Categorie

Narrature

In Narrature

Lo spioncino

di Danilo Grasso

“Un gruppo di ragazzi, tra i quindici e i diciotto anni, fa irruzione in un appartamento e accoltella il ragazzo che vi abitava. Si indaga sull’accaduto”.

Una brutta figura. È così che ricordavo quella giornata. Non mi era mai successo di addormentarmi durante una lezione. Tornai a casa frastornato, non so se più dallo strano sogno o dal rimprovero del professore. Salutai rapidamente mia madre e andai in camera, evitando ogni domanda. Volevo stare solo. Poco dopo sentii pesanti passi avvicinarsi alla porta. Era mio padre, che come ogni sera mi avvisava della cena. «Cinque minuti e arrivo». Non avevo voglia di sedermi a tavola e sottopormi al solito interrogatorio.

Dopo un po’ il mio stomaco cominciò a brontolare. Non riuscii a resistere e andai a cenare. Durante la cena ci fu uno strano silenzio, quasi innaturale. Può darsi che i miei fossero sconvolti per la notizia di quel ragazzo del nostro quartiere che aveva subito un’aggressione e forse sarebbe morto.

La cena terminò senza domande, così ne approfittai e tornai nella mia stanza. Guardai la tv fino a tarda ora, certo di un rimbrotto. E invece non mi fu detto nulla.

In piena notte sentii suonare il campanello. Mi spaventai. Mi recai in soggiorno, ms non c’era nessuno. Non sapevo cosa fare. Bussarono una seconda volta. Il suono era più prolungato. Mi avvicinai alla porta. Guardai dallo spioncino per vedere chi fosse. Non c’era nessuno nemmeno stavolta. Mi allontanai pensando che qualcuno avesse bussato alla porta sbagliata.

Poco dopo suonarono sempre più forte e con insistenza. Riguardai dallo spioncino e intravidi un individuo. Era buio, non riuscii a vederlo chiaramente, così accesi la luce del pianerottolo. Era un uomo anziano, indossava un abito scuro e aveva un foglio in mano. Cominciai a spaventarmi. Doveva esserci una buona ragione  per cui un uomo anziano bussava alla porta in piena notte e con una certa insistenza.Non sapevo chi fosse, ma di certo non avrei aperto.Feci per allontanarmiquando riconobbi la voce: «Anastasio, sono tuo nonno».

Tremai. Era impossibile. Mi riavvicinai allo spioncino, era di nuovo tutto buio. Riaccesi la luce e lo vidi. In preda all’emozione, gli urlai dall’altra parte della porta: «Mio nonno è morto dieci anni fa. È impossibile che tu sia lui»; «Sono io Anastasio, sono davvero io – mi disse – . Sono qui solo per parlarti». Aprii la porta ed era lui: lo strinsi forte.

«Non ho molto tempo e ora posso parlarti. La scorsa notte un gruppo di ragazzi è entrato in casa tua. Hanno cominciato a rubare. In casa c’eri solo tu. Non appena li hai visti li hai affrontati, ma ti hanno colpito. Il ragazzo che si trova in ospedale e sta lottando per la sua vita sei tu. Io sono qui per chiederti se vuoi vivere o venire via con me». Ero sconvolto e pensai alla mia vita fino a quel momento, poi guardai mio nonno: «Voglio vivere. Il mio unico desiderio è vivere per le persone che amo. Come mi hai sempre insegnato, se c’è anche solo una persona al mondo che ti ama, allora vale la pena continuare a vivere». Mi sorrise: «Sei diventato un uomo». Lo abbracciai e svanì.

Di colpo ricordavo ogni cosa: dovevo salvare la mia famiglia. Non era stato un furto mancato: avevano ucciso delle persone e io sono l’unico testimone.

Si sentirono degli spari, passi veloci nei corridoi. «Sono arrivati». Provai a camminare, ma ero troppo debole. Mio padre mi fece sedere su una sedia a rotelle e cominciò a correre. Arrivammo all’uscita d’emergenza. Fuggimmo con un’ambulanza. Un camion ci travolse. Il tempo sembrava si fosse fermato. Mi passò davanti il mio tempo. Non era quello il mio momento.

In Narrature

Un’altra stagione

di Francesco Gallo

A mio padre.

Grazie a un opuscolo che mi capitò, chissà come, tra le mani, venni a sapere che presso il Museo Civico di Palazzo Fulcis, a Belluno, si teneva una mostra intitolata Le stagioni di Buzzati. L’allestimento mi avrebbe consentito di osservare dal vivo, assieme ai quadri più celebri, alcuni degli oggetti personali del grande scrittore e giornalista: la giacca indossata il 28 gennaio 1972, giorno della scomparsa; il frustino per andare a cavallo, monogrammato DBT (Dino Buzzati Traverso); un paio di sci risalenti ai primi anni Sessanta, con gli attacchi a sganciamento frontale; e la fusione in bronzo del calco mortuario della sua mano destra. Un cimelio, questo, che – non lo nego – mi serrò la gola.
Si presentava solo un problema: l’esposizione era terminata da più di un mese, il 6 gennaio 2020. Parlandone con un collega, tuttavia, scoprii che la casa avita di Buzzati era poco distante dall’albergo che ci ospitava. Un’occasione da non perdere. Avrei visto l’alberone sotto il quale Buzzati era solito scrivere, circondato – come disse all’amico Arturo Brambilla – dagli abitanti del piccolo popolo. Era forse quello il segreto della sua formidabile inventiva? Risiedere al confine tra quello che è e quello che potrebbe essere? Storie, in fondo. Nient’altro che storie. Eppure.

In poco tempo raggiunsi l’indirizzo. Lunghe file di carpini mi scortarono fino al cancello. Sulla sinistra, lungo il vialetto, lasciai il campanile di San Pellegrino; poi intravidi la Villa. Una costruzione del 500; l’ampia facciata era color terracotta e sul tetto, ricoperto di tegole, spuntavano coppie di comignoli gemelli.
Suonai al citofono. Mi guardai attorno. Alla finestra del secondo piano mi parve di scorgere una sagoma familiare – allora non avrei saputo dire perché. Sollevai un braccio in cenno di saluto. Non rispose.
Oltre il cancello spuntò una donna. Aveva un fisico minuto e una folta capigliatura. Quando fu abbastanza vicina disse: «Cosa vuole ancora?»
Ancora? Doveva avermi scambiato per qualcun altro. Le spiegai le ragioni della mia presenza in città. L’omaggio. Aggiunsi che sarebbe stato un onore, per me, visitare la Villa. La donna mi scrutò. Teneva le mani strette intorno alle sbarre. La pelle era bianca e liscia. «Se vuole sapere di Buzzati parli con Croda,» disse. «L’ha conosciuto. Lo trova in paese, alle panchine. Sta sempre lì.» Mi rivolse un sorriso incerto. Fui sul punto di chiederle come avrei fatto a riconoscerlo, Croda, ma la donna si era già ritirata.
Cos’altro potevo fare?

