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Rec. a “25” di Bernardo Zannoni

di Francesca Bellucci

Venticinque anni e la storia di un ragazzo imprigionato in questa età nefasta, caratterizzata dalla paura di andare avanti, di uscire dalla gabbia di decisioni che solo in questo tempo di mezzo sembrano essere irreversibili. Questa è la narrazione di Gero, il protagonista dell’ultimo romanzo di Bernardo Zannoni che racconta con grande delicatezza le rotture e le storture di un giovane ragazzo raccolto nella solitudine e di tutti coloro che gli ruotano attorno.

La storia inizia con Gerolamo che risale la strada verso casa nel cuore della notte, frastornato e inebetito. Assuefatto a una solitudine tormentata di cui scopriremo le ragioni nel corso del romanzo. E’ la storia di un ragazzo cresciuto all’ombra di una famiglia disfatta, di un padre assente, di una madre incapace di assolvere al proprio compito genitoriale, riscaldato dal calore di una zia che si porta addosso il peso di una vita non vissuta ma che riconosce in Gero un talento che ai suoi stessi occhi è inesistente. Il tutto raccontato tra le mura di una casa troppo piccola, maleodorante, ma perfetto rifugio d’amore nella sua esatta imperfezione, la casa della zia, e quella troppo grande, buia per la prima parte del romanzo, abitata solo dalla solitudine dell’abbandono, la casa padronale della famiglia del protagonista. E il bar del paese, scenario dell’apice della disfatta di Gerolamo e dei suoi coetanei.

I luoghi di questo romanzo sono l’emanazione delle storture dei personaggi, si sgretolano, sembrano tra loro distanti miglia e sempre coperti da una luce offuscata, pronta a dare la mano alla notte che puntualmente arriva, portando con sé le gambe molli dei giovani del paese, i quali si muovono come sonnambuli, fantasmi delle loro vite. Questo romanzo racconta quanto possa essere complesso avere venticinque anni, specie in una società in cui la linearità della crescita si scontra con l’impossibilità di credere che provare ad inseguire i propri desideri sia una scelta possibile.

 Il primo quarto di secolo è un limbo sempre pronto a diventare precipizio: troppo giovani per saper conoscere sé stessi, pur essendo convinti di avere la capacità e i mezzi per sapere di sé quanto è celato allo sguardo degli altri, e troppo grandi per credere di poter cambiare strada, di battere un percorso inesplorato.

Da bambino era tutto così facile: non esistevano filtri per il dolore, la paura, la gioia. Ti cadeva tutto addosso, ma faceva parte di un percorso necessario. Ora bisognava scegliere una strada, calcolare il tempo. Sbagliare aveva un costo, lasciava dei segni, ti esponeva ad altri rischi.

 La strada che vorremmo percorrere si incupisce, si restringe, diventa un filo di ferro che attana le caviglie e ti cementifica sul pavimento di un bar di paese o, nel peggiore dei casi, diventa una lama che recide i polsi. Come avviene per Tommy. Nei bagni di quello stesso bar, sotto gli occhi dei suoi amici. E Tommy è lo specchio di tutti loro. Nessuno se lo sarebbe aspettato, eppure l’ha fatto. Non è l’azione in sé a tormentarli, a lasciarli interdetti, ma il coraggio di aver preso una decisione. Questo pensa Gero, sentendosi addosso quel tormento, rivedendolo su di sé, ritrovandolo nei suoi pensieri.

Che senso ha una vita che si conduce da sola? Quanto può valere respirare se non si ha una ragione per farlo, ma ci si trascina in un giorno e poi nell’altro e nell’altro ancora, in una ciclicità che ha il sapore di una condanna infernale?

Ci si può ornare di qualsiasi titolo, professione, gloria o infamia, ma il succo resta: abbiamo vite piccole, fatte di cose piccole, e questo non si cambia.

Non si cambia. E quando si cerca di farlo ci si scontra con le vite degli altri, con i loro dolori, con le difficoltà e le loro ignominie. Gero si scontra con Martin, il vicino di casa della zia che vive con la giovane compagna incinta. Una gravidanza deformante, che sgretola la ragazza, la invecchia e che è priva della dolcezza della nascita di una nuova esistenza e invece di diventare ragione di crescita e di cambiamento, si fa mezzo di disfatta, come se tutto stesse per perire e nel grembo ci fosse un “problema” e non una vita. Qui c’è la coerenza di questo tempo: la vita stessa è un problema ed è possibile cercare di darne alla luce un’altra solo se la propria è libera dal sapore ferroso di quello stesso sangue che sporca e colora il pavimento del bagno di Barracus. Quel sapore viscido pervade Gero quando varca la soglia del mattatoio, per iniziare a lavorare su intercessione di Martin. Quel lavoro, che pare al protagonista il primo passo verso la libertà da se stesso, è in realtà una finzione, una trappola, come l’ammasso di carne che agli occhi di Gero pare umana e non animale, l’odore pungente del sangue, la crudeltà che il protagonista crede di vedere nelle azioni dei suoi colleghi di lavoro mentre riducono in poltiglia i resti animali. Il mattatoio si fa metafora della vita di Gerolamo: corpi privati della loro essenza e della loro forma, ossa da rimuovere, identità da cancellare per precipitare nel vortice dell’indefinitezza. Un giorno di supplizio interrotto dallo smascheramento di un lavoro che non è una possibilità per Gero, ma l’inganno di un giovane uomo, Martin, che scappa dall’imbocco della sua nuova vita, dalla compagna e dal figlio che sta per arrivare, per rifugiarsi nella bugia di un sonno indotto dalla droga, in un luogo sulle colline distanti dal paese, il Pillola Blu, il tutto sotto una pioggia battente che non sa lavare via la sozzura di un tempo in putrefazione.

L’acqua è l’altro elemento caratterizzante del romanzo. La pioggia che incontriamo sullo scenario dell’incipit, che impasta con la terra e sporca il procedere di Gero verso casa, ma anche l’acqua che bagna i piedi del protagonista sulla cucina della casa di famiglia. L’elemento extraumano, che esula dalla volontà del ragazzo, e la mancanza di controllo sulla sua vita, che gli impedisce di illuminare le sue scelte così come la casa in cui vive, il tutto solo per un interruttore inconsapevolmente spento. Basterebbe così poco per dare un senso, per provare ad andare oltre, eppure il pensiero dell’azione si perde con il levare del sole, per ricomparire nella lotte, per rispondere ad un bisogno che pulsa nei polsi ma non si riesce a seguire e proprio quando tutto sembra essere ormai disfatto, quando l’irreparabile sembra aver preso il controllo, che Gerolamo ritorna all’esattezza della sua età, che ne comprende la potenza del divenire, che svolta verso la strada spianata dalla zia, suo ultimo gesto d’amore, per smettere di essere un ragazzo e provare a diventare un uomo senza lasciarsi scorrere il tempo addosso, al di fuori delle sue vene.

