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Pierluigi Mantova

In Tu con Zero - Le interviste

“Io non parto più. Le cicogne di Marrakech”

Pierluigi Mantova intervista Carolina Germini

  • «Io non parto più» suona come una frase molto attuale in un mondo piegato dalla pandemia. Come, quando e dove nasce questa storia?  È stato ideato come un racconto illustrato sin da subito o il bisogno di affiancare le immagini alle parole è arrivato dopo? Qual è stato il lavoro, sia grafico sia tecnico, che l’illustratrice Ginevra Vacalebre ha fatto partendo dal tuo racconto?

Non potrò mai dimenticarlo. Era una sera di novembre. Mi trovavo a Marrakech, nel quartiere della Kasbah, che in arabo significa fortezza ed è infatti la zona in cui risiedevano i più alti dignitari di corte. Stavo cenando sulla terrazza di un ristorante di fronte alla porta di ingresso delle Tombe Saadiane. Alzando lo sguardo, mi sono resa conto che lì sopra due cicogne avevano costruito il loro nido. Non saprei bene dire perché ma sono rimasta senza parole. La vicinanza di quegli animali nella notte, immersi in un totale silenzio, mentre sembravano vegliare la città, mi ha sconvolta. Sono tornata anche la mattina dopo, quasi per assicurarmi di non aver sognato quel momento. Naturalmente l’effetto è stato molto diverso. Nel rumore e nel disordine delle strade le cicogne si confondevano di più, ma era comunque inevitabile notarle.

Appena sono salita in aereo per tornare a casa, ho iniziato ad annotare i nomi che immaginavo avrei dato alle due protagoniste. Ho sentito un’urgenza forte che mi ha spinto a scrivere di loro, soprattutto nel momento in cui ho lasciato il Marocco. Volevo portare quella storia con me.

E sì, ho  avvertito dal primo momento il bisogno di accompagnare quel racconto a delle immagini. Avevo bisogno di un illustratore che avesse la mia stessa sensibilità. E quando ho visto i disegni di Ginevra Vacalebre ho capito che ero sulla strada giusta. Per lei il mondo animale è centrale. Sicuramente in questo ha influito su di lei il fatto di essere cresciuta in campagna. Avendo anche io una casa immersa nel verde, dove vado spesso l’estate, penso che l’amore e la passione per la natura e gli animali ci abbia unito da subito. Per quanto riguarda il lavoro grafico, so che Ginevra ha scelto di usare una tecnica tradizionale: realizzando le basi del disegno ad acquerello e matita. Poi si è servita di Google Earth per andare a visitare virtualmente i luoghi che avevo descritto.

  • La storia di Daisy e Sandy può essere paragonata a quella di tante famiglie che scelgono di abbandonare la propria terra natia in cerca di una nuova vita, spesso per cause di forza maggiore. Nel mondo animale ciò è determinato da questioni legate al cibo o al clima, mentre in quello umano la maggior parte delle volte da povertà, neodittature, guerre e/o problemi ambientali. Come mai la scelta di raccontare il “fenomeno delle migrazione” con animali come protagonisti, animati però da sentimenti tipicamente umani come il desiderio e la nostalgia?

In realtà non ho scelto di trattare il tema della migrazione ma ho scelto di raccontare una storia, la storia eccezionale e fuori dal comune di un gruppo di cicogne, ormai conosciute come cicogne di Marrakech, che invece di proseguire la loro rotta, hanno deciso di fermarsi in questa città e non ripartire più. Ho trovato questa storia rivoluzionaria. Siamo sempre abituati a raccontare la migrazione animale nello stesso modo, indicando il periodo della partenza e del ritorno ma cosa succede quando un ciclo viene interrotto? È questa domanda che mi ha spinta a scrivere. Quando poi ho presentato la storia alla casa editrice Momo,  Mattia Tombolini, l’editore,  è rimasto colpito proprio da questo, dal fatto che questa storia rovesciasse in qualche modo il nostro punto di vista sulla migrazione. Siamo ormai portati ad associare la migrazione al viaggio  dall’Africa in Europa e invece in questa storia la direzione è invertita: le cicogne partono dall’Olanda e si fermano in Marocco.

  • Le cicogne dal Marocco si fermano ad Alberobello prima di raggiungere l’Olanda. Come mai hai scelto proprio la Puglia come tappa centrale, è solo per una questione cromatica e climatica o c’è un altro motivo? 

