chi? ” verrebbe da chiedersi ..
Come narrare oggi la violenza sulle donne?
 La narrazione letteraria è un documento o corre il rischio di diventare una tendenza? Come porsi dinanzi a testi letterari del passato? Come usare la comunicazione dei nuovi media sul tema? Che ruolo stanno svolgendo i media tradizionali?

Sono graditi:

– articoli della lunghezza minima di 10.000 battute;

– racconti della lunghezza minima di 5 cartelle word;

– video della lunghezza massima di 150 secondi;

– strisce a fumetti di 20 tavole max.

Spedire a: letterazero.nuovaserie@gmail.com e a laspecoladellestelle@gmail.com

In Narrazioni

La tela e la scrittura

di Anna Potito

La storia narrata dall’Occidente comincia con Omero e sui temi della sua narrazione, in particolare l’Iliade, la cultura occidentale ha fondato la sua storia e la tradizione del suo pensiero. Tutto comincia con un atto violento, il rapimento della bella Elena, regina di Sparta e moglie di Menelao, da parte di Paride, giovane principe proveniente da una città lontana, Ilio, nell’odierna Turchia. Un gesto violento che chiede vendetta e riparazione, e dà inizio ad una guerra che provoca una catena di morti e che distrugge non solo i vinti ma anche i vincitori. È la prima “guerra totale”, dice Hannah Arendt, una guerra che coinvolge popoli e nazioni di varie lingue e culture con alleanze e schieramenti contrapposti che distrugge non solo il mondo visibile degli oggetti degli uomini ma anche quello invisibile delle relazioni umane, una guerra, voluta e combattuta dagli uomini, che le donne implorando e piangendo avevano tentato di evitare. Una guerra cui gli stessi uomini, poi cantati come eroi, avevano tentato di sottrarsi, Achille travestendosi da donna in un gineceo, Ulisse fingendosi pazzo. Ma la guerra è un affare di uomini e alle donne si addice il telaio, il fuso, il buon funzionamento della casa. È la definizione dello spazio femminile, domestico, in disparte da quello degli uomini, a loro, alle loro gesta spietate si addice il mythos, la parola, il canto per tramandare la loro fama nei secoli. E le donne? In disparte dagli uomini tessono nella loro stanza, insieme alle ancelle, tessono e cantano, con un ritmo cadenzato su quello del telaio, tessendo la tela, tessono la vita, amministrano la casa, ma anche loro raccontano non con le parole: affidano alla tela un racconto muto delle vicende che altri costruiscono su di loro per loro. Un’arte tessile che diventa strumento per uscire dal silenzio, una sorta di scrittura ad uso femminile, anche questo destinato a restare e tramandare. Ce lo racconta proprio Omero che nel terzo canto dell’Iliade descrive Elena intenta a questa opera. Elena, rapita da Paride, si trova ormai a Troia, sposa di Alessandro Paride; gli Achei hanno riunito un grande esercito di vari popoli della Grecia, sono accampati nella pianura antistante la città di Ilio e la guerra infuria con grande spargimento di sangue e di morti. Tutti sono stanchi e la vittoria non arride a nessuno dei due schieramenti. Dopo molte discussioni Achei e Troiani vengono a patti e decidono di affidare le sorti della guerra ad un duello. Alessandro e Menelao, i due che si contendono la “preda”, si sfidino in una contesa a due, chi vincerà prenderà Elena e tutti i beni e gli Achei torneranno alle loro case. In questo momento di tregua Laodice, cognata troiana di Elena, si reca da lei per accompagnarla da Priamo, sovrano di Troia e padre di Alessandro Paride, sulla torre più alta della città per aiutarlo a riconoscere, lei che viene da Sparta, i guerrieri in armi nella pianura. La sorprende intenta al telaio. “La trovò nella sala: tesseva una tela grande, doppia, di porpora, e ricamava le molte prove che Teucri domatori di cavalli e Achei chitoni di bronzo subivan per lei, sotto la forza di Ares.” (Iliade, III, vv. 125-129). Elena, quindi, racconta la guerra ancor prima di Omero e degli altri cantori. In contemporanea. È questo il tempo del telaio che, come dice Adriana Cavarero “ritaglia un luogo femminile dell’appartenersi e disloca altrove l’ordine patriarcale frapponendovi uno iato impenetrabile”. Che quest’arte fosse importante e stimata lo dimostra sempre Omero nell’Iliade quando, descrivendo la gara tra Aiace e Odisseo durante i giochi funebri per Patroclo, usa questa similitudine “come al petto di donna dalla bella cintura è vicina la spola, quando la tira con le mani, ben forte, passando la trama attraverso l’ordito, e accosto al petto la tiene, così vicino gli correva Odisseo e coi piedi ne ribatteva le impronte” (Iliade, XXIII, vv. 760-765).