Bernardo Zannoni,

25

Palermo, Sellerio, 2023

pp. 180, € 15,20

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Attraversare lo specchio – Rec. a “Scrivere il perturbante”

di Umberto Mentana

Ho sempre provato una irrefrenabile attrazione per il “weird” ovvero  l’inquietante,  quella sensazione che provoca straniamento e viene chiamata Perturbante.  Non è un caso, infatti, che io abbia dedicato un libro a R.L. Stine e che le mie prime letture siano state essenzialmente le storie pubblicate nella serie Piccoli Brividi.

 Il libro di Giorgia Tribuiani pubblicato qualche mese fa per Dino Audino Editore,  Scrivere il perturbante ( primo volume di una “trilogia del mistero”) è un saggio che illustra tutte quelle procedure che sollecitano interessi in voga e che richiamano la mia stessa attenzione: teorie e tecniche psicologiche, un fenomeno sempre più diffuso”

Dopo una prima parte prettamente teorica, in cui è ben indicizzata vasta produzione dedicata al tema del perturbante e all’interno della quale spiccano i nomi di H.P. Lovecraft, Stephen King, Edgar Allan Poe, E.T.A. Hoffman, Todorov, Freud, considerati “numi tutelari”, Tribuiani sottopone alla nostra attenzione studi più o meno recenti come quello di Davide Borghetti (Il perturbante. Paura e inquietudine nel quotidiano, 2018 ndr), Mark Fisher o Francesco Corigliano (La letteratura weird – Narrare l’impensabile, 2020 ndr). Questa è una sezione a mio parere riuscitissima, proprio perché Tribuiani, opera una summa efficace delle molteplici fonti e la veicola attraverso un discorso fluido e “in progressione”, partendo  dal concetto delle “Tre paure” proposto da Stephen King nel suo Danse Macabre, arriva alla descrizione dello spaesamento cosmico-architettonico del monolite di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

La forza di questo libro è dunque, e soprattutto, questo: aver sviluppato gli elementi manualistici, di cui è impregnata l’intera seconda parte del libro, attraverso una componente raffigurabile, tangibile, visiva. Numerosi sono gli esempi di interi brani della letteratura in esame ma, per lo più, le riproposizioni sono regole di un gioco intrapreso ( impostato) con il lettore e che va al di là della sola pagina. L’autrice ci propone queste “perturbazioni” mostrandoci come, effettivamente, si può provare e trasmettere la paura, per esempio come ritrovare una routine scombinata quando il conoscibile diviene non conoscibile, oppure un luogo domestico che materialmente non rispetta le dovute proporzioni che ci aspetteremmo e che sappiamo solitamente ritrovare, elementi anatomici o personalità duplicate, raddoppiate, fino a passare in rassegna una rinnovata “borsa degli attrezzi” del perturbante: dall’utilizzo esclusivo di un certo tipo di narratore, ai luoghi perturbanti alle tecniche narrative d’adozione per eccellenza, dalle tipologie di conflitti, agli strumenti per infondere tensione al particolareggiato uso del dialogo, ai simbolismi e alle ripetizioni tematiche presentate come immagini ricorrenti.
Tutto questo alternando naturalmente maestri dello storytelling destabilizzante come Stephen King, Roman Polanski, William Peter Blatty, Shirley Jackson, Stanley Kubrick, Ray Bradbury, David Lynch a nomi più recenti come Thomas Ligotti, Joe Lansdale, non disdegnando naturalmente anche Italo Calvino o Dino Buzzati che ben riescono a sposarsi in questo luogo comunicativo che risulta essere il libro di Giorgia Tribuiani pieno di stimoli, avvertenze e inquietudini. 

Nella fase conclusiva, il libro ci pone la domanda “Di cosa hai paura?”, un quesito che ritroviamo anche nelle prime pagine del volume e al quale Tribuiani, non  fornisce  risposte specifiche ma, da romanziera navigata e soprattutto da insegnante utilizza per portare lontano il lettore, oltre quei limiti conosciuti. Ci restituisce  una dimensione in cui non ci sentiamo più sicuri, circondati da geometrie non convenzionali e da ritornanti che non temono di arrestare la loro corsa e così, mentre noi siamo intenti a leggere, qualcuno si nasconde sotto al nostro letto,  qualcuno che ha il nostro stesso viso ma che presenta ugualmente qualcosa di diverso.

Scrivere il perturbante di Giorgia Tribuiani è dedicato a Giulio Mozzi con cui la scrittrice dirige la Bottega di narrazione, scuola di scrittura creativa per la quale ha ideato e conduce annualmente il “Laboratorio del mistero” dedicato alla narrativa perturbante e fantastica.

Giorgia Tribuiani

Scrivere il perturbante. Modelli, tecniche, strategie

Roma, Audino, 2023, € 18,52

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Le stagioni di Iris – rec. a “Vuoto” di Ilaria Palomba

di Valentina di Corcia

Ci si avvicina a questa storia come lo si farebbe a un istrice: migliaia di aghi acuminati sono pronti a schizzare per colpirti in punti dolorosissimi. Quest’istrice resta al riparo, si difende come può, attacca a prescindere e sa stupirti con l’intensità del dolore che è in grado di infliggerti. Tuttavia, il dolore che si sente è qualcosa che ci appartiene e, pertanto, siamo a disposti a sopportarlo man mano che leggiamo. Anzi, più leggiamo e più vogliamo stare nella storia come Iris.

In questo racconto a due voci.  Iris e Ilaria, si alternano fino a fondersi nell’io narrante di una narrazione in cui protagonista prepotente è il vuoto. Nato da un dolore mai superato, che traccia un solco tra prima e dopo, questo non spazio è capace di inglobare tutto, nutrito dai sensi di colpa, di inadeguatezza, ed espandersi fino a prendere forma e diventare “doppio”. Noi sentiamo che le vicende di Iris sono profondamente innervate della vita stessa di Ilaria e ciò non ci dispiace affatto, anzi in una certa misura ci consola, perché è come se venissimo a sapere che, se un giorno tutto il dolore e tutte le afflizioni di Iris saranno le nostre, potremo affrontarle e combatterle. Infine, vivere ancora.