Venti minuti di cammino ed eccomi in piazza. C’era il Museo Civico, un’infilata di negozi – un’edicola, un fioraio, un panificio – e un giardino, occupato da altalene e dondoli e da una sabbiera nella quale un gruppo di bambine e bambini giocava a rincorrersi. Graffiavano l’aria con urla euforiche. Tate e genitori erano poco distanti; fumavano o parlavano al telefono e fingevano di sorvegliare un raduno di monopattini e biciclette.
Sul lato opposto c’erano lunghi sedili di marmo. Un uomo solo occupava quello centrale. Mi avvicinai. Dissi: «È lei, Croda?»
Parve non sentire. Riprovai. Soltanto a quel punto annuì. Per quale motivo credetti subito che si trattasse di lui? L’aspetto, innanzitutto. Era anziano. Se aveva conosciuto Buzzati doveva avere perlomeno settant’anni. L’eleganza, poi, mi suggestionò. Indossava un cappotto a spina di pesce dal quale affiorava il risvolto di una giacca nera, una camicia bianca e una cravatta dritta come una penna. In mezzo alle scarpe lucide, tra i fili d’erba, affondava la punta di un bastone dal manico ricurvo.

«Buzzati. Per Buzzati… mi hanno detto di chiedere a lei. Che lo ha conosciuto.»

«Conosciuto
La sua voce era un sibilo.
«Una donna, alla Villa – »

«Dica, dica», e appoggiò il palmo sul marmo. Gli angoli della bocca s’incurvarono appena.

Mentre gli sedevo accanto – ero certo a quel punto fosse lui – vidi emergere una curiosa somiglianza. Possedeva un volto magro, senza barba, con un naso un po’ grosso. Gli occhi erano scuri come piombini e ben distanziati. I capelli ingrigiti portavano la riga e la sfumatura alta.

«Sì, possiamo dire così. L’ho conosciuto verso la fine degli anni 50.»
Lo osservai torcere le mani attorno all’impugnatura del bastone. Era una piccola testa d’animale. Distinsi un becco.

«Eravate amici? Scusi, sa. Resto in città solo un paio di notti e –»

«Quando finiva la scuola davo una mano a mio padre. Faceva il giardiniere. Era lui che potava le piante della Villa. Buzzati d’estate lasciava Milano e tornava. Tornava qua.»
Non riuscivo a smettere di fissare il modo in cui le sue dita si attorcigliavano al manico del bastone. Sembravano lucidarlo.

«La prima volta che lo vidi stava seduto sotto la magnolia. Aveva sulle gambe una Olivetti DL. Che impressione mi fece: un uomo della stessa età di mio padre impegnato in un’attività così futile. Chi era mai? Mio padre spiegò che era famoso. Uno scrittore. Anche se scriveva storie di finzione. È vero. E cronaca. Buzzati scriveva racconti come fossero articoli e articoli come racconti.»

Soltanto quando riconobbi il motivo in rilievo sotto l’elsa del bastone — un arnese per lavorare il legno; un seghetto, trasalii – presi parola: «Be’, era un modo per aggirare la censura fascista.»

«Quello era un bel problema, in effetti. Un vero orrore, perdoni. Ma la questione è un’altra. I due piani, sa? Ha presente? Sì che ce l’ha. Sennò non sarebbe qui.»

Il profilo di Croda sembrò indurirsi contro i pioppi bui che gli facevano da quinta. La sua mandibola, il cranio intero era la linea di un cammeo impolverato.

«Ogni volta che mio padre e io entravamo in Villa,» disse Croda, «Buzzati era sotto la magnolia a scrivere. Molti dei Sessanta racconti li compose a pochi metri da me. Iniziai a leggerlo avidamente. Racconti, romanzi, pezzi di cronaca. Le storie dipinte. Il Poema a fumetti. A un certo punto mi contagiò, sa? Mi cimentai anch’io. Ne ho vergogna, adesso. Lei sarà mica immune», si voltò piazzandomi in faccia pupille fonde come pozzi artesiani.

«Be’, io –»

«Con scarsi risultati, certo. Io. Fors’anche lei. Sa perché? Per via dei piani. Qualunque cosa scrivessi suonava falsa. Anzi, era falsa. M’iscrissi ad Agraria. Diventai giardiniere. Quando mio padre morì presi il suo posto. Oggi sono il Custode. Gliel’ha detto, la Signora?» Croda sorrise guardando fisso davanti a sé. Nel frattempo l’edicola, il fioraio e il panificio avevano tirato giù le serrande. Le famiglie erano scomparse. Si sentiva soltanto il cigolio di un’altalena. Allora, tra le siepi, comparve una figura – la stessa che avevo notato alla finestra della Villa. Com’era apparsa si ritirò. Per via del cambio di luce, certo. Con l’avanzare del crepuscolo, le ombre dei bossi s’erano allungate sotto la spinta di un vento gelido.

«Lei pensa davvero che quella di Buzzati fosse finzione? Che fosse, che so, fantasia
«Che intende, scusi?»
«Vuol farmi credere che non ha appena visto anche lei –» chiese, puntando d’improvviso il bastone come un rabdomante.
«Non la seguo, abbia pazienza.»
«Mi segua, invece. Le faccio vedere,» disse, alzandosi con sorprendente agilità.

Tornammo alla Villa. La facciata pareva ora verniciata di viola scuro. Croda estrasse una lunga chiave da una tasca del cappotto. Aprì il cancello. Le ombre in fuga s’erano aggrappate ai contorni delle finestre, deformandoli come occhiaie. I comignoli erano le corna di una maschera diabolica.
Croda mi riscosse chiamandomi per nome. Come poteva conoscerlo? Lo vidi girare intorno alla magnolia – c’era ancora! Mastodontico altare verticale – e sparire in una porticina della Villa. Gli tenni dietro. L’ingresso rivelò un disimpegno odoroso di pietra umida. Solo una candela raccontava il contorno degli spazi e delle cose. Immobile vicino a un pendolo silenzioso e guasto, una figura emerse dall’ombra: la Signora del cancello – medesimi ricci, medesima corporatura. Mi vide e si tappò la bocca con le mani: ora erano ricoperte di macule, solcate da rughe profonde.

«Su,» disse Croda, il bastone già al primo gradino di una scala a chiocciola che scavava la sommità del granaio come la tana di un roditore.