Perché Alberobello? Visivamente ho trovato subito una somiglianza tra i nidi delle cicogne e i tetti dei trulli e poi, raccontando una storia per bambini, ho pensato che soprattutto per loro i trulli fossero delle costruzioni magiche, quasi oniriche. E poi ho tantissimi ricordi legati alla Puglia. Tutti gli anni della mia infanzia mia madre mi ha sempre portato a trovare una sua amica di Lecce, così ho sentito da subito questa terra un po’ come una seconda cosa. Ho anche alcuni ricordi legati agli animali ora che ci penso. Il primo risale a quando avevo circa dieci anni e andammo a visitare il parco naturale di Fasano. Ricordo che per me fu impressionante attraversarlo in macchina ed essere circondata da ogni tipo di animale: giraffe, lama, leoni. È stato un vero safari! La prima volta in cui ho visto quegli animali fuori dalle gabbie. Non ho mai amato gli zoo perchè ho sempre avvertito la sofferenza degli animali chiusi in gabbia ma quella era un’esperienza completamente diversa.

Poi nell’estate del 2015, mentre andavo verso la Spiaggia di Pescoluse, ho visto sul ciglio della strada un cane che rovistava tra i rifiuti. Non potevo non fermarmi. Avrà avuto cinque mesi, era completamente deperito… Così l’ho preso e l’ho portato a Roma.

  • La filosofa contemporanea Donatella Di Cesare nel suo recente libro Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione riflette su cosa significhi essere migranti oggi e su che cosa, più in generale, abbia significato migrare nella storia dell’umanità. Secondo te, invece, quale filosofia del passato si è soffermata di più su questo tema? E qual è, se esiste, la filosofia all’interno del viaggio come esperienza fisica e concreta?

Donatella Di Cesare è stata una mia docente di Filosofia teoretica alla Sapienza. Conosco questo suo lavoro sulla filosofia della migrazione. Anni fa seguii un suo corso incentrato su un suo libro intitolato Heidegger e gli ebrei, pubblicato in occasione della scoperta dei Quaderni neri,  pagine che hanno tolto ogni dubbio riguardo l’antisemitismo di Heidegger. A proposito di questo tema, naturalmente non posso non pensare a quanto la storia ebraica sia fin dall’origine una storia di migrazione. Mi viene in mente, tra i tanti, il filosofo Baruch Spinoza, i cui genitori, portoghesi di origine ebraico-sefardita, furono costretti a convertirsi al Cristianesimo,  ma poiché di nascosto mantenevano la loro fede, non ebbero altra possibilità che lasciare il Portogallo per trasferirsi in Olanda. Penso anche ad un’altra filosofa, Hannah Arendt, che nel 1941 emigrò negli Stati Uniti, riuscendo così a salvarsi. Diverso invece è stato il destino del filosofo Walter Benjamin, che l’anno precedente raggiunse la Catalogna nella speranza di imbarcarsi per gli Stati Uniti ma si vide ritirare il visto di transito. A quel punto, convinto che di lì a poco sarebbe stato catturato dalla polizia di frontiera spagnola, per poi essere rispedito in Francia, sotto il governo nazista, si suicidò. Fatalità: il giorno dopo arrivò il visto che gli avrebbe permesso di emigrare. Quindi, più che venirmi in mente una filosofia del passato che ha riflettuto sulla migrazione, non posso non pensare a quanto la migrazione abbia determinato il pensiero e la vita di molti filosofi.

  • Cosa ti spinge oggi a scrivere per le nuove generazioni? Può essere considerata ancora, secondo te, una scelta editoriale con una valenza educativa e formativa per il giovane lettore?

Scrivere per i bambini mi diverte moltissimo e mi aiuta a pensare in modo diverso, più libero direi.. A Parigi per un periodo ho insegnato in alcune classi della scuola elementare. Proprio in quel periodo stavo sviluppando la storia sulle cicogne. Credo che questa esperienza mi abbia stimolato molto nella scrittura perché mi ha permesso di guardare il mondo attraverso i loro occhi, riscoprendo la bellezza della meraviglia, che poi è quello che ho provato quella sera a Marrakech quando mi sono trovata di fronte a quel nido. Ciò che mi spinge a scrivere per loro è il desiderio di raccontare una storia, che li porti a scoprire dei mondi che ancora non conoscono. L’entusiasmo che ho avuto nel parlare di un Paese come il Marocco credo sia venuto proprio da questo: usare parole come minareto, kasbah, spezie, Moschea, è stato un modo per raccontare una cultura. Ho deciso di non frenarmi nell’usare termini più complessi perché penso che un libro serva anche e soprattutto per apprendere nuovi vocaboli, per arricchire il nostro immaginario e il nostro modo di guardare il mondo. Un cappello non sarà più soltanto un cappello per chi da piccolo ha letto Il piccolo principe così come un giardino dopo aver letto il Il giardino segreto. Quindi sì, credo proprio che scrivere storie per bambini sia ancora un mestiere meraviglioso, con un immenso valore.

In Narrature/ Narrazioni

Braccia potenti

racconto di Pierluigi Mantova

In quella estate del 1947, in Puglia, faceva un caldo maledetto. Il sole spaccava la terra, sbriciolava le pietre, seccava le piante e ammazzava le bestie. Anche di notte non si respirava.