Palomba riempie il vuoto attraverso la costruzione di triangolazioni amorose. La più stabile è quella composta da Iris, suo padre e Federico. Sono le sole figure maschili di riferimento a cui riconosca una certa autorità nonostante tutta la serie di conflitti che passano nei loro rapporti. Forse, è proprio la dialettica del conflitto a rafforzarle. Palomba si inserisce con efficacia nella ormai lunga serie di narrazioni domestiche, che entrano e sfondano le pareti dei rapporti familiari. Ma Palomba pare farlo per erigere di nuovo qualche muro rovinato sotto i colpi della dissoluzione del sé. Del buddismo che attraversa in filigrana tutta la storia pare avere recuperato questo dato: un’ultima fiducia nella possibilità che le cose – persone e oggetti (forse persone come oggetti) possano ricomporsi. Gli altri uomini, invece, si reggono su una certa sottomissione masochistica (l’unicum è Giulio, amato e perso, troppo puro per poter sopravvivere a certe dinamiche guaste.)

Il vuoto è la scala per il paradiso, il desiderio di libertà.

Con “Vuoto”, Ilaria Palomba conferma quella che fino ad ora poteva essere un’intuizione: ci troviamo di fronte a una nuova generazione di cannibali che, a differenza degli originali, usano il filtro del gotico.

Gotico e cannibalico si sono impastati pur mantenendo distinte le proprie caratteristiche, che emergono da richiami diretti o da suggestioni evocate dalla scrittura. E ancora una volta torna l’elemento ancestrale: il romanzo contribuisce ottimamente alla crescente attenzione per certi fatti del passato, dalle leggende del territorio agli eventi di cronaca nera che da un lato hanno generato una schiera di nuovi mostri, mentre dall’altro ci hanno restituito le vittime sotto forma di nuove icone pop. Cristallizzate in quelle immagini, sempre uguali a sé stesse, passate centinaia di volte ai tg; vicende che possono essere recuperate e riaffidate alla memoria collettiva attraverso l’upgrade della nuova consacrazione mainstream: il podcast. Ma Palomba, così come Serena Vinci, non scade mai nella facile restituzione mediatica della demonologia appulo-lucana, dove maciare, fatture e serpenti diventano puro folklore, mentre sono cultura e storia. E ancora una volta torna l’elemento ancestrale: il romanzo contribuisce ottimamente alla crescente attenzione per certi fatti del passato, dalle leggende del territorio agli eventi di cronaca nera che da un lato hanno generato una schiera di nuovi mostri, mentre dall’altro ci hanno restituito le vittime sotto forma di nuove icone pop. Cristallizzate in quelle immagini, sempre uguali a sé stesse, passate centinaia di volte ai tg; vicende che possono essere recuperate e riaffidate alla memoria collettiva attraverso l’upgrade della nuova consacrazione mainstream: il podcast.

Con Palomba siamo autorizzati a fare un piccolo salto indietro nella storia del romanzo italiano contemporaneo: a metà degli anni Novanta Isabella Santacroce folgorò una generazione con Fluo, romanzo che apriva la cosiddetta Trilogia dello spavento.  Come i personaggi di Santacroce vivono un’alterazione frenetica, tra discoteche ed esperienze borderline nella Riccione all’apice della sua stagione psichedelica, la Iris di Palomba, bramosa di libertà, simile alla Belle di Povere Creature, segue il sentiero delle sue cicatrici, tracciando la sua mappa: definisce una nuova geografia dell’inquietudine.

Alle notti romane, avvolte da un’aura speciale, potremmo dire misterica, alterna i paesaggi di una Puglia aspra e sonnolenta; tra estati di ritorno, paesini appartati e città (Bari, specialmente) quasi insopportabili. Ci sono deserti di sabbia e calce bianca, capaci di imprigionare nel torpore di una vita tanto lenta da diventare immobile. Di sicuro lontana da certe “cartoline” instagrammabili. Ci sono poi le strade urbane, i quartieri pesanti della Bari che accoglie Iris non più ragazzina e quasi donna: è qui che tutto si fa difficile. Per Palomba la Puglia è bella nella dialettica infanzia-paese e si rovina in quella che va dallo stadio adulto allo spazio urbano.

Ilaria Palomba

Vuoto

Bari, Les Flâneurs Edizioni, “Élite”, 2022

€ 18,00

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Morte di un ragazzo perbene – rec. a “Il sangue che ti scorre accanto” di Serena Vinci

di Valentina di Corcia

C’è stato un preciso momento in cui il male si è insinuato nei chiaroscuri della storia del nostro Paese e ha iniziato ad espandersi, richiamando su di sé i clamori mediatici, trasformando il pubblico televisivo in una tifoseria organizzata e, non da ultimo, tributando podi e onori ai sapienti del crimine, incoronati vincitori di un grottesco e atipico talent show.

I fatti narrati in questa storia sono lontani, nel tempo e nello spazio, dai boschi del cosiddetto satanismo acido, animato da droghe e violenza, in cui un gruppo di ragazzi utilizzerà l’occulto come alibi a una vita di degrado.  Pare affacciarsi – lo diciamo con prudenza, ma abbiamo qualche buona ragione dalla nostra parte – una nuova “Gioventù Cannibale” in una certa violenza sfacciata e vorace.

Questa storia parla di affascino, di una goccia di sangue mescolata al caffè e del potere arcano dei lacci d’amore. Serena Vinci parte da un fatto di cronaca, un fatto di sangue particolarmente controverso e ancora oggi rimasto insoluto. Per renderlo meno brutto – perché la realtà sa rivelarsi assai peggiore di qualsiasi fantasia macabra – lo impregna di esoterismo. Tutto questo dà alla storia delle connotazioni che richiamano aspetti da realismo magico. Potremmo considerarla come una forma di etnofiction, per dirla con Augè: i personaggi che animano l’immaginario paese di Distici subiscono supinamente l’affascino, ne sono soggiogati perché, in certi contesti del sud Italia, la magia è un fenomeno endemico.  Dunque, risulta più facile credere alla magia che alzare il velo su una verità più scomoda.

C’è una mappa ideale che attraversa tutta la Penisola e contiene i luoghi di quello che potremmo definire un nuovo gotico italiano. Partendo da Butera, in Sicilia, dall’antro della strega de “Lo Scuru” di Orazio Labbate, ci si sofferma per una visita al condominio dei misteri di “Questo giorno che incombe” di Antonella Lattanzi e poi su su, si sale fino alle valli piemontesi per trovare una cura all’epidemia di “Morsi” di Marco Peano, per poi scendere ancora lungo lo Stivale, fino a raggiungere Distici, paese di un non meglio identificato sud Italia, in cui è ambientato il romanzo d’esordio di Serena Vinci, “Il sangue che ti scorre accanto”, edito quest’anno da Les Flâneurs nella collana di narrativa “Montparnasse”.