Lo seguii. Superate due rampe varcai la soglia di un andito in legno. «Chiuda,» disse, «presto.» Faticai a udire la sua voce. Pareva giungere da un’altra parte – un altro piano.
«Come…?»
«Zitto. Guardi, ora. Veda
Nella stanza c’era uno scrittoio. Era occupato da una macchina per scrivere e una risma di fogli. Sotto l’unica finestra, poco più che una feritoia affacciata sul giardino, stava un sofà in velluto con lo schienale altissimo. Accanto c’era un cavalletto con pennelli e tavolozza. Dai vetri colava una luce azzurrognola che rischiarava ogni cosa. Mi accostai alla tela. Era incompleta: uno scorcio cittadino, piazza e porticato e, sulla destra, una creatura informe e trionfale a spezzare l’orizzonte. Il tratto mi parve inconfondibile: la sua Val Morel, impossibile e miracolosa. O certi incubi di Bosch, Il maestro del Giudizio universale.
Croda lasciò cadere il bastone e raddrizzò la schiena, sedendo allo scrittoio. Sollevate le braccia sospese le mani sulla Olivetti. Disse: «Eccolo.» Le dita iniziarono a battere sui tasti. Prima lentamente, poi più veloci. Il rumore, simile al ticchettio di un ordigno, si trasformò in una gragnuola di colpi. Quando anche l’ultimo rigo fu completo il foglio – come trovare le parole? – schizzò verso l’alto mentre un secondo volteggiava da sé nel rullo.
«Eccomi,» disse Croda. La voce era quella di un altro. «Non c’è differenza tra i piani. Il reale è fantastico. Il fantastico è reale. Solo la storia conta. Vedi

Alzai gli occhi ai vetri. Le tenebre avevano ceduto il posto a un etereo chiarore. In fondo al giardino, al cancello, c’era una persona. Alzò la destra in segno di saluto. Scosso, mi riconobbi all’arrivo nel gesto e nel volto. Ero io! Com’era possibile? Il tempo e lo spazio, frantumati nell’intelaiatura della finestra come in una tavola a fumetti, mi risucchiarono in vignette dissolventi.
C’era un giovane sottotenente appena divenuto ufficiale, Giovanni Drogo, assegnato a una misteriosa Fortezza nel deserto: la Bastiani. Partiva per affrontare il nemico più grande. Non la morte, bensì la paura di morire. C’era la distesa ordinata e dolorosa di 43 piccole bare che, come colombe, si sollevarono in cielo. Ospitavano i corpi degli esserini morti ad Albenga il 16 luglio 1947, quando l’imbarcazione che li portava in gita alla Gallinara s’inabissò. C’era l’architetto Antonio Dorigo che soffriva d’amore. Desiderava con le donne lo stesso rapporto di confidenza che aveva con gli amici ma, purtroppo, per lui le donne restavano enigmi insolubili. C’era un’onda possente come il fianco di una montagna. S’inarcava e s’abbatteva ininterrottamente dal 9 ottobre 1963, trascinando l’esistenza putrefatta degli abitanti della valle del Vajont. C’era Roberto Paudi, assessore in fuga dal Babau: un’entità color marmo nero, leggera e volubile come la nuvola d’un temporale. Era tornata a perseguitarlo dopo che le raffiche dei mitra di un plotone d’esecuzione l’avevano mandata gambe all’aria, con la pelle tesa del ventre rischiarata dalla luce della luna. Il maelstrom di storie evocava una tormenta d’anime in pena; calavano dalle creste dalla Gran Fermeda, là dove gli ultimi Re delle Favole si avviavano verso l’esilio; procedevano maestosi nel deserto del Kalahari, verso le nubi dell’eternità –

«Basta,» supplicò Croda. Il martellio dei tasti s’interruppe. Sul foglio restò una frase a metà, la finestra tornò nera e vuota. Mi ritrovai in ginocchio sulle assi del pavimento. Sentii Croda allontanare la sedia, urtare i pochi mobili, crollare sul sofà. La voce era di nuovo la sua: rotta, un sibilo. «Non ne posso più.»
Sentii schegge di legno sotto i palmi. Cercai di alzarmi. Rinunciai. Afferrai il bastone. «Non è che lei, per caso…? Non è che vuole aiutarmi a farla finire, questa storia?», sorrise Croda.
Mi voltai. Non c’era nessuno accanto a me. Né nella Villa, sotto la magnolia, oltre il vetro. E l’ombra della notte scendeva.