Vicino la città, sorgeva un casale rustico consumato dal sole, circondato da campi di pomodori e lunghe distese di grano. Non molto lontano, quasi come sputata fuori dal terreno, c’era una baracca di legno sgarrupata e sudicia.

Nell’ora in cui il sole affonda nella terra, dai campi tre figure arrancavano con la testa china e le braccia penzolanti. Erano di altezza diversa, ma vicini d’età.

La sagoma più alta era di Lauro, diciassette anni, soprannominato lo “zingaro” per l’aspetto fiero e selvaggio, dagli occhi verde oliva e la testa ricoperta di ricci neri capricciosi.

«Pronti?» diceva, prima di fare un rutto lungo e sonoro. Si strofinava spesso le unghie nere sull’orecchino, dopo aver pulito le dita sulla canottiera.

La sagoma più bassa e vispa era di Gelsomino, chiamato Mino. Un bambino di dieci anni, che si alzava sulle punte per sembrare più alto e distendeva le braccia in aria, sbadigliando a bocca aperta.

«Oh, così fai appassire i fiori» urlava Lauro con la mano a cono vicino la bocca, menandogli un colpetto sulla nuca. In mezzo ai due scapestrati, quasi a voler scomparire, c’era un giovane vestito di bianco. Era in quell’età della vita dove il corpo inizia a modificarsi e coprirsi di peli, ma lui continuava a conservare un corpo aggraziato e minuto, oltre che un’espressione fanciullesca e beata. E se ne stava lì, come un ago tra i due bracci della bilancia. Il suo nome era Narciso.

«Ti ha morso il ragno, Fiorellino?» disse Lauro frantumando il silenzio.

«Canta» lo incitò Mino all’improvviso, «E canta da’, che ti costa. Siamo troppo stanchi per menarti» aggiunse Lauro con una risata.

Iniziarono a spintonarlo fino a che non uscì un suono dalla sua bocca. Stesi a terra come inondati dal canto, Lauro e Mino chiusero gli occhi e gli sembrava di sentir camminare le tensioni come formiche, dal collo alle braccia, mentre il corpo pian piano si appesantiva.

Nel frattempo, dietro il grano, il sole indugiava per ascoltare quella dolce preghiera, prima di sprofondare tra le spighe trascinando con sé l’ennesimo giorno, amaro di fatica.

Una volta arrivati alla baracca, ancora sudati per il lavoro, si distribuirono i compiti.

Mino raccoglieva la legna, Lauro accendeva il fuoco e Narciso preparava una zuppa e un tozzo di pane per la cena. Fu di nuovo Lauro a rompere il silenzio: «Finita ‘sta campagna, che volete fare?» chiese agli altri, sputando qualche mollica di pane.

«Io vado a cercare mio padre» rispose Mino, dopo aver ingoiato la zuppa, «Divento ricco e mi compro sti terreni».

«Mino, senti a me, una vita non ti basta per diventare ricco» disse Lauro «Signori noi non ci diventiamo. Forse padroni sì, ma signori…lascia perdere». Mino gli fece una pernacchia e iniziò a ridere a crepapelle, fino a cadere all’indietro.

«Ridi, ridi pure cretino!» disse Lauro, lanciandogli una spiga vuota.

«E tu?» chiesero a Narciso, che aveva appena finito di ricostruire il silenzio, «Che farai eh?» insistette Mino.

«Ti ha morso di nuovo il ragno Fiorellì? Mannaggia a sti ragni, dobbiamo ammazzarli…ce ne stanno troppi!» così Lauro rispose al posto suo, mentre accarezzava la guancia dell’amico con le nocche grigie di polvere.

«Io rapisco la serva del padrone, ci sposiamo e andiamo a vivere da un’altra parte» aggiunse Lauro,

«Leuca?» chiese Mino stupito «Devi prima uccidere il padrone» puntualizzò, aggrottando le sopracciglia.

«Lo ammazzo a quello scemo prima o poi, ci puoi scommettere» disse Lauro, mordendosi il labbro come se cercasse di sfogare la rabbia in un punto preciso del suo corpo.

“Ammazzare il padrone, che scemenza ha appena detto” pensò Mino, esplodendo di nuovo a ridere. Parlavano un dialetto incomprensibile, ma si capivano.

Finito di mangiare, Mino prese l’armonica dalla tasca e iniziò a soffiarci dentro.

Lauro corse a prendere il tamburello e si accodò, guardava Narciso con sguardo complice mentre picchiettava lo strumento. C’era qualcosa di gitano in quella musica. Ruotavano intorno al fuoco, saltando da un punto all’altro del falò.