Il nostro gotico affonda le radici nel passato. Nasce, dopo lunga gestazione, dalla tradizione orale, da quelle leggende che di bocca in bocca hanno attraversato intere generazioni e che, sfidando il pregiudizio del progresso sono giunte fino a noi, impastate a formule di antichi rituali praticati in stanze proibite. Ma, in fondo, cos’è la leggenda se non una verità manipolata, un evento reale contaminato dalla fantasia?   L’occidente cristiano e sincretico ha assorbito il mito e ha distinto il bene dal male, offrendo però l’occasione di una sclerosi delle due qualità finché oggi queste due qualità sono diventate due fazioni. Ma la vita è fatta di vie di mezzo e Serena Vinci costruisce una storia che si oppone ai dogmi, animandola con una protagonista femminile che cerca risposte laddove tutti hanno smesso di farsi domande.

Alle fanciulle tenute prigioniere in dimore di famiglia la Vinci oppone Fiammetta che dall’antico palazzo è fuggita già una volta ma, vinta dal richiamo del sangue, vi fa ritorno e proprio seguendo la goccia di quel sangue che scorre e segna il sentiero, intraprende un viaggio a ritroso nel tempo. Riguadagnando i luoghi attraverso i ricordi, prima che sfumino (o affondino) nel passato e si confondano con i “si dice”.

Serena Vinci ci offre una storia potente: apparentemente connotato dalle caratteristiche del noir, con richiami al soprannaturale, questo romanzo è costruito attorno a un personaggio che con la sua creatrice condivide molto più che la professione di archivista e la fisiologica tendenza a risistemare dati e documenti, seguendo metodo e intuito. Serena, attraverso il personaggio di Fiammetta, ci offre la possibile soluzione a una brutta storia di provincia, presto dimenticata come accade a certe storie piccole, narrazioni di sottofondo rispetto agli eventi dei grandi prosceni. Come accade quando a morire è un ragazzo perbene.

Serena Vinci

Il sangue che ti scorre accanto

Bari, Les Flâneurs Edizioni, “Montparnasse”

€ 15,00

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Autobiografie in cerca d’autore: “La ricreazione è finita” di Dario Ferrari

di Matteo Caputo

Why don’t you get a job?: queste parole risuonano dalla voce dirompente di Dexter Holland, frontman di uno dei più noti gruppi punk del mondo, gli Offspring, mentre dall’alto si viaggia tra le luci di una Roma notturna, con la cinepresa che si ferma, ormai giorno, sulla “Minerva” di Arturo Martini e sul complesso di piazza Aldo Moro della Sapienza: è l’inizio di Smetto quando voglio, primo episodio di una tragicomica trilogia sull’Università italiana e sui suoi ricercatori, che quella domanda iniziale se la sentono ripetere da tempo. E, ça va sans dire, le orecchie di chi scrive non fanno eccezione.

Sarà anche per questo che La ricreazione è finita, seconda opera narrativa del viareggino Dario Ferrari, addottorato in Filosofia a Pisa e insegnante e traduttore a Roma, nonostante le sue quasi cinquecento pagine, si è fatta consumare in poche, concitatissime ore.

Marcello Gori è un trentenne che ancora non sa cosa fare della propria vita: laureato in poco più di dieci anni in Lettere con una tesi su Kafka, fidanzato senza troppo impegno con Letizia, ragazzina dell’alta borghesia di Viareggio e studentessa di medicina, vive ancora con la madre e, senza mostrare di preoccuparsene troppo, è senza un impiego. Tra un lavoretto e un altro racimola ogni mese qualcosina, intestardito a non voler rilevare il bar di famiglia, gestito dal padre settantenne. Un padre che Marcello odia perché ha lasciato la madre anni fa per un’altra donna e soprattutto perché pare non avere alcuna stima di lui. E così, per indispettirlo, tenta il concorso di Dottorato in Lettere all’Università di Pisa, vincendo inaspettatamente la borsa di studio.

Viene a quel punto affidato alle mani di uno dei più influenti docenti del Dipartimento, il Chiarissimo prof. Raffaele Sacrosanti il quale, dopo aver scartato una serie di idee che gli erano sembrate improponibili, un po’ per affidare a un dottorando non voluto una tesi poco spendibile, un po’ per motivazioni non chiare, decide di proporgli un lavoro sul recentemente scomparso terrorista viareggino Tito Sella. Di chi sia costui, il dottor Gori non ne ha la minima idea, tuttavia accetta la proposta e inizia la ricerca a partire dai parenti stretti, che di storia locale recente, almeno per averne fatto parte, qualcosa dovrebbero saperne. Le necessità, poco dopo, conducono Marcello tra i banchi della be-en-ef, la Biblioteca Nazionale Francese, che custodisce il materiale preparatorio approntato da Sella per le proprie opere narrative e, soprattutto, i suoi scritti più intimi, tra i quali potrebbe esserci la Fantasima, una sorta di autobiografia perduta del terrorista.

È l’inizio di un’avventura che oscilla tra il tempo attuale privo di azione e i ferventi anni ’70, sui quali ancora oggi è disteso un velo che è ancora troppo pesante per essere rimosso. Tito sarà l’autore che il personaggio Marcello cerca: pur nella distanza tra l’indolenza del protagonista, eccitata solamente da pochi avvenimenti, e l’energia dirompente del giovane fondatore della brigata Ravachol, dai diari di quest’ultimo viene fuori qualcosa che permette a Marcello di ricucire passato e presente, offrendogli una nuova chiave di lettura del proprio mondo e delle sue sempre più chiare circostanze.

Dario Ferrari, La ricreazione è finita

Sellerio, 2023

Euro 16,00

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Il sogno di un’Italia da bere