In Narrature

Derrman – parte seconda

di Barbara Scalco

“Cazzo!” getta un’ultima occhiata alla bestia, per poi retrocedere in
direzione della panda. Nel momento in cui la maniglia scatta sotto le sue dita, un’ombra corre veloce oltre la fiancata opposta. Il ragazzo entra in auto e intravede a terra la mole dell’animale, immobile e morente. Un urlo rimbomba fra le pareti di roccia; straziante e disumano. Bred ingrana la prima e accelera, le ruote stridono sul cemento; il bosco tace.
La notte seguente il cielo è coperto ma ha smesso di piovere. Le gocce tintinnano fra gli alberi, precipitano a terra a ogni folata di vento. Bred è alla Tessilbrotto, i fari della panda illuminano il bosco. La radio è spenta ma a parlare è il silenzio; racconta storie di fantasmi, leggende alle quali nemmeno i bambini danno più retta.
A un tratto gli manca l’aria e abbassa il finestrino, sospira. Avvinghia il termos dal sedile posteriore, svita il tappo e lo riempie fino all’orlo di caffè nero. Si bagna appena le labbra e impreca, scotta; poche gocce cadono sul cavallo dei pantaloni e lungo il sedile di stoffa grigia.
Lecca il caffè dalle dita bagnate cercando di bilanciare il termos, aperto, sul sedile passeggeri. Afferra il pacchetto di sigarette liberandolo dal nylon trasparente, ne sfila una direttamente con le labbra, l’accende. Inspira ed espira, come a una lezione di yoga.
Lo schianto improvviso di una lamiera sull’asfalto lo scuote come a contatto con un defibrillatore e decilitri di caffè bollente precipitano sui jeans.
“Cazzo cazzo cazzo” Bred combatte a stento il dolore stritolando il volante di pelle lucida.
A pochi metri dall’auto, il coperchio argentato del cassonetto gira su se stesso per qualche secondo, si ferma. Bred stringe le labbra fra i denti mentre l’ennesimo gatto zampetta, furtivo, dal bidone riverso a terra. Il felino rivolge uno sguardo ipnotizzato in direzione del bosco, per poi correre via.
Il ragazzo ne osserva la fuga mentre il panico gli strizza l’intestino; lo sguardo rivolto al fogliame scuro. Oltre i primi pini lo fissa immobile una sagoma nera dalle fattezze umane.
Alberi, cemento e nuvole si confondono fra loro; tutto il mondo sembra girare mentre Bred combatte contro i capogiri. Deve andarsene da lì ma i muscoli non rispondono.
La sagoma dista pochi metri dalla luce dei fari; non ne distingue il volto, sembra un uomo ma è troppo basso. Stringe qualcosa fra le mani.
Passano pochi attimi, secondi eterni durante i quali Bred non riesce a scollare lo sguardo dallo sconosciuto. Lo vede muoversi, ne è quasi certo e le dita corrono violente alla chiave d’accensione. Frizione, retromarcia, acceleratore; l’auto è colta alla sprovvista e sobbalza, Bred ingrana la prima e inforca il viale d’uscita.
Destra, sinistra, ancora destra. Vola lungo i tornanti e la ferita del giorno prima pulsa dolorante a ogni scossone. Odore di caffè risale dai tappetini luridi di fango e polvere. Getta un’occhiata al termos e lo vede rotolare, ritmicamente, da una parte all’altra del sedile passeggeri zuppo di liquido marrone.
Lo sguardo rimbalza dalla strada al bosco; ogni fusto assume forme diaboliche agli occhi spaventati del ragazzo. Lo stanno seguendo, potrebbe giurarci.
Oltre il tornante una sagoma fa capolino tra i pini; Bred la supera senza voltarsi, ne ignora il riflesso all’interno dello specchietto retrovisore. Si morde un labbro e un senso di nausea gli accarezza la bocca dello stomaco. Frizione, acceleratore, le marce schizzano su e giù. Altro tornante, la vede di nuovo e con essa tornano i capogiri.
“Chi sei!” l’urlo gli raschia la gola come carta vetrata.
Di fronte a lui si apre un bivio e Bred sa bene da che parte andare: sinistra, verso casa. Alza i fari pronto a svoltare ma la sagoma nera occupa ora il centro della carreggiata.
“No…” nella frazione di un secondo sterza il volante verso destra; le ruote posteriori tracciano scie nere sull’asfalto e l’auto si immette nella strada sbagliata.
“Un incubo, dev’essere un incubo” Bred si asciuga il sudore dalle labbra; le guance rigate da gocce salate, corruga la fronte e sospira, esausto. Un pensiero rimbalza nel cervello, adesca un’intuizione che corre alle mani e l’attimo dopo il ragazzo si ritrova fra le dita la pistola di servizio. A poche centinaia di metri si scolpisce, nella notte, un arco di pietra.
Frizione, terza, 60 chilometri orari. Frizione, quarta, 70 chilometri orari. 75, è questione di precisione. 80, come la matematica.
Una mano al freno a mano, l’altra al volante; l’arcata in pietra affonda per un attimo l’abitacolo nell’oscurità ed ecco di nuovo la strada. Dannata sagoma, dannato incubo.
Bred inchioda; quasi affoga nel suo stesso sudore, immerso nell’odore pregnante di caffè e terrore allo stato gassoso. La pistola inchiodata fra dita ghiacciate e biancastre.
“Basta.” Bred ingoia un grumo di saliva, studia il profilo nero al centro della carreggiata: ha gambe unite e braccia penzoloni, la mano destra impugna un oggetto, forse un’arma.
Poco distante il guard rail è come l’ha lasciato la notte precedente: aghi di pino e rami spezzati ricoprono l’asfalto ma, del cervo, nessuna traccia.
Bred sussurra parole di rabbia, invoca una divinità qualsiasi per trovare il coraggio di uscire allo scoperto. L’indice avvia le quattro frecce per poi aggrapparsi alla maniglia; nell’altra mano, la pistola è pronta a sparare. Legittima difesa.
Uscito dall’auto Bred si sente preso in giro, avanza trattenendo il fiato ma lo sconosciuto non si muove.
“Chi sei?” la voce esce stridula e tremante; sillabe strozzate all’altezza della gola. La lingua, patinata, si incolla al palato.
Nessuna risposta; Bred avanza, il braccio nascosto dietro la schiena e le spalle dolenti, in allerta. Silenzio.
“Che cosa vuoi? Rispondi!”
Una raffica di vento rincorre la vallata; Bred ha un tremito e piccoli vortici di foglie danno avvio a un frenetico danzare.
Lui avanza e, poco alla volta, distingue i tratti dello sconosciuto: pelle olivastra e labbra sottili. Quella che Bred si trova di fronte è una ragazza, quasi una bambina.
La mente si affolla di sensazioni contrastanti; è confuso ma l’ossigeno ritrova la strada verso cervello e polmoni. Nota il viso della sconosciuta teso in una smorfia di dolore, la vede stringere fra i denti il labbro inferiore. Lungo la fronte sono incise piccole rughe, abbassa lo sguardo verso il terreno.
Bred riconosce delle macchie rossastre tingerle l’abito; anche le braccia sono sporche ed è scalza, i piedi incrostati di fango verdastro. Fra le mani ha un corno mozzato. Il viso del ragazzo impallidisce.
“Dimmi chi sei!” lui urla, lei tace.
Ha lo sguardo incollato al suolo e una lacrima le riga una guancia, infine solleva il capo. Ha occhi neri, neri come dev’essere nero l’inferno. Le labbra si schiudono.
“Non hai fatto nulla” la sua voce esce in un sussurro ma Bred non fatica a sentirla.
Gli si avvicina lentamente; il corpo teso in avanti, esile ma forte.
“Perché non hai fatto nulla?” il tono è grave, troppo profondo per una ragazzina, carico di rabbia.
Lei avanza, lui indietreggia; instabile. “Di cosa stai parlan…”
“L’hai lasciato morire.”
“Non è vero… Io…”
“L’hai lasciato morire!”
L’urlo improvviso percuote Bred che per poco non cade a terra. Si guarda attorno e sente la testa girare, blocca a stento un conato.
“Tu.” Lei avanza di un passo. “Hai ucciso.” Altro passo. “Mio padre.”
All’improvviso si ferma, stringe il corpo fra le braccia per ripararsi dal freddo. Dalla bocca, semiaperta, escono piccoli sbuffi di alito caldo; trema, lasciandosi andare al dolore di un pianto disperato.
Bred è confuso, spiazzato di fronte all’incubo più reale che riesca a ricordare.
“Ammettilo.” Occhi ancora rivolti al terreno, denti digrignati e corno stretto all’altezza del cuore.“Ammettilo!”
Bred esita. Pochi secondi in cui il tempo sembra fermarsi.
“Io non l’ho ucciso.”
Lei scuote la testa, delusa. Un senso di morte e rimpianto lo penetrano nell’anima. Deve fuggire.
“È tutta colpa tua.”

