di Annachiara Biancardino
Se la maggior parte dei romanzi si limita a costruire una trama, l’ultimo lavoro di Piera Ventre Stella randagia (NNE 2026) appartiene invece alla categoria delle opere che generano un mondo. Fin dalle prime pagine si ha la sensazione di entrare in un territorio sospeso, una Napoli che è insieme storica e visionaria, concreta e fantastica, in cui il mare, i palazzi nobiliari, i vicoli e le superstizioni popolari discendono da un unico magma narrativo. Le ambientazioni (la città, il palazzo) si presentano come un organismo vivente che respira insieme ai personaggi, ne custodisce i segreti e ne specchia le inquietudini.
Siamo nel 1909, l’anno in cui il passaggio della cometa di Halley accende paure e speranze in tutta Europa. Come ogni fenomeno celeste che attraversa l’immaginario collettivo, la cometa assume immediatamente una valenza simbolica: annuncia metamorfosi, evoca presagi, suggerisce che il destino degli esseri umani possa essere attraversato da forze misteriose. È in questa atmosfera che Esther, una donna friulana segnata dal dolore e dalla perdita, giunge a Napoli per entrare al servizio di Palazzo Spinelli come educatrice di Malvina, la figlia deforme dei nobili proprietari del palazzo, che ne celano l’esistenza all’interno delle mura, al “riparo” da occhi indiscreti. Da questo momento il romanzo si apre progressivamente come una costellazione di esistenze ferite, traumi familiari, presenze liminali che si muovono nel limbo tra il regno dei vivi e quello dei morti.
La prima impressione che si ricava dalla lettura è quella di una scrittura profondamente sensoriale. Piera Ventre possiede una notevole capacità evocativa: gli ambienti sembrano emergere dalla pagina attraverso una fitta trama di immagini, odori, suoni e suggestioni, archestrata da una lingua densa e barocca. La sua prosa coniuga realismo e incanto, restituendo al lettore la sensazione di abitare uno spazio in cui il quotidiano può improvvisamente aprirsi all’inatteso.
La sua belle époque napoletana non è quello delle narrazioni ufficiali. Certo, sullo sfondo si intravedono il progresso, la modernizzazione, le nuove scoperte scientifiche, ma il centro della scena è occupato da fatti e personaggi che normalmente restano ai margini del racconto storico: donne segnate dal lutto, corpi deformi, poeti mancati, individui esclusi dalle gerarchie della bellezza, della ricchezza e del prestigio sociale. In questo senso, la storia appare meno come il luogo dell’avanzamento lineare e più come uno spazio attraversato da vite fragili, spesso invisibili. Esistenze periferiche che proprio per questo diventano un humus fertile per l’immaginario narrativo. Del resto, se alla memoria dei vincitori ci pensa già la Storia, raccontare i vinti è un impegno della letteratura: in questo – e non solo – Ventre lascia intuire la sua discendenza da una genealogia di grandi scrittrici del tardo Novecento, da Morante a (soprattutto) Ortese.
In quest’ottica, va anche sottolineata la capacità dell’autrice di raccontare il dolore senza mai indulgere nel sentimentalismo. In un panorama letterario in cui la sofferenza viene spesso trasformata in spettacolo emotivo, Stella randagia sceglie una strada diversa: non chiede al lettore di compatire i suoi protagonisti; piuttosto di comprenderli.
Particolarmente significativa, da questo punto di vista, è la figura di Malvina. Il suo corpo strano («Mi stavo abituando alle stranezze di Malvina. A quelle fisiche e a quelle caratteriali, ammasso che carattere fosse la parola adatta per definire la sostanza mutevole e fluida che serpeggiava nell’animo di quella creatura infelice», p. 61), segnato dalla deformità, diventa un terreno di conflitto, il luogo in cui si concentrano alcune delle questioni più profonde del romanzo. Lungi dall’essere un semplice elemento caratterizzante, la sua condizione permette all’autrice di interrogare il rapporto tra identità e sguardo, desiderio e riconoscimento, appartenenza ed esclusione. Attraverso Malvina, la «povera stella sola, povera stella invisibile e ferita, venuta al mondo per essere scordata» (p. 214), l’autrice entra nelle dinamiche della marginalizzazione sociale rappresentandola non come un mero dato naturale, ma la costruzione culturale prodotta dagli occhi degli altri, che accomuna le due personagge al centro della prima parte della narrazione («Iniziavo a credere che, in qualche modo, la mia clausura volontaria fosse lo specchio distorto di quella di Malvina, ed era come se il gioco del pomeriggio si estendesse, andasse oltre», ci dice Esther a p.88) alla vicenda settecentesca a cui è affidata la conclusione (e la chiave interpretativa) del romanzo.
Infine, Stella randagia è anche un romanzo di fantasmi e apparizioni, che attraversano la narrazione e costituiscono uno degli aspetti più affascinanti dell’opera. La loro presenza introduce un elemento di ambiguità che accompagna il lettore fino all’ultima pagina. I fantasmi esistono davvero? Appartengono alla realtà o all’immaginazione dei personaggi? Ed è possibile tracciare una linea di confine netta tra questi due mondi?
Ciò che conta, tuttavia, non è stabilire la natura di queste presenze quanto comprenderne la funzione gnoseologica. Il soprannaturale di Stella randagia non rappresenta una fuga dal reale. Al contrario, sembra emergere proprio laddove il linguaggio realistico rivela i suoi limiti nel restituire la complessità dell’esperienza umana. I fantasmi diventano allora figure della memoria, del lutto, del desiderio, di tutto ciò che continua ad agire nel presente pur appartenendo al passato. In questo senso, il romanzo si inserisce in una tradizione narrativa che utilizza il a tratti il meraviglioso a tratti il perturbante non come alternativa al reale, ma come suo ampliamento. L’elemento sovrannaturale consente di rendere visibili le connessioni con dimensioni altre dell’esperienza: le assenze che continuano a pesare sulle vite dei vivi, i traumi che resistono al trascorrere del tempo, le eredità invisibili che ogni generazione riceve da quelle che l’hanno preceduta.
Piera Ventre, in sintesi, costruisce un romanzo che parla di sconfitti senza trasformarli in simboli della sconfitta, di emarginati senza ridurli alla loro condizione, di dolore senza indulgere nella pietas del lettore. Ed è forse questa la qualità più preziosa di Stella randagia. Come accade nei migliori romanzi storici d’autrice degli ultimi decenni – da Helena Janeczek a Emanuela Canepa, da Maria Grazia Calandrone a Nicoletta Verna – le atmosfere e i personaggi di Piera Ventre continuano ad accompagnarci anche a lettura ultimata, similmente alla stella del titolo: erranti, inquieti, e proprio per questo capaci di farsi seguire anche nel buio della memoria.