di Valentina di Corcia

Lo spot pubblicitario di un noto amaro è la fotografia perfetta dell’Italia degli anni ottanta, la narrazione pop del rampantismo di quegli anni: la Milano da bere entrerà nel linguaggio comune al punto di diventare un modo per definire quel periodo storico e gli uomini che lo hanno animato. La storia raccontata in questo libro, esempio di non-fiction che alla biografia abbina romanzo e saggio proviene, in buona misura, da quel mondo. Sebbene il suo protagonista in quel mondo non sia mai affondato del tutto. Lui lo ha divorato, arrivando a cambiarne le regole, inventandone di nuove. Il self made man, il tuffatore di Paestum, romagnolo, sanguigno e visionario, a tratti surreale, sembrava essere uscito dalle pagine di un romanzo d’avventura, anzi, meglio: la sua vita è stata talmente ricca di avvenimenti reali e romanzati, avvolta da quell’aura di mito che fa la fortuna di pochissimi, da farci venire alla mente il protagonista di  una sceneggiatura di Fellini e Guerra. 
Capitano d’industria e capitano di ventura, innovatore e romantico, classe 1933, uno dei protagonisti indiscussi della Prima Repubblica: Raul Gardini. 
Dopo una vita costellata di successi privati e pubblici,  nel 1988 realizza quello che nessuno aveva mai neppure ipotizzato: attraverso una joint venture unisce Montedison ed Eni: nasce Enimont. E così il tuffatore, l’uomo che si muove tra una dimensione e l’altra,  che sfida la sorte, porta a compimento il suo progetto avveniristico, potremmo dire utopico. Gardini prospetta un modello economico che fa saltare tutti i parametri : produrre chimica verde e creare energia di derivazione agricola. Da qui in poi la sua storia di uomo e imprenditore diventerà sempre più densa. Gardini,  il suo sorriso bianchissimo, i suoi modi concreti, lo sguardo rivolto a un futuro che i più non riescono ancora a scorgere, diventa una vera icona di quegli anni, riuscendo ad offuscare quella del monarca dell’industria italiana, Gianni Agnelli. Questi sono gli anni in cui le sue gesta gli varranno i soprannomi di pirata e ultimo imperatore di Ravenna. Accanto alle scorrerie nel mare della finanza alternerà le regate  della  Louis Vouitton Cup prima e dell’America’s cup, dopo. A capo del leggendario Moro di Venezia, affiancato da un giovane Paul Cayard, appassionerà gli italiani alla vela, rendendola più popolare e meno elitaria. Gli anni dall’ottantotto al novantatrè registreranno l’apice della sua fortuna ma anche l’inizio del suo declino. Nel 1992 l’Italia intera verrà scossa dalle fondamenta: inizia la stagione di “Mani Pulite”. Ad essere coinvolti saranno i principali attori sulla scena della Prima Repubblica,  tra i nomi della politica, della finanza e imprenditoria, spicca quello di Raul Gardini che sarà uno dei principali imputati e verrà condannato per finanziamento illecito ai partiti, la sua passerà alla storia come” la madre di tutte le tangenti “. Nel giugno 1993 si suiciderà nella sua residenza milanese.

Elena Stancanelli, “Il Tuffatore”
La Nave di Teseo, Collana Oceani, 2022
18 euro 

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“R.L. Stine – Piccoli Brividi, Fear Street e altre scary stories” – Il nuovo saggio di Umberto Mentana. Edizioni Weird Book

R.L. Stine è lo scrittore per ragazzi più venduto al mondo. La sua serie horror di Piccoli Brividi ha venduto oltre quattrocento milioni di copie segnando irrimediabilmente l’immaginario di intere generazioni di lettori grazie al singolare connubio fra humour e horror attraversando una storia editoriale che incomincia e ha la sua golden age negli anni Novanta, diventando nel tempo un fenomeno sociale dalla portata rivoluzionaria.

Questo libro è il primo saggio italiano sullo Stephen King per ragazzi, ed è una ricerca non solo biografica ma anche sui processi di scrittura in un dialogo trasversale e serratissimo accompagnato dalle più note “scary stories” dell’autore: Fear Street, Piccoli Brividi, Just Beyond sono collane di successo che travalicano i limiti del singolo medium librario conversando parallelamente con il Cinema, il Fumetto, la Televisione. Impreziosito da un intervento in esclusiva per il pubblico italiano di Tim Jacobus, l’artista cult delle storiche copertine di Piccoli Brividi, questo libro si propone di porre l’attenzione su un Maestro dell’horror ancora troppo poco esplorato dalla saggistica italiana.

Cover di Giorgio Finamore.

TitoloR.L. Stine – Piccoli Brividi, Fear Street e altre scary stories
Autore: U. Mentana
Editore: Weird Book
CollanaRevolution
Genere: Saggio
Pagine: 180
Prezzo: 25,90 €
Formato: 15 x 22 cm
ISBN: 978-88-31373-89-0
Data di uscita: 31 gennaio 2023

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Esercizio di nuda realtà – animali per istinto, umani secondo ragione. Bernardo Zannoni tra favola e romanzo per il Premio Campiello 2022.

di Annasara Bucci

Mio padre morì perché era un ladro. Rubò per tre volte nei campi di Zò, e alla quarta l’uomo lo prese. Gli sparò nella pancia, gli strappò la gallina di bocca e poi lo legò a un palo del recinto come avvertimento. Lasciava la sua compagna con sei cuccioli sulla testa, in pieno inverno, con la neve

Archy nasce faina nella tana dei suoi genitori in un rigido inverno di freddo e neve, e nascendo sa che dovrà sopravvivere da animale per tutta la vita. O quasi.

Una cosa è certa: la lotta per la sopravvivenza è l’energia che muove la vita di qualsiasi animale. Ed è per questo motivo che quando esseri animali abitano l’inchiostro sulla pagina, non sempre occorre fornire ulteriori spiegazioni. Non bisogna spiegare i motivi delle lotte dei fratellini di Archy per assicurarsi il cibo migliore, poiché chi più mangia più diventa robusto; non bisogna spiegare perché Otis, il più debole dei fratelli, corre il rischio di essere mangiato vivo quando la fame prende il sopravvento e le provviste non bastano a placarne la morsa; non bisogna chiedersi nemmeno perché la madre di Archy decide di venderlo a Solomon la volpe per una gallina e mezzo, dopo che un incidente lo ha reso zoppo, dunque inabile ad una vita da sano animale.

«È lui, Annette?», disse la volpe, indicandomi.

«Sì», rispose lei.

«Sembra sano».

«È zoppo. Non corre. A me non serve più».

La vecchia volpe rise.

«E a me sì?»

«Può lavorare. Sei vecchio, e non puoi trovare di meglio»

La vita di Archy subirà violenti strattoni di ferinità sin da subito, sin da quando ancora poco più che cucciolo, ancora poco abile alla vera vita da animale, si vedrà strappato dalla propria tana da chi lo ha generato, ed essere figlio inizia a non essere più considerato diritto acquisito se proprio la fame interviene a (ir)regolare i rapporti di filiazione. Nella tana di Solomon la volpe, Archy non verrà più nutrito per diritto, ma sarà messo a dura prova. E solo se lavorerà duramente acquisirà il diritto al nutrimento.

Per di più, Solomon è un padrone oscuro, violento, conosciuto in tutta la foresta come Solomon l’usuraio.

«Fai da mangiare e stai zitto, pelo di culo!»

Nessun animale della foresta che ha avuto l’ardire di fare affari con lui sfugge all’estinzione dei debiti, conti annotati accuratamente su tavole di legno con segni incomprensibili. Gli stessi segni che Archy nota su un libro che Solomon porta sempre tra le zampe, una cosa preziosissima, a giudicare dal ringhio e dal pelo dritto che il padrone mostra tutte le volte che qualcuno tenta di avvicinarvisi.