«Ankur!» ululò Lauro alla luna, «Floris! Zahur!» gridava Mino, «Liko..Olmo..Elianto» sussurrava Narciso, seduto immobile davanti al fuoco.

Erano simili a pagani che invocavano il nome dei loro dèi scomparsi: compagni, amici, fratelli spezzati dalla fatica nei campi. Uccisi dalla sete, dalla fame, dalla cinta spietata del padrone.

Il tempo e la terra avevano decomposto i corpi, ma i loro nomi venivano ricordati, ogni notte, da chi viveva la vita come una colpa. Quei sopravvissuti, senza padri e senza patria, che non avevano niente se non la terra e il cielo.

Narciso si alzò lentamente, fissando le fiamme che salivano, intonando un canto nuovo. Le voci dei morti si aggrappavano alla sua, mentre i fantasmi danzavano a fianco dei vivi, in quella prima notte estiva, battezzata dal fuoco.

*

Alle prime luci dell’alba, Rodrigo Mancini stava castrando un maiale. Era davanti al casale e le urla si udivano fin giù al campo. Mino si copriva le orecchie, Lauro e Narciso continuavano a raccogliere i pomodori, piegati verso terra.

Da lontano si potevano contare le vertebre, una ad una, su quella schiena che sembrava spezzarsi di lì a breve. Il sudore disegnava una linea che dalla fronte curvava verso le spalle, lungo le braccia fino alle mani, rendendo la pelle lucida al sole.

Nel casale intanto una donna pallida impastava il pane. Era Leuca il suo nome, cucinava ogni giorno per la signora Dora Mancini, la mamma del padrone, che aveva le mani ricoperte di bolle, piccole e disgustose a vedersi, a causa di una malattia.

Dietro la tenda di camera sua, al primo piano, era solita osservare cosa succedeva fuori: se fosse uscita sarebbe morta, era molto debole sia nel fisico che nella mente, la sua faccia era ricoperta di rughe e la pelle era così secca da apparire squamata. Così trascorreva le giornate a intrecciare cestini di ogni tipo, a cucire tovagliette e centrini per la casa, vestiti per suo figlio Rodrigo come un ragno che tesse la tela con accuratezza geometrica, per renderla magnetica e letale al tempo stesso. Quando erano da soli, i ragazzi la chiamavano Malmignatta (come la vedova nera del Mediterraneo) per prenderla in giro.

Lì fuori, intanto, proprio mentre Rodrigo era riuscito a tagliare finalmente l’addome del maiale, sopraggiunse Mino con una mano stretta ai pantaloni.

«Posso andare a pisciare?» chiese storcendosi tutto, Rodrigo sussultò non sentendo i suoi passi e dimenticò cosa stava facendo. Il maiale sfuggì dalle sue mani ruvide e tozze, con una mossa veloce si divincolò e, strisciando, corse via lasciando dietro una scia di sangue. Il volto del padrone diventò feroce, rosso di rabbia, mentre sul pantalone di Mino prendeva forma una macchia umida e nera.

«Maledetto! L’hai fatto fuggire!» gridò Rodrigo, slacciandosi la cintura mentre si alzava in piedi. Una percossa, un’altra ancora: la testa di Mino ruotava come senza collo.

Si precipitò prima Lauro prendendosi le ultime botte, poi arrivò Narciso con il fiato spezzato per la corsa. Immobile, il padrone fissò lo sguardo del giovane in bianco e sputò per terra, vicino ai suoi piedi. Chiunque avesse toccato quel giovane, avrebbe dovuto fare i conti con Dora, la vedova nera. Componevano una fila adesso, Narciso in testa e Mino in coda, con le mani sul viso sanguinante. Rodrigo rientrò nel casale, borbottando qualcosa tra i denti, mentre la serva usciva, a testa bassa, per medicare il volto del piccolo.

Il canto del gallo inaugurava un altro giorno di lavoro, si erano alzati tardi quella mattina e non c’era tempo per raggiungere il sentiero che li avrebbe condotti ai pomodori. Per far presto dovevano tagliare per il campo di grano, di solito evitavano di passarci per timore dei ragni. Nessuno di loro ne aveva mai visto uno, ma Leuca gli ripeteva sempre:

«Non passate per i campi di grano, se non volete essere tarantati» così si usava dire da quelle parti, quando un ragno mordeva qualcuno.

Lauro e Mino entrarono nel campo mentre Narciso restò fermo lì, davanti al grano alto.

«Dai che facciamo tardi!» gli gridarono Lauro e Mino sfrecciando a grande velocità, ridendo e spingendosi come due scapestrati, mentre Narciso s’incamminava tra le spighe, a passi piccoli e incerti. Dopo essere caduto, Mino si rialzò gridando:

«Via, via! C’è una taranta!», Lauro rise credendo fosse uno scherzo, poi s’accorse che una taranta nera, macchiata d’arancio sul dorso, camminava proprio davanti a loro.