In Narrature

Deerman – parte prima

di Barbara Scalco

2:10 del mattino, sabato. Bred odia i turni del fine settimana, abbassa lo schienale sgualcito della panda bianca abbandonandosi alla noia. La radio spara nell’abitacolo una canzone dei Queen mentre Bred tracanna un lungo sorso dalla lattina di Cola e allunga il braccio nello sforzo di cambiare stazione. Vano tentativo, le casse gracchiano accavallando voci meccaniche e stonate. Dannate colline. Ecco un nuovo appunto mentale: procurarsi una chiavetta USB. Malgrado sia ormai autunno l’aria è calda e il ragazzo fatica a mantenersi sveglio. Spalanca la portiera e un acuto di Freddy Mercury si diffonde per la vallata, solenne. Sfila il cellulare dal taschino della divisa, due nuovi messaggi, un’immagine. Dopo qualche secondo la foto di cinque ventiquattrenni riempie lo schermo: sono seduti a un tavolo circolare e tengono alzati in aria dei grandi bicchieri pieni di ghiaccio e liquido trasparente, Gin tonic. Un labbro si alza ma più che un sorriso sembra una smorfia che scompare dopo pochi secondi. Blocca lo schermo, ripone il cellulare e rivolge lo sguardo allo spiazzo desolato della Tessilbrotto s.r.l. Pochi neon equidistanti illuminano le mura dell’enorme capannone, l’intonaco è scrostato in più punti e anche i portoni avrebbero bisogno di qualche restauro. Bred non capisce perché il titolare abbia pagato tanto per un servizio di vigilanza notturna. Credeva che la fabbrica avesse fallito da tempo, invece eccolo qua. Sospira, si getta in gola le ultime gocce di Cola e prende la mira verso il bidone della spazzatura a una decina di metri dall’auto. Il lancio non è buono e la lattina rimbalza sull’asfalto con un tonfo metallico. Un gatto sbuca da un angolo chissà dove; è spaventato e anche il ragazzo ha un leggero sobbalzo, li odia i gatti. Rotea una delle leve accanto al volante e due fari abbaglianti penetrano la distesa di pini che delimita il piazzale; il gatto si blocca e con occhi fluorescenti fissa per pochi secondi l’abitacolo. Altri due colpi di luce e il torace del felino si abbassa, le zampe tese in posizione d’allerta, quindi, corre verso il bosco e scompare. I gatti gli mettono la pelle d’oca. Alla radio è iniziata la campagna di Mr. Planet, questo significa che sono le 2:30 e la vescica chiama. Abbassa il volume al minimo e sfila una Camel dal pacchetto nuovo scendendo dall’auto. Sapori di catrame e tabacco penetrano le papille gustative mentre un fiume di nicotina aderisce alle pareti dei polmoni. Bred raggiunge le mura e allenta la zip dei pantaloni tenendo la sigaretta stretta fra le labbra, una nuvola di fumo raggiunge gli occhi, li pizzica. Alle sue spalle un rumore di foglie, si volta ma non c’è nessuno, forse il vento, silenzio. La concentrazione torna allo stimolo di urinare. Di nuovo, più chiaro, un rumore di rami spezzati. Il ragazzo richiude in fretta la zip portando una mano alla pistola allacciata alla cintura. “Chi è?” non che si aspetti una risposta. Il bosco tace ma sembra osservarlo, studiarne le reazioni per poi prenderlo in giro. Vede qualcosa, si muove, una pioggia di foglie sfila nell’aria nascondendogli la visuale. Un passo ancora… non può essere il vento. I neon del capannone illuminano solo i primi metri di boscaglia oltre i quali tutto è confuso. All’ennesimo gracchiare di foglie Bred non ha più dubbi. Estrae dalla fondina la pistola puntandola in direzione degli alberi a gambe divaricate, come nei film. Nulla, il bosco risponde alla minaccia passando il turno in attesa della prossima mossa; al contrario, il ragazzo non ha voglia di giocare e un rivolo di sudore gli bagna la fronte mentre il taschino della divisa inizia a vibrare. Suona a ritmo cadenzato, la pistola scivola fra le dita mentre Bred sfila a fatica il telefono e la sigaretta finisce a terra. Lo sguardo fisso in direzione del bosco. Ancora uno squillo. “Pronto?!” un’ombra marrone compare, si muove, scompare. “Bred, devi andare alla fabbrica dei Zambon. C’è un furgone senza targa.” “Ok, ora vado.” La linea cade assieme ai nervi del ragazzo, il quale, rilassa il braccio teso e ripone la pistola. Il cellulare ancora stretto fra le mani. Spegne il mozzicone con le dita; lo lancia lontano, tra rami e aghi di pino. “Dannati gatti”. Frizione, acceleratore, ingrana la quarta e vola nel circuito di secchi tornanti che portano alla fabbrica Zambon. Pozze di pioggia ricoprono l’asfalto e a ogni curva l’auto slitta, perde aderenza. Il ragazzo gira la rotella del volume e un classico dei Red Hot invade l’abitacolo. Sovrasta la suoneria che ora quasi non si sente. Al bivio svolta a destra, doppia curva verso sinistra, un tornante più secco degli altri costringe Bred a improvvisare un testa coda degno di una gara di rally. Sulla bocca si disegna una smorfia di autocompiacimento. Eccolo, il passaggio che preferisce; comincia la discesa e il suo piede preme sull’acceleratore. 60, 70, tiene sott’occhio i chilometri orari. 75, è questione di precisione, 80. Lungo la strada si disegna il profilo di un arco scavato nella roccia. Una mano avvinghia il freno a mano, l’auto slitta sfiorando il guard rail di pochi centimetri. Mentre una goccia di sudore si schianta sul volante, la vecchia panda inforca lo stretto passaggio di pietra. Bred urla di gioia, adrenalina pura manda in cortocircuito ogni stimolo nervoso. All’improvviso un’ombra nera sbuca dagli alberi precipitando in strada, si muove. Il cuore del ragazzo si ferma, il sorriso scompare, l’auto è veloce, troppo. Bred inchioda, i freni scappano da sotto i piedi e uno stridio acuto rimbomba tra le colline. Sotto la luce dei fari anche l’ombra diventa più chiara. Grandi occhi gialli penetrano l’abitacolo in pochi secondi, uno schianto e infine, l’atteso silenzio. La sensazione è quella di una lama che perfora il cervello. Bred apre gli occhi e qualche attimo dopo riesce a mettere a fuoco il volante. Ok, è ancora vivo. Una stretta linea rossastra colora il finestrino, sembra acquerello. Porta una mano alla testa e qualcosa di umido si appiccica alle dita dichiarando che non si tratta di colore. Attiva le quattro frecce ed esce dall’auto, aria fresca e pioggia lo aiutano a schiarirsi le idee. Il lato destro della panda è un disastro: lunghi solchi e strisce di vernice scrostata confermano l’impatto. Il ragazzo impreca, pensando all’ennesimo stipendio andato. Un urlo profondo e gutturale attira la sua attenzione verso il corpo di una creatura ricoperta di fango e foglie, è un cervo. Alla luce lampeggiante delle quattro frecce l’animale compare e scompare; Bred si avvicina cauto, terrorizzato all’idea che la bestia possa aggredirlo da un momento all’altro. Gocce di pioggia gli graffano il viso accompagnando i lamenti del cervo, acuti e strazianti. Ora può sentirne il respiro, affaticato, quasi stentato. Una ferita incide per intero il fianco destro; sanguina ma, vista la mole del corpo, non sembra grave. A ipnotizzare il ragazzo sono i palchi: immensi e robusti, grossi alla base del cranio e ramificati verso l’alto, fino a formare una decina di piccole punte affilate. Uno di essi è mozzo e il frammento mancante è proprio ai suoi piedi. Si china, lo afferra rigirandosi la superficie ruvida e pelosa fra le mani. All’improvviso il cervo inizia a dimenarsi, le zampe scalciano mentre urla gutturali attraversano il cranio ancora dolente del ragazzo; Bred si copre le orecchie lasciando cadere a terra il palco mozzato. Al contatto con il suolo produce un suono sordo, come un giocattolo rotto. L’animale smette di urlare, Bred schiude le palpebre e il suo sguardo incrocia due enormi occhi gialli, carichi d’odio e rancore. Trattiene il fiato e un brivido scorre lungo la spina dorsale mentre il cellulare ricomincia a vibrare. Bred scatta nervoso sul posto, le narici riprendono aria e nel giro di un secondo risponde alla chiamata. “Pronto?!” “Lascia perdere Bred, falso allarme, torna al tuo giro.” La linea cade, al contrario dei nervi del ragazzo che, questa volta, schizzano alle stelle.