«Vuoi conoscere Dio, Archy?»

Il grande tesoro del suo padrone è un libro che riporta la parola di Dio e sarà proprio attorno all’importanza della parola e del segno grafico che ruoterà la mutazione del loro rapporto: da un subordine di servitù alla filiazione allievo- maestro. E come tutti i migliori maestri, non solo Solomon insegna all’allievo la lettura e la scrittura attraverso la parola di Dio, sciogliendo ogni suo dubbio, rispondendo ad ogni sua domanda, introducendo per lui i concetti di Tempo e Morte del tutto estranei al meccanismo del vivere animale, ma riconoscerà nell’allievo quel potenziale nascente che solo l’occhio di un maestro sa riconoscere.

«C’è dell’Amore qui, fra le parole. Non si legge, ma si sente […] Voglio che tu scriva di me, come sai fare, con Amore».

Dopo aver dotato l’allievo degli strumenti intellettuali necessari, gli chiederà di riscrivere il libro della sua vita da malfattore fatta di astuzie e inganni, ladrocini e omicidi sotto un’altra luce, quella di Dio, mutuando ogni gesto animale e disgraziato sotto la luce di un bene superiore.

Il tentativo di redenzione di un maestro disperato dalla consapevolezza della sua fine costa alla narrazione delle sue imprese la deformazione tutta umana di essere ammantata di un significato più puro, poco ferino, e per questo estraneo ad ogni logica animale. Infatti, quando Solomon muore, non spirerà come un qualsiasi animale preoccupato solo di vivere per vivere, ma con il terrore di un qualsiasi uomo attaccato alla vita per Sopra-viverla e lasciare una traccia del suo passaggio, con la disperata consapevolezza di lasciare non solo il proprio battito ma soprattutto il proprio posto nel mondo. Non passerà molto tempo prima che anche Archy soffrirà per questo eccesso di umanizzante razionalizzazione a scapito del suo istinto animale, proprio come il suo maestro.

Alla morte del Solomon, Archy lascia la tana e scopre da solo il bosco, e con esso tutta la potenza del suo essere animale. È con la presenza del luogo naturale e lo stanziare consapevole del corpo dentro l’elemento natìo ha inizio la vera conoscenza animale, la piena attività dei sensi: le fughe dai predatori, la lotta per il cibo, la foga dell’accoppiamento con Anja:

“Veloce percepii l’istinto salire dal basso, l’impulso di alzarmi e farla mia, lì davanti agli altri, senza paura né dubbi, senza cielo né terra, senza il mondo o Dio, perché non ero da altra parte se non da lei […] i nostri istinti si incastrarono alla perfezione, ballavano la stessa danza; il tempo si fece piccolo e il mondo si nascose, persi me stesso in lei, e lei altrettanto”.

Risvegliati i sensi da animale, dopo l’accoppiamento e con la nascita dei figli un periodo di magra costringe Archy e Anja alla fame; sarà per lui un atteggiamento tutto lecito (a conferma di un ritrovato mondo animale tutto istintuale e per questo totalmente amorale) il pensiero di uccidere uno dei figli per mangiarlo, proprio come quando, da cucciolo, i morsi della fame premono allo stomaco molto più del rimorso di uccidere il fratellino più debole. Sarà un istinto differente, quello materno di Anja, a salvare i suoi cuccioli dalle fauci di Archy e a preferire la morte o la fame piuttosto che vedere i suoi piccoli uccisi dal compagno, che comunque preferirà fagocitare una cucciolata di topi arrivati da poco in tana alla morte o allo scrupolo di coscienza.

Tutto il resto della vita di Archy è una sopravvivenza agli stenti, da vero animale. Alla fame, al freddo, agli attacchi dei predatori.

Sopravvive, salvato da un istrice, anche all’incendio appiccato nel bosco dal vecchio nemico del maestro Solomon, la lince Gilles, venuto a pretendere il suo tesoro, il libro della parola di Dio.

A quell’istrice insegnerà a leggere e a scrivere come il suo maestro aveva fatto con lui, ma guardandosi bene dall’introdurre i concetti di Tempo e Morte che avevano consumato e sporcato la sua vera vita da animale.

Non parlai mai di Dio, né della Morte. Decisi di salvare la sua vita dai grandi dilemmi che mi avevano afflitto, di lasciargli un’esistenza da animale. Dio sarebbe stato più contento, perché nella sua ignoranza già faceva quello per cui era stato creato.

Tra fame, stenti, freddo ed il desiderio di scrivere la propria storia, finisce la vita di Archy. Quel figlio che avrebbe voluto mangiare in preda alla fame, adesso adulto, lo ha sorpreso indifeso e ormai vecchio nella sua tana, e con violenza animale, come un cerchio che va a chiudersi per il lettore, lo uccide.

Sebbene la morte del protagonista concluda effettivamente il cerchio narrativo e chiuda il finale di intreccio, esso apre uno vero e proprio squarcio nella mente del lettore che costringe a ripercorrere il cerchio più e più volte, evitando qualsiasi taglio di lettura prospettica, soprattutto in senso morale. Si parta da un punto fermo: se è stato fatto l’errore di accostarsi a questa storia pensando di leggere una semplice favola di animali, completa di una sua morale definita, si rischia di perdere l’essenza dell’intero lavoro dello scrittore.

Sembra infatti, tra lo scorrere delle pagine di questo racconto etologico umanizzato o favola romanzata, che non vi sia alcuna voluta opposizione manichea tra Bene e Male o tra comportamento umano e comportamento animale, ma sltanto un esercizio di nuda realtà; esistono vicende che accadono agli animali per legge di sopravvivenza che essi affrontano secondo una logica prettamente animale, ed esistono i grandi concetti astratti appartenenti alla natura razionale umana (il Tempo, la Morte, Dio) che, nel momento in cui irrompono nella vita di un non-umano, ne modificano definitivamente il meccanismo di pensiero per mezzo della Ragione.

Da animale che dovrebbe vivere soltanto per assecondare l’istinto di sopravvivenza, Archy soffrirà per tutta la vita a causa della consapevolezza che un giorno la sua esistenza volgerà al tramonto, sofferenza derivante dal fatto compiuto di aver avuto accesso alla percezione del Tempo, e maledirà per tutta la vita un Dio creatore per le sventure capitategli.

Per Archy, questa avventura -che è insieme una sventura- parte dalla visione del suo maestro che ha voluto guardare oltre i meccanismi della propria esistenza, accostando la propria vita a dei significati sovra-istintuali, denaturandoli di fatto dalla percezione della vita naturale in senso animale (e quindi amorale) e non razionale secondo i meccanismi dell’umano agire.