Che la tessitura fosse un mezzo di comunicazione importante e di riconoscimento lo conferma la tragedia di Eschilo, Le Coefore, seconda  della trilogia Agamennone, Coefore, Eumenidi, dove l’incontro di Elettra e Oreste presso la tomba di Agamennone consente ai due fratelli che per molti anni erano stati lontani dopo l’uccisione del padre Agamennone da parte della moglie Clitemnestra, madre di entrambi, di riconoscersi tramite tre indizi, una ciocca di capelli tagliata e deposta sulla tomba, le impronte dei piedi e, ultimo indizio determinante, una fascia tessuta e ornata da disegni. Alla sorella ancora incredula ed esitante Oreste ribatte: “guarda questo tessuto, opera della tua mano, e i colpi di battente e le figure di animali” (vv. 231-234).

In Schede

“Dostoevskij” – Miniserie, 6 episodi, di Fabio e Damiano D’Innocenzo, 2024 – Sky

di Umberto Mentana

Quanto è difficile rincorrere un fantasma, soprattutto se poi si fa chiamare “Dostoevskij” e sulle sue vittime martoriate dai segni e dai colpi lascia solo parole, lunghe lettere autoriflessive sul making of dell’omicidio appena compiuto? La miniserie dei fratelli D’Innocenzo (La Terra dell’Abbastanza, Favolacce, America Latina) si apre infatti con altrettante parole impresse sulla carta, frasi disperate e di sofferenza, quelle di Enzo Vitello (Filippo Timi), capo della polizia depresso e affogato dai suoi “demoni”.

Vitello è a capo dell’indagine impossibile, i suoi metodi non sono ortodossi, anzi, e pare non preoccuparsi più di tanto di arrivare a capo e alla soluzione perché in Dostoevskij siamo immersi fino al collo di una fitta coltre di grigio: tutt’intorno è paranoico, claustrofobico e i D’Innocenzo ce lo fanno capire bene con il loro stile visivo, particolareggiato e denotato dalla scelta di immagini che restituiscono una grana di transitorietà, di ineffabile cattura: respiriamo su più canali lo sporco di quel mondo ritratto, dalle soggettive che si concentrano ad analizzare per un istante solo singoli oggetti e dettagli sfuggenti, a continue riprese con la macchina a mano ed un uso fotografico che sembra uscire — appositamente contestualizzato — dalle immagini di filmati casalinghi di un’era pre-smartphone (non è un caso l’utilizzo della pellicola 16 mm), perché siamo distanti, molto distanti dalla perfezione dei filtri social e dalle ottiche HD: non abbiamo e non esiste tutta quella luce quando la giustizia non solo brancola nel buio ma è parte di quella asfissiante oscurità. Forse il risultato di quell’immondo deserto a cui noi assistiamo per tutti i sei episodi della miniserie è innanzitutto la conseguenza del trauma che Vitello cerca di combattere nel suo presente, ossia l’ambiguo e travagliato rapporto con sua figlia Ambra (Carlotta Gamba), tossica apparentemente insalvabile che cerca di riprendersi con rabbia un tempo perduto che non ha mai vissuto in maniera spensierata, quello della sua infanzia, e una relazione sana con la sua famiglia: ricordiamo per tutte la sequenza del parco giochi nell’episodio due della serie, carica di un disagio e di una tristezza davvero pesante, a cui segue negli episodi successivi la confessione di Vitello, che disturba e disorienta nel profondo.

            Con questa miniserie, un vero e proprio film lungo circa duecentosettanta minuti siamo più dalle parti di un Zodiac di Fincher (2007) in salsa nostrana, dove l’orrore risiede in un passato che ha smarrito le sue tracce e a cui è impossibile risalire; bisogna scavare a fondo, considerare e riconsiderare piste ed indizi improbabili, oltre ad una buona dose di inventiva e caparbietà ed infine pensare come il mostro; e non è detto che questo poi non divenga parte del tuo mondo. Dostoevskij forse è la storia di una Genesi malata, che nasce dagli odori della melma e dalle cuciture della carne di cui è pregna la solitudine di certe vite.