In Narrature

La spilla

di Anna Chiari

Le campane della chiesa di St. Clement suonavano le sei sopra i tetti azzurro polvere della vecchia Oxford. Era Aprile inoltrato. Gli odori freschi della primavera inglese salivano dai prati intorno ai college e si insinuavano nelle anguste stradine gremite agli angoli dai chiassosi avventori dei pub, affollati nel tardo pomeriggio. La luce ancora tiepida si dipingeva sui palazzi color crosta di pane rifrangendosi nell’aria tutt’attorno.

Le giornate erano più lunghe, pensò, smontando dalla sua Mark 2, chiudendo nervoso lo sportello dietro di sé. Due studenti in bicicletta lo scansarono veloci, ridendo tra loro, mentre attraversava la strada. Si sarebbe gustato una buona pinta, si disse, entrando nel pub The Wolf’s Head, già a quell’ora piuttosto pieno di gente. Il semestre stava volgendo al termine e dentro molti accademici e studenti assaporavano la certezza di un prossimo periodo di libertà. Paludati nelle ampie toghe nere, quasi a volersi distinguere, somigliavano ai dottori della peste del settecento veneziano. Mancava loro solo la maschera a becco lungo, dentro la quale non avrebbero però sentito l’aroma della birra e dello scotch.

Pensò a quanto dovesse apparire fuori luogo, con quei suoi abiti scuri, l’impermeabile lungo e il volto tirato. Non si faceva illusioni sul suo aspetto, mala cosa non gli dispiaceva. Non provava alcun desiderio di unirsi a loro. Una volta l’aveva assaporata quella vita, una volta era stato uno di loro… ma che stava dicendo?! Non era  mai stato uno di loro, forse proprio per questo aveva lasciato, a un passo dalla laurea. Con un sorriso amaro pensò fosse quella la sua condanna: restare  un eterno escluso, costretto a osservare sempre dal di fuori e  notare sempre, sì sempre, quei piccoli dettagli che agli altri sfuggono. Gli venne in mente come lo aveva definito quella ragazzina, un uomo dagli occhi di luna, qualcuno che, secondo un antico mito cherokee, è cieco alla luce del giorno, ma è in grado di vedere chiaramente nell’oscurità. Forse era davvero così. Egli piaceva, sì, gli piaceva. Era bravo in quel che faceva e, per quanto ne provasse un certo disgusto, non avrebbe potuto fare nient’altro nella sua vita.

Si avvicinò al bancone e chiese la solita lager, scura, torbida… non si era mai soffermato su quel colore, ma si accorse che si abbinava perfettamente alla sua vita. La giovane barista gli sorrise mentre lo serviva e gli chiese cortesemente come andava. “Come sempre”, fu la sua risposta elusiva. Le sorrise, quasi per scusarsi, mentre afferrava l’Oxford Mail e si metteva seduto, aprendolo, come suo solito, alla pagina dei cruciverba per ingannare l’attesa.

Dalla tasca estrasse carta e penna e cominciò a scrivere, un elenco, una serie di ipotesi, di possibilità. Lo avrebbe aiutato quel suo senso logico, l’analisi fredda, quelle sue capacità che lo avevano reso un buon poliziotto. Anche gli altri, i colleghi, lo dicevano, a volte a denti stretti, bisbigliando tra loro.

Erano anni che non tornava a Oxford, da quando si era arruolato con i Royal Corps e aveva lasciato gli studi. La sua era stata una decisione improvvisa, frutto di un impulso a cui lui stesso non aveva saputo dare un senso preciso. Era sempre stato primo del suo corso, aveva ottimi risultati in metrica latina e letteratura inglese, eppure sentiva che qualcosa di quell’ambiente fatto di privilegi e ineguaglianze non gli apparteneva. Se avesse continuato sarebbe sicuramente divenuto un accademico, tutti lo sapevano. Poteva quasi immaginare quella vita, vederla da fuori, distinguerne la divisione in atti, l’inevitabile colpo di scena a metà del secondo e la distensione del terzo, ne conosceva i toni drammatici e le note pacate alla fine. Una cattedra, una toga, poi una moglie, quella moglie, e eventualmente dei figli, una rappresentazione piccolo borghese di gustosa e piacevole esecuzione.

Amava l’opera, Puccini in particolare, ma solo a teatro gli piacevasospendere la sua incredulità. Nella vita di tutti i giorni preferiva restare vigile, stimolato, come quando si metteva a fare i cruciverba. Era così che voleva vivere, lettera dopo lettera, rompicapo dopo rompicapo, senza sapere dove lo avrebbe portato il prossimo enigma.Voleva esercitare il suo ingegno, non sprecarlo sulle pagine ingiallite di libri che ormai avevano esaurito tutti i loro più profondisignificati.Qualcos’altro lo aveva richiamato, qualcosa di oscuro,di nascosto che non avrebbe trovato tra i banchidi legno antico dell’università. Gli piaceva fingere, almeno con se stesso, di essere al di sopra di quello per cui gli altri lottavano, quelle velleità, le piccole emeschine ambizioni, le passioni esasperate che assalgono la natura umana e  portano a farsi fuori l’un l’altro. Lo aveva visto fin troppe volte.Fin troppe volte aveva visto la morte in faccia, l’accanimento estremo nel ferire l’altro, la brutalità rimasta impressa negli occhi sbarrati delle vittime come immagini sulla pellicola.

Non poteva sopportare la vista dei corpi massacrati, la violenza trovava una sua giustificazione solo nella finzione,  sul palcoscenico, stemperata dalle grandi passioni e dal bel canto degli interpreti.Nella vita reale restavasolo un abominio che doveva ripulire, cancellare, fin dove gli sarebbe stato possibile. Forse per questo gli piaceva il ruolo di spettatore, nelle strade come all’opera. Non voleva mischiarsi a quei drammi, gli piacevano solo purificati nell’arte o riflessi negli occhi degli altri.

Così se n’era andato. Era scappato, forse?Anche da lei? Per anni se lo era ripetuto, no, non era così. Ma restava ancora qualcosa di insoluto, qualcosa che  la sua mente lucida non era riuscita ad afferrare, un enigma non ancora  risolto. Quindi era tornato. Non per lei, si diceva. Lo aveva detto a suo padre, a letto morente, quando ormai a tratti delirante parlava solo di corse, cavalli e puntate. Gliel’aveva detto, lui non era il tipo da commettere due volte gli stessi errori. Se lo era ripetuto per tutti quegli anni, ma restava quell’immagine che lo inseguiva, che non riusciva a scacciare, lei, il biondo scuro di quei capelli, quell’aureola che le circondava il viso, illuminato dalla luce naturale dalla finestra impolverata. Lo aveva riconosciutoimmediatamente quel colore,la sera prima. Spiccava tra tutti quelli ammassati nella stanza.