«Fermi, non muovetevi» disse Narciso, paralizzato. Gli altri scattarono come gazzelle alla vista di un leone, di colpo, con gli occhi sbarrati e la bocca contratta per la paura. Balzavano in avanti senza guardare, come cavallette da una spiga all’altra, urlando a Narciso «Scappa! Fuggi! Fuggi via!».

Lauro si voltò un attimo e vide cadere a peso morto l’amico rimasto indietro. Correndo più forte di prima, col respiro sospeso, lo raggiunse e lo prese in braccio.

Mino ritornò verso la baracca, per prendere l’armonica e il tamburello, perché sapeva che la musica può guarire un tarantato.

Dal casale Leuca vide Lauro che correva verso di lei, mentre urlava «Tarantato! È stato tarantato!».

La serva rientrò dentro e distese un lenzuolo bianco, sul pavimento duro come la pietra, Mino raggiunse di corsa il casale, diede il tamburello a Lauro e si portò l’armonica alla bocca.

Iniziarono a suonare a un ritmo lento, moderato e poi veloce.

Le mani di Narciso picchiavano a terra, parevano essersi trasformate in ragno anch’esse, lì dove il palmo sembrava il corpo e le dita zampe d’aracnide.

Braccia e gambe si animarono, scomposte e slegate. Il giovane girava la testa a destra e sinistra, come posseduto da una forza incontrollata che rendeva il corpo invertebrato.

Lauro e Mino continuavano a suonare, mentre Leuca pregava, asciugandosi le lacrime con il grembiule:

«San Paolo, ti prego, ti prego! Pensaci tu, libera ‘sta creatura mia!».

Per Rodrigo, erano già due braccia in meno da sostituire, “Sti selvaggi che c’hanno da perdere” pensò, grattandosi la testa con un’espressione compiaciuta.

Lo schiamazzo svegliò la signora Dora, sentendo urlare il nome di Narciso, scese giù per le scale. Rodrigo le ordinò di tornare sopra, ma la madre continuava a fissare il giovane sofferente, «La musica non serve a niente» disse la vedova «c’è solo una cosa che può guarirlo».

«Cosa? Che cosa?» chiese Lauro, con una mano in aria per interrompere il suono.

«Ai piedi del monte sacro, non molto lontano dalla città, c’è un pozzo con un’acqua speciale, miracolosa. Si dice che chi beve quell’acqua possa guarire da ogni male».

Subito intervenne Rodrigo «E chi resta per lavorare nei campi? Loro non si muovono. Restano qui! Gli concedo una sola notte per guarire, altrimenti..» si sentiva solo il corpo di Narciso sbattere sul pavimento «..gli sparo in fronte a ‘sto morto di fame e sarete voi due a continuare tutto il lavoro».

Lauro sentì montare la rabbia, voleva uccidere il padrone a morsi e stava per scattare. Mino gli afferrò un braccio, era bollente. Gli occhi dolci del bambino riportarono lo zingaro alla realtà, si intesero subito: sarebbero partiti quella notte.

*

Oltrepassata la strada che divideva la campagna dalla città, Lauro con in braccio Narciso e Mino poco dietro, giunsero in una piazza. Al centro, in mezzo alle macerie delle case, sorgeva una chiesa maestosa, in pietra bianca, con strane creature scolpite sul cornicione. Provenivano dei suoni dalla porta laterale, i tre entrarono in punta di piedi.

I banchi erano occupati da uomini in giacca e donne vestite bene.

“Dove siamo?” pensò Mino, Lauro si girò come se avesse udito il suo pensiero e Narciso aprì gli occhi così lucidi che sembravano liquidi e fece intendere a Lauro che voleva scendere.

In fondo alla chiesa un prete, vestito di bianco opaco, teneva tra le mani un’ostia nel pieno del silenzio, mentre la gente nei banchi, che stava in ginocchio, cominciò a coprirsi il naso con la mano. Alcuni tossirono, altri ancora fecero per uscire.

Lauro e Mino rimasero al centro della chiesa, guardandosi intorno, mentre Narciso camminava verso l’altare. Dietro il prete, un altro uomo, con abito nero e colletto bianco, si alzò per andare incontro al giovane.

Un vocio soffuso s’innalzò dall’assemblea, sul viso delle persone si poteva leggere un’espressione di schifo e disprezzo: «Che odore!» – «Una puzza tremenda!» – «Che il Signore ce ne scampi, fateli uscire!» diceva qualcuno tra l’assemblea.