È certo che Bernardo Zannoni sia riuscito a fare di questa storia una riflessione completa e complessa sui grandi temi dell’esistenza, incastonati in una disarmante semplicità di linguaggio. Assolutamente apprezzabile, per una penna giovanissima quale è quella di questo autore esordiente, il contrasto chiaroscurale tra una narrazione candida, limpida, tendente alla paratassi, e l’incedere per crescente profondità della vicenda narrata. Un’ottima prima prova narrativa che fa ben sperare per il futuro di questo scrittore.

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Clarissa Pinkola Estés – “Donne che corrono coi lupi”. Materiale archetipo e riti di iniziazione del genere fiabesco per la cura della flora psichica femminile

di Annasara Bucci

La psicologa junghiana Clarissa Pinkola Estés è una cantadora cresciuta a contatto con l’humus letterario della tradizione etnica messicana. In questa cultura, come in molte delle culture più antiche, il momento della narrazione delle storie tradizionali è considerata vera e propria arte medica. La ritualità narrativa possiede piena rilevanza collettiva ed è scandita da ritmi e tempi ben definiti; l’integrità del rito è condizionato dalla cura del dettaglio nella scelta dei tempi e degli spazi della narrazione al fine di giungere alla medicina necessaria per l’anima dell’ascoltatore, e la narratrice (o il narratore) è spesso una figura anziana che ha ricevuto il dono di custodire le storie ed i suoi significati intrinseci, costituendo il corpo stesso della sapienza medica. Dagli studi di psicologia junghiana e grazie alla sua esperienza personale, nasce in lei l’esigenza di dedicare la professione alla guarigione delle lacerazioni spirituali femminili che rompono la relazione con gli elementi più intimi ed istintuali della propria natura, utilizzando le fiabe come strumento di guarigione, cercando e ricreando il mito o la fiaba-guida che permetta di bussare alla porta dell’anima per saldarne le crepe.

“La psicologia tradizionale è spesso avara di parole o del tutto mutila su questioni più profonde, importanti per le donne: l’archetipo, l’intuitivo, il sessuale e il ciclico, le età delle donne, il modo giusto per la donna, il suo sapere, il suo fuoco creativo. Tutto ciò ha guidato il mio lavoro sull’archetipo della Donna Selvaggia per oltre due decenni” (ESTÉS, 2016)

Dopo anni di ricerche condotte sulle famiglie dei Canis lupus e Canis rufus, Estés ritiene che il materiale archetipo della donna abbia a che fare con alcune caratteristiche tipiche dei lupi che rimandano ad elementi innati nel genere femminile; lupi sani e donne sane avrebbero in comune determinate caratteristiche psichiche definite “selvagge” non in accezione spregiativa di ‘incontrollate’, ma nel senso originale di vitalità improntata a valori naturali in cui la creatura possiede le sue tacite, prescienti e viscerali qualità: sani confini, sensibilità acuta e profondo occhio intuitivo, fierezza, coraggio, resistenza ed esperienza nell’arte dell’adattamento.

“L’archetipo della Donna Selvaggia si può esprimere in termini diversi ed altrettanto adeguati. Potete chiamare natura istintiva questa potente natura psicologica, ma la Donna Selvaggia è la forza che sta dietro tutto ciò. Potete chiamarla psiche naturale, ma lì dietro c’è sempre l’archetipo della Donna Selvaggia. Potete chiamarlo l’innato, la natura essenziale delle donne, la loro natura indigena, intrinseca. Ma siccome questa forza genera ogni sfaccettatura importante della femminilità è definita con molti nomi, non soltanto per sbirciarne la miriade di aspetti, ma anche per tenerla a bada” (Ead.)

La ricerca sulla fauna psichica selvaggia accomuna la storia del genere lupus a quella del genere femminile non soltanto per gli elementi psichici istintuali, ma anche per il travaglio generato a loro danno dalle paure dei detrattori: le due specie sono state lungamente perseguitate, accusate di essere voraci ed erratiche e per questo uccise o soffocate, sepolte in un addomesticamento eccessivo dalla cultura circostante, strettamente fasciate, sorvegliate, imbavagliate. La violenza distruttiva nei confronti di entrambe le specie da parte di un predatore che non ha saputo come comprenderle è incredibilmente simile. Quando la donna perde contatto con la sua psiche istintiva perché soggiogata dalla cultura, dal suo Io o dal suo prossimo, cade in un disfacimento invalidante che la rende incapace e sofferente per il vivere al di fuori dei propri cicli, in “estrema antitesi tra storia e natura, pensiero critico e pulsione” (RECALCATI, 2022). Impossibile enumerare tutti i sintomi di una relazione infranta con la propria forza selvaggia.

“Sentirsi impotenti, cronicamente in dubbio, vacillanti, bloccate, incapaci di determinazione, di dare la propria vita creativa agli altri, di rischiare nelle scelte dei compagni, del lavoro, affogate nella routine domestica, nell’intellettualismo, nel lavoro o nell’inerzia, perché questo è il posto più sicuro per chi ha perduto i propri istinti” (Estés, 2016.)

La guarigione della donna lesa è, di solito, un lavoro buio e profondo. La psicologia junghiana che approccia alla fiaba come contenitore di materiale archetipo transtemporale e transgenerazionale concorre alla sedimentazione della stabilità psichica attraverso le istruzioni disseminate nelle storie narrate, considerate come il più limpido dei prodotti della fantasia umana nell’espressione di sentimenti, emozioni ed esperienze comuni a tutta l’umanità. Basandosi sulle sperimentazioni condotte da Marie-Louis Von Franz, allieva e continuatrice degli studi junghiani, Clarissa Pinkola Estés allena il muscolo psichico leso con il tirocinio della fiaba, amplificazione simbolica del dramma che attende di essere interpretato e compreso per lasciar spazio alla guarigione del Sé, iniziando dalla narrazione della storia del viaggio dell’anima per antonomasia: il viaggio di iniziazione. La Storia di Vassilissa è l’emblema della narrazione dell’attraversamento del bosco come rito di passaggio, tòpos ampiamente presente nelle tradizioni letterarie. Vassilissa è una bambina costretta ad attraversare il bosco dopo la morte della madre a causa di una matrigna che la costringe all’esperienza della durezza, della paura e dell’azione; la fase dell’attraversamento del luogo oscuro costituirà il discrimine tra l’ingenuità fanciullesca ed il primo momento di apertura alle durezze dell’esistenza.

“Nelle sue viscere, la donna sa che è velenoso restare a lungo con un Sé troppo dolce. Allentare la presa sullo splendente archetipo della madre dolcissima e buona è il primo passo. Lasciamo il capezzolo ed impariamo ad andare a caccia” (Ead.)