Era difficile non notarla,in quelle aule cupe, tra quelle vecchie boiseries, tutti scuri nelle toghe nere. La testa di capelli, quella figura slanciata, la voce a tratti squillante,chiunque l’avrebbe notata. In particolare in quell’ occasione. Stavano commemorando un morto, con quello stile dignitoso e un po’ distaccato tipico delle cerimonie formali.

Il Professor Bradbury era morto. Caduto rovinosamente dalla scala grande del college il suo cuore si era fermato. Di colpo, a quanto pareva. Ovviamente c’era stata un’inchiesta, una formalità necessaria in quei casi. Lui si era offerto di aiutare. Conosceva il Professor Bradbury, era stato il suo insegnante per il breve periodo trascorso a Oxford, quando era solo un allievo magro e silenzioso e, a detta del Professore, promettente. Un tipo particolare il Professore, riservato, schivo, molto preparato nella sua materia, sapeva rispondere con acume a tutte domande degli allievi.

Era scapolo eancora piuttosto attraente. Non poche ragazze del suo corso gli facevano gli occhi languidi, se lo ricordava bene. Ma lei no. Lei non si curava di nessuno, passava disinvolta per i corridoi, lo sguardo lontano, che la rendevaancora più intrigante. Un enigma. Era un semplice atteggiamento o un tratto autentico del suo carattere? Fu così che cominciarono a frequentarsi, di nascosto, a dispetto delle alte aspirazioni della famiglia di lei. Quello era stato forse il periodo più spensierato della sua vita, qualcosache non si era mai più ripetuto. Ma i loro incontri segreti furono  presto sostituiti da lunghi silenzi e assenze prolungate. Lei divenne più sfuggente, riservata. Passava sempre più tempo nell’ufficio del Professor Bradbury in incontri sempre più lunghi a discutere di un possibile dottorato. Le cose cambiarono, lentamente, inesorabilmente.

Ora Bradbury era morto, a seguito di quella rovinosa caduta, senza grossi traumi, solo il cuore si era fermato. La polizia aveva già archiviato il caso, niente suggeriva qualcosa di sospetto. Poteva capitare, si disse, era già successo che a seguito di una brutta caduta qualcuno avesse avuto un arresto cardiaco. Certo da una scala si poteva sempre cadere, in un modo o nell’altro, le scale erano sempre insidiose. Eppure qualcosa non lo convinceva. Un ricordo, uno strano presentimentosi era affacciato. Per questo era tornato al college un paio di giorni prima.

Era entrato, verso sera, quando ancora ci si vedeva senza luci accese per osservare attentamente quella scala. L’aveva risalita più volte e più volte l’aveva discesa, a passi regolari. Non era una scala particolarmente ripida, o pericolosa, questo gli parve al primo esame. Aveva anche accelerato il passo, salendo e scendendo. Niente di particolare.Aveva guardato attentamente sotto la scala, nelle fessure tra le assi, negli gli incavi sotto gli scalini. Niente, davvero niente. Aveva provato per scrupolo a infilare la mano, sempre sotto, tra un interstizio e l’altro e, dietro una piccola rientranza, una parte nascosta di cornice che sporgeva appena,aveva sentito qualcosa, appoggiato di taglio.Si era ritrovato nel palmo della mano una spilla, non troppo grande, di pietre dure,agate e granate, di fattura ottocentesca, vittoriana.

Niente di strano, aveva pensato, piccoli oggetti possono sparire e intanarsi un po’ dappertutto. La riguardò bene, da vicino, a poca distanza dai suoi occhi. L’ago richiuso nella sua sicurezza teneva ancora un pezzodi tessuto, non tanto piccolo, di color verde, piuttosto scuro, rimastopreso nella sua anima d’argento.Sembrava che la spilla fosse stata strappata dal vestito con forza.

Quella spilla. Gli era sembratodi averla già vista, ma non ne aveva la certezza. Eppure quello stile, le pietre dure, semi preziose, incastonate in quel modo particolare a ricreare uno stemma gli ricordavano qualcosa. Non era un oggetto da poco e chiunque l’avesse persa doveva averne notata la mancanza, sicuramente la stava cercando, con ansia, se sapeva che poteva ricollegarlo a quel fatto. Gli riaffiorava un ricordo. Un ricordo di quegli anni. Lei, i capelli biondi  sciolti su un vestito verde scuro e quella spilla. Continuava ad allontanare quell’immagine, con la speranza che fosse solo quello, un’immagine e niente più.

 Lei  sembrava nervosa quando si erano rivisti, continuava a passarsi le dita affusolate tra i capelli, irrequieta. Sapeva che lui era nella polizia, aveva forse maggiori informazioni su quella morte improvvisa? Bradbury era il suo tutor, tutta la faccenda l’aveva alquanto scossa. Era naturale. Lui voleva a tutti i costi andare a fondo della cosa. Così aveva lanciato un’esca, le aveva telefonato mascherando la sua voce.Se voleva riavere la spilla, avrebbe dovuto  pagare una giusta cifra.L’appuntamento sarebbe stato al pub, il giorno dopo, alle otto. Lui avrebbe aspettato fino alle otto, poi se ne sarebbe andato.

La porta continuava ad aprirsi,entravano gli impiegati dalla faccia pallida che si erano scrollati di dosso quella giornata di lavoro, i soliti affezionati che salutavano tutti, le ragazze agghindate che, due alla volta, lanciavano occhiate ammiccanti ai giovani seduti in gruppo, stretti attorno a quei tavoli. Niente di strano, niente di diversoda una normale serata al pub. Sperava che quella porta non venisse aperta alle otto, non per fare entrare una testa di capelli biondo scuro. Guardava l’orologio grande dietro il bancone. Le otto meno un quarto. Cercò di distrarsi tornando al suo cruciverba, ma continuava a tratti a spiare la porta massiccia. Le otto meno cinque.Le otto, altri avventori entrarono, più d’uno, nessuno per fortuna coi capelli biondi. Le otto e un quarto, poi le otto e venticinque. Con un sorriso andò a prendere un’altra birra. Si sedette e alzò lo sguardo. La porta si stava aprendo, proprio in quell’attimo.Rimase immobile, fermo a guardare quel vestito elegante un po’ lungo e quella testa di capelli biondo scuro.