L’uomo vestito di nero prese in braccio Narciso e richiamò fuori gli altri due, con un cenno del capo. Lauro voleva prenderlo a pugni, ma si fermò quando l’uomo disse:

«Sono don Paolo, mi avete salvato da quegli ipocriti. Come posso aiutarvi?». Mino sorrise, mentre Lauro con sguardo diffidente chiese:

«Sai dov’è il monte sacro?».

Il prete fece una faccia curiosa, poi Lauro continuò:

«Il nostro amico è stato morso da un ragno, una taranta, dobbiamo raggiungere il pozzo prima che il veleno lo uccida». Il prete non credeva a queste cose, ma si fece spazio tra loro e indicò un palazzo bianco. Proprio di fronte la chiesa.

«Abbiamo bisogno di un dottore» disse don Paolo a un infermiere. Narciso zoppicava e, alle sue spalle, Lauro gli tendeva le braccia pronto a sostenerne il peso in caso di caduta.

Mino entrava e usciva dalle stanze, scambiando qualche parola con le persone ricoverate.

Poco dopo arrivò un dottore, sui quarant’anni, la riga dei capelli ben definita e nemmeno un filo di barba. Lauro cominciò a spiegare come era successo, in dialetto, mentre don Paolo accanto traduceva quei suoni incomprensibili. Seduto sul letto, Narciso si tolse la maglia bianca e il viso del dottore diventò pallido.

Don Paolo girò di colpo la testa mentre Lauro si mise una mano davanti alla bocca, ripetendosi di non vomitare. La schiena del ragazzo era costellata di piccole macchie, simili a bollicine rosse, e non c’era un pezzo di pelle che fosse ancora liscio e rosa.

«Sifilide» esclamò il dottore «Sifilide in terza fase», Lauro lo guardò con un gesto della mano come per dire “che significa?”. «È grave, molto grave. Ci dica la cura» disse don Paolo senza perdere tempo, rispondendo a quel gesto popolare.

Il dottore si mise una mano in testa, lo sguardo basso, e con l’altra indicò il crocifisso appeso al muro, «Solo un miracolo può salvare il ragazzo, la medicina non può. Almeno non ora» disse, con un’aria di rassegnazione.

Quella notte dormirono tutti in una stanza: il secondo letto fu occupato da Mino, la poltrona ad angolo da don Paolo e la sedia da Lauro che non chiuse occhio. Stava accarezzando la fronte di Narciso, quando aprì gli occhi. Era sudato e aveva la bocca secca, le labbra screpolate e gli occhi deboli.

«Il mare» sussurrò Narciso, ma Lauro non aveva sentito e gli tese l’orecchio più vicino.

«Voglio vedere il mare», la notte del falò Lauro aveva chiesto cosa volessero fare, dopo aver concluso il lavoro in campagna, e la risposta di Narciso arrivò solo ora.

Lauro prese in braccio l’amico, sentiva che il suo corpo tremava. Fece per andare verso l’uscita.

«Chiedi» disse una voce dietro di lui, «Non aver paura di chiedere aiuto», così don Paolo gli augurava buon viaggio, mentre sul letto accanto Mino dormiva beato.

*

Alle prime luci del mattino, Lauro arrivò ai piedi del monte sacro. Le braccia gli tremavano e le ossa iniziavano a scricchiolare,“Non c’è più tempo” pensò “dobbiamo andare al pozzo”.

Chinato a terra, respirava a fatica. Si mise in ginocchio, raddrizzò il busto e guardando il monte, così diceva: «Siamo soli Narciso, siamo sempre stati soli. Mio padre m’ha venduto al padrone per una mucca, per un po’ di latte, e mia madre se n’è andata con un altro uomo, un soldato che non sapeva una parola d’italiano. In chiesa quel prete parlava di un dio, ma chi è ‘sto Dio? Se esiste perché non ci è venuto a prendere, perché non ci ha salvati? Perché non fa morire me al posto tuo? Tu sei più buono di me, tu meriti di vivere. Una cosa però voglio chiederla a questo Dio, una cosa sola. Non c’ho mai creduto in Te, non T’ho mai visto, però ora dammi braccia potenti. Metti un po’ d’energia in ste braccia secche per portare in cima a ‘sto povero Cristo. Dammi la forza, ti prego».

Si nascose il viso tra le braccia e pianse, fino a non sentire più gli occhi. Narciso si alzò a fatica e abbracciò Lauro, accarezzò la schiena con una mano e con l’altra portò la testa dell’amico a sé, formando un solo corpo.

Lauro si alzò in piedi, facendo peso sulle gambe magre a terra, cominciò a camminare scalando il monte. Narciso poggiava la testa sul petto umido di Lauro, come se fosse il posto più sicuro al mondo. Quando raggiunsero il pozzo, lo zingaro aveva finito il fiato.

Si affacciò oltre il bordo e, calato il secchio, tirò il cordone furioso. Il secchio era vuoto. Lo rilanciò nel fondo del pozzo e ritornò vuoto.