L’iniziazione alla difficoltà esistenziale sarà per Vassilissa un contatto con la morte ed insieme un contatto con la vita: andrà a morire una parte della sua psiche in cui i buoni sentimenti della fanciullezza legati alla presenza della madre dovranno necessariamente morire con lei affinchè ne nascano di nuovi. I valori che rispondono alla necessità di azione per nuove sfide sono da identificarsi nella costruzione di una nuova madre interiore a cui dare ascolto, lasciando morire ciò che è destinato a morire per esigenze intrinseche alla ciclicità del meccanismo esistenziale. Questa nuova madre interiore, adeguatamente coltivata dall’esercizio del contatto con la vita, temprerà una forza resiliente che non teme cambiamenti e che concepirà qualsiasi terremoto come temporanea prova di assestamento di un florido terreno psichico nascente. La perdita della vecchia pelle psichica costa la fatica e la paura di un duro lavoro, ma paura e fatica non sono scuse sufficienti per non fare il lavoro.

“Quando si cominciano ad accettare i modelli della Vita/Morte/Vita si possono anticipare i cicli della relazione in termini di accrescimento che segue il disavanzo e di logorio che segue l’abbondanza” (Ead.)

All’interno della fiaba La Donna scheletro, l’elemento osseo è simbolo eccellente di un’esistenza logorata che esige per questo un profondo rinnovamento. I modelli archetipi dei processi di rinascita rendono necessari movimenti discendenti o labirintici a monte di quelli di risalita, ed occorre seguire questo processo per apprendere la grazia dell’interconnessione tra le fasi della vita dove tutto ha il suo giusto tempo. Per questi motivi, Estés invita la donna a non trascurare la cura del proprio Sé istintuale. Il fatto psichico centrale resta che la connessione con i significati, la piena espansione dell’anima e la natura profonda sono elementi su cui si deve costantemente vegliare coltivando l’occhio interiore, facendo attenzione alla scelta dei compagni e dei maestri, non permettendo ad alcun tipo di predatore di defraudare energie creative e calore spirituale. In tal senso, nel suo essere portatrice di seme archetipo, la potenzialità della fiaba si esprime nella possibilità di essere narrata come “catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che è farsi un destino” (CALVINO, 1956)

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Come il Gatto di Schrödinger – recensione a “Così per sempre” di Chiara Valerio

di Valentina di Corcia

Così per sempre di Chiara Valerio è la storia di esseri straordinari dentro vite ordinarie. 

         Giacomo Koch è un medico del Fatebenefratelli, anatomopatologo per la precisione, sebbene il suo cognome ci porti con la memoria gli studi batteriologici. Ma per il lettore comune spesso la medicina è tutt’uno: una grande scienza del corpo.

          Giacomo Koch vive a Roma, il suo laboratorio è a Isola Tiberina e affaccia sul Tevere. Fuori dalle finestre, mentre lui è impegnato a “cercare una connessione tra organi e vita”, il fiume scorre e a lui basta osservarlo per ricordarsi di sé e che tutto ciò che scorre è il segno di una vita, di attività: come  l’acqua così il sangue che avanza  e poi di colpo si condensa in grossi grumi, coaguli carichi di ricordi e di sofferenza: Giacomo Koch è Dracula e, parafrasando Burroughs, il suo passato è un fiume malvagio. 

         Questa storia è fatta non dallo stigma del contagio ma dalla condanna alla solitudine. Così, per sempre, è la promessa incantatrice, di cristallizzare un momento e renderlo sempre uguale a se stesso, di sfuggire alle leggi della natura e creare vita dalla morte.  Scritto con lo stile del memoriale, corredato da annotazioni finali, è un romanzo che conserva anche i toni della tragedia shakspeariana e i riferimenti al romanzo nero inglese: c’è il monstrum, c’è il “doppio”; riscrittura  del classico, mediata dal modello cinematografico. Sembra una dote di poco conto, invece è molto per il lettore attento, come per quello appassionato che vi troveranno richiami gradevolmente noti o stimoli insospettati.

         La narrazione procede fluida, articolata in dialoghi preceduti da brevi annotazioni del narratore. Si passa velocemente dall’oggi al passato. Il tempo è la spirale dove su ogni cerchio si collocano i personaggi di questa storia, come gli elettroni sugli orbitali. Al centro, nel nucleo, ci sono Giacomo e Mina.

         Come Proust, Giacomo vive la sua “non-vita” à la recherche non del tempo perduto ma del senso stesso del tempo. Il sangue è la sua madeleine, quella materia viscosa e ferrosa che gli riporta alla mente vite e mondi che ha vissuto e divorato, vorace e famelico. Gli istinti dei primi tempi che negli ultimi due secoli ha imparato a moderare, addomesticare, grazie alla mediazione delle scienze esatte e della psicanalisi, nella quale cerca conforto e confronto. In un dialogo con Jung si dice inestinto, né vivo, né morto: Dracula sfugge alla binarietà, alle convenzioni. È vivo e morto insieme, è uno dei paradossi della fisica, quello del Gatto di Shrödinger.

         Mina Murray ora è Mina Monroy: è il suo antico amore ma sono lontani i giorni in cui lei e il conte vivevano felici e innamorati. A distanza di mezzo secolo dal loro addio Mina vive a Venezia e ha nuova compagna. Ha cambiato, nuovamente, vita; ha sparigliato le carte e stabilito da sola le regole, si è creata nuove abitudini e le ha mescolate alle antiche passioni. Ma è un essere mortale e si ritrova stretto negli abiti soprannaturali che ora vorrebbe strapparsi di dosso, ma non può. Allora decide di incarnare pienamente lo spirito della città bella ma malinconica, decadente quanto basta. Indossa tabarri e  calza friulane, si circonda di oggetti preziosi e opere d’arte. Consacra se stessa alla bellezza e al ricordo nella sua casa-museo, quel Palazzo Venier che ospitò le bizzarrie e gli eccessi di tre icone del novecento, la Marchesa Luisa Casati, Doris Casterlrosse e Peggy Guggenheim (Mina pare racchiuderle in sé tutte quante). Donne chiacchierate, con una condotta di vita ben lontana dalla morale dell’epoca eppure hanno dominato, ognuna a modo proprio, quel secolo.

         Chiara Valerio cattura il lettore in un dialogo che procede facile e naturale, nel quale il botta e risposta tra gli interlocutori è talmente serrato da sembrare il discorso di un unico attore. Il ricordo di avvenimenti passati si insinua e puntella la descrizione degli avvenimenti presenti, fatta anche della personalità dei personaggi, del loro modo di vestire, di una risata, del modo di fumare. Di momenti ordinari di vite straordinarie.

Chiara Valerio

Così per sempre

pp. 464, € 22,00

Einaudi Super Coralli, Torino, 2022