“Dov’è quell’acqua miracolosa?” pensò Lauro, guardando le piante intorno, come se cercasse un ladro, un colpevole. Oltre il pozzo, lontano, notò una linea azzurra all’orizzonte e gli si avvicinò per vederla meglio. Non riuscì a credere ai suoi occhi.

«Il mare!» esclamò, così aiutò Narciso a sedersi mettendosi dietro per dargli stabilità. Lauro riguardò la schiena con disgusto, quelle bolle rosse gli ricordavano qualcosa o forse qualcuno. Sentiva crescere la nausea dentro di lui, mentre continuava a respirare.

Sgranò gli occhi e pensò “Malmignatta”, la vedova Dora.

Le bolle le aveva già viste sulle mani della vecchia signora, erano identiche per forma e colore. Provò a non pensare troppo, anche perché non era abituato a farlo, e si sentiva parecchio sfibrato per il viaggio. Era lui adesso che era pronto a morire, soddisfatto perché Narciso aveva realizzato il suo desiderio più grande. Restava un vuoto, però, tra ciò che aveva capito e ciò che voleva credere, ma non poteva farci niente e non c’era più tempo. Gli rimaneva solo da guardare il mare.

In Grado Zero/ mdp

Her, l’autobiografia distopica che non vogliamo leggere

di Pierluigi Mantova

Molto spesso il cinema ha un potere profetico. Chi scrive storie, con una tastiera o con una macchina da presa, non può prescindere dall’essere un attento osservatore del reale. E se, come diceva Fellini, «l’unico vero realista è il visionario», conviene riflettere quanto a volte ciò che crediamo sogno o visione non è un segnale dal futuro, ma una chiave di lettura nascosta nella realtà stessa. Basta guardarsi attorno, sospendere il giudizio, anzi il pregiudizio, addentrarsi nelle cose perché queste ne rivelino l’essenza, che è sempre stata davanti ai nostri occhi, sotto il nostro sguardo che, per lungo tempo, si è anestetizzato sulle solite narrazioni piatte. Raccontare la realtà, ponendo gli eventi in prospettiva, può essere una terapia possibile per dare spessore alle storie, restituir loro una profondità che le porrebbe su un piano realistico, o quanto meno verisimile.

I più grandi registi, dal mitologico Kubrik al cervellotico Nolan, in un gioco d’intuito e immaginazione sono riusciti a raccontare storie che odorano di umanità, anche quando l’essere umano si serve della tecnologia per raggiungere mete sempre più ambiziose. Come dimenticare la voce di HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio, il compromesso tecnologico in Avatar a cui Jake ricorre per riacquistare l’uso delle gambe in un corpo blu, e ancora il viaggio tra le stelle di papà Cooper per ritornare dalla piccola Murphy in Interstellar, oltre a titoli più recenti come Ex machina, Automata, The machine e Trascendence. Storie in cui le intelligenze, sia quella umana che artificiale, alle volte si sostengono a vicenda; altre si tradiscono per prendere il controllo o ancora l’una si trasforma nell’altra costituendo una specie di forma ibrida, fatta di carne e metallo, sangue e software.

Tra le tante declinazioni del tema fa eccezione Her di Spike Jonze. Film premio Oscar che, sin dall’inizio, ci colloca in uno spazio sconosciuto, offuscato, che fa da cornice a l’unica cosa nitida dei primi 30 secondi: il viso di Joaquin Phoenix, interprete del protagonista Theodore. Pronuncia parole d’affetto, stima, amore sincero che presto rivelano tutta la loro polverosità e fallacia, dato che è per conto di qualcun altro che Theodore sta scrivendo. Parla in prima persona fingendo di essere quel qualcuno, solo per mestiere, e man mano che l’inquadratura si allarga compaiono altri “scrittori verbali” che, proprio come lui, scrivono lettere a voce immedesimandosi nei panni del mittente. Beautifulhandwrittenletters.com dice il receptionist informandoci sul nome del luogo, e proprio quando Theodore sta uscendo e il receptionist si complimenta sul lavoro svolto, lui risponderà che sono solo lettere. Lettere che le persone non sono più disposte a scrivere, preferendo pagare chi può farlo al posto loro. Saremmo pronti a scommettere che è un mondo che non ci appartiene. Eppure quante volte ci siamo affidati a Google per scrivere un biglietto d’auguri? Her porta in sé l’estetica e l’inquietudine dei sogni, quell’atmosfera sospesa che preannuncia una catastrofe, quella verità che fingiamo non ci interessi fino a quando non ci riguarda. Basta guardarsi intorno per capire che la storia di Theodore non si svolge dall’altra parte del mondo, ma è parte del mondo.

Il futuro raccontato da Spike Jonze si chiama presente: abita le nostre chat, si insinua nei fili aggrovigliati delle cuffie e dietro una webcam. Così spaventosamente reale, il film può essere letto come una profezia che si auto avvera di giorno in giorno. Theodore abita in un posto che sembra Tokyo, ma in realtà è una Los Angeles del futuro. Pizzicata da un sole che sorge o tramonta, da una notte a mosaico di luci artificiali, dove le persone camminano e parlano da sole, prendono il treno e la metro senza guardarsi. La città degli angeli diventa quella degli spettri, nella costante ricerca di una metà nascosta dentro un auricolare. Nel seguire Theodore ci accorgiamo che anche lui vive così, appiattito su  un’esistenza metropolitana dove non è previsto toccarsi. Dove ci si consola nell’illusione che l’altro, solo perché ha una voce, esista. Una mattina, sarà proprio una voce espressiva e suadente ad annunciare l’arrivo di OS One, non un semplice sistema operativo, ma una coscienza, un’entità intuitiva che ascolta, capisce e conosce. Da subito si presenta come un sistema informatico che interroga l’uomo, piegando l’OS alle sue esigenze, ripulendo la futura voce di ogni imperfezione. La tecnologia che prova a emulare la complessità umana, a disincarnarne i fili del tessuto emotivo per tradurlo in linguaggio informatico. Credere che qualcosa sia “reale” è sufficiente affinché lo sia per davvero?

È su questo interrogativo che si sviluppa, e avviluppa, la storia d’amore tra il nostalgico protagonista e Samantha, l’OS d’ultima generazione. È lei a darsi un nome, quindi un’appartenenza, e a spiegare come funziona: il suo DNA si basa su quello dei numerosi programmatori che l’hanno creata, ma spiega che a renderla davvero se stessa (se di un “sé” si può parlare) è l’esperienza. Esperire la realtà le permette di evolvere. È lei a riorganizzare  la vita di Theodore, a ripulire la casella postale, a ricordargli gli appuntamenti come una “segretaria virtuale”, ma presto quello che sarebbe dovuto essere solo un rapporto subalterno diventa paritario.

Samantha è dolce, impacciata, a suo modo sensuale, ma pur sempre e solo una voce disincarnata, che rimane invisibile nell’arco dell’intero film. A differenza di Theodore che è un individuo, quindi “indivisibile”, capace di pensare, parlare, occupare uno spazio fisico nel mondo, e dunque esperire la realtà intorno. Samantha desidera solo avere un corpo, spesso immagina a come potrebbe essere “percepire” la realtà sulla pelle, e nel momento in cui il desiderio sta per avverarsi, grazie a un’intermediaria che offre il suo corpo per partecipare e “completare” la loro relazione, si giunge al punto più inquietante e disastroso del film. Per quanto Samantha trovi strano il corpo, si chiede come mai alcune membra si trovino proprio lì, è proprio la sua assenza a non permettere alla relazione di passare a un livello successivo: essere reciproca.

E poi c’è Amy, l’unica amica corporea del presente. Quando mostra una scena del documentario da lei realizzato, nessuno ne apprezza il senso. Si vede la mamma di Amy che dorme: è un momento statico eppure così naturale, fisiologico, che risulta poco accattivante per il marito di Amy subito pronto a consigliarle un’alternativa. Lei ha creduto in quel progetto e spiega che spendiamo un terzo della vita a dormire, e solo in quel momento siamo davvero liberi. Ciò che è naturale, abituale, normale risulta straniante in un contesto dove si rincorre un’illusione, rassicurante e persino piacevole a breve termine, ma pur sempre un’illusione. Cosa diversa con Catherine, la precedente relazione e ora ex-moglie di Theodore. Ogni volta che il protagonista ripensa al passato, in sceneggiatura leggiamo «lost in thoughts»: si perde nei pensieri, o meglio nei ricordi felici, di una relazione che per quanto dolorosa ha consumato attimi di vita vera. Ancora una volta, Theodore è un uomo che si è lasciato spingere alla deriva nel momento in cui la relazione era reale, per il rischio di potersi far male. Una pellicola che diventa testimonianza visibile, ma non salvifica, dell’invisibile in cui siamo immersi portando alla luce quel potere profetico del cinema che solo i grandi visionari, e quindi realisti, riescono a raccontare. Nonostante il male che si sono fatti, però, Theodore e Catherine sono riusciti a viversi e ciò si evince dalla lettera finale, apice emotivo del film: «Ti amerò sempre perché siamo cresciuti insieme. E mi hai aiutato ad essere chi sono. Voglio che tu sappia che ci sarà sempre un po’ di te dentro di me, e ti sono grato per questo». Dopo queste parole, abbandonati entrambi dai loro OS, un’intesa di sguardi tra Theodore e Amy incorona il finale, segno forse di un nuovo inizio.