In Narrature

Tutto fritto

di Michele Scarpelli

L’antro giorno ho visto Paolino. Lui, Morena e la piccola Eliana stanno bene. C’avrebbero bisogno de più soldi per tira’ su quella pora creatura, ma, come ho detto io sempre: “I soldi nun crescheno sull’alberi, vanno guadagnati”. Questo Paolino ce lo sa. Che nun m’ha visto lavora’ tutti i giorni come un somaro per quarant’anni? Certo che me c’ha visto. A proposito de lavoro, stamatina la signora Brinchioni è caduta in bagno e s’è rotta il femore. Il figlio è venuto in guardiola a cerca’ aiuto, ma Oreste stava a da’ una mano all’antennista. So’ dovuta anna’ io co’ lui. Pora vecchia signora Brinchioni, rincojonita com’è, è scivolata sulle piastrelle umide e ha fatto proprio un bel chioppo. Per fortuna, con quel culone che s’aritrova, ha ammorbidito la tranvata. L’ambulanza c’ha messo una ventina de minuti per arriva’. Io e Roberto, il figlio della signora, li abbiamo aiutati a carica’ la vecchia. Eravamo in quattro e quasi non ce se faceva, saranno stati ducento chili. Menomale che Oreste stava co’ l’antennista, sennò a lui co’ la sciatica c’ha, avrebbe dovuto passa’ una settimana fermo a letto. Spero che ora la signora Brinchioni sta meglio, con noi è sempre stata gentile, pure quando l’amministratore doveva decide se manda’ in pensione Oreste lei c’ha difeso. Oreste poi è tornato in guardiola, mo la TV se dovrebbe vede bene, e io, visto che la posta già l’ho consegnata, ho pensato de anna’ a fa’ la spesa. Oreste vole che vado al supermercato perché costa de meno, ma io ogni tanto vado alle bancarelle sotto casa, ormai so’ amici, non ce se pò non andacce più.
È una settimana che c’ho ‘sta voglia de baccalà, così so’ passata da Mimmo, no da Nicola, lui costa de meno, ma il pesce suo è sempre un po’ fracichetto. Già che c’ero me so’ presa pure qualche moscardino e calamaro, stasera tutto fritto. Poi sono passata da Tamara, ora è lei che gestisce la bancarella. Il vecchio Delio s’è ritirato ed era pure ora che, con quei du’ denti che s’aritrova, quando che parla sputa sempre sopra a tutta la verdura e io poi a casa dovevo lavalla nell’varecchina. Da Tamara c’ho preso: zucchine per fiori fritti, carciofetti da fa’ alla giudia, melanzane no perché a Oreste non piaceno, fagiolini da fa’ in umido domani e puntarelle per pranzo. Poi de frutta: arance, pere villiams e un paio di banane. Ci stavano pure le fragole, Tamara ha detto che so’ bone, ma per me non è ancora stagione, chissà quelle da dove vengheno, quindi ho detto che le fragole no. Dopo che ho preso il pesce, la frutta e la verdura sono andata dal pizzicarolo. Marinelli se sa in tutta Roma che è un gran ladro, ma a esse bono, è bono. Una volta c’ho pure visto che ce giravano una puntata di uno di quei programmi de cucina di quelli che non posso vede’. Li fanno su Scai e Oreste m’ha detto che costa troppo, ma che tanto a me non m’interessa perché là fanno solo programmi de cucina raffinati.
Quindi, dicevo che una volta ho visto che stavano a gira’ ‘sta puntata e che ce stavano due signori che parlavano co’ Vincenzo, il famoso signor Marinelli pizzicarolo, e mentre che discutevano magnavano. Parlavano e magnavano. Rosette, salame, salsiccette, ricotta, pecorino, coppiette, prosciutto e caciottine. Se magnavano tutta ‘sta roba e più che a discute’ stavano tutti e tre a grida’ come noi ar mercato. A me tanto raffinati non me so’ sembrati, ma Oreste dice di sì perché ‘sto Scai costa tanto, quindi
sarà vero. Da Marinelli ho preso delle cose bone per pranzo: una provoletta, pizza bianca, un po’ de porchetta e un fiaschetto de Frascati. È meglio resta’ leggeri, visto che stasera tutto fritto. Ho speso diciassette euro, mannaggia al signor Marinelli. Fatta ‘sta spesa so’ tornata a casa. Ormai era quasi l’una, quindi me so’ messa ad apparecchia’ e a prepara’ il pranzo. Ho pulito le puntarelle, ma me so accorta d’esserme dimenticata da compra la pasta d’acciughe. “Mo sai quanto scassa Oreste?” me so detta, ma ormai non ce potevo fa’ più nulla. Dopo ave’ preparato tutto, siccome che Oreste stava ancora chissà dove a lavora’, ho pure pulito i carciofi e preparato la pastella per frigge’ stasera. Questa roba Paolino se la scorda, poro figlio. Morena è tanto cara, ma in cucina non ce s’aritrova tanto bene. Magari domani, se ho tempo, vado dal macellaio e gli faccio du’ fettine da porta’ a casa che gli piacciono tanto.
Oreste è arrivato all’una e menzo e non me c’ha mannato per via della pasta d’acciughe? Io gli ho detto che mi dispiace, tanto già ce lo sapevo che avrebbe fatto così. Però poi magna’, ha magnato. S’è pure sgranocchiato tutta la cotica della porchetta che a me non m’è mai piaciuta, troppo volgare. Dopo che s’è scolato mezza boccia de Frascati, per fargli piacere, gli ho detto che per cena facevo tutto fritto. Lui,
un po’ incocciato, m’ha guardato in un modo che non te dico. “Come tutto fritto? Me ce voi avvelena’?” ha gridato. Io gli ho spiegato che me ce morivo da ‘na settimana per il baccalà e che quindi, una volta che ero ar mercato, m’ero fatta prende’ e avevo deciso de fa una cena tutta fritta. “C’ho già avuto due ‘nfarti, me voi fa’ veni’ il terzo?” m’ha rimproverato lui. Io gli ho detto che se vole, posso pure non frigge’. Oreste s’è arzato da tavola tutto incazzato e, senza risponde’ antro, s’è messo il giornaletto de Tex sotto all’ascella e s’è chiuso al cesso. Io ho pulito la tavola, poi me so allungata sul letto, ma non ce so’ rimasta più de ‘na mezzoretta. Verso le tre infatti me so’ ricordata che dovevo anna’ a da’ l’acqua alle piante dei Rivelli. Loro stanno in vacanza all’estero per il compleanno della figlia e la signora Rivelli ce tiene tanto ai fiori sua, che in effetti so’ proprio belli. In primavera inontrata il loro barcone è di tutti il più colorato. Il signor Rivelli però è un po’ stronzo, lui all’amministratore gli aveva detto de mannacce via a me e Oreste, ma la signora e la figlia, che so’ tanto carucce, hanno detto che volevano che restavamo e alla fine l’hanno convinto. Quindi, quando che so’ entrata nell’appartamento, ho aperto le finestre per cambia’ un po’ l’aria, ma no per fa’ piacere a Rivelli, ma per la signora e la figlia. Ho dato l’acqua alle piante, che me sembrano sul punto di sbocciare, ho richiuso tutto e so’ scesa. Mentre che stavo in ascensore, continuavo a pensa’ alla cena de stasera: “C’ho ‘na voglia de baccala che non te dico”. Poi me so’ ricordata che ce stavano le scale della palazzina C da puli’. Ereno almeno due settimane che non le lavavo. Ho preso lo scopettone e il secchio e c’ho dato lo straccio col disinfettante, quello che puzza, perché de quella palazzina me stanno tutti sul cazzo. Subito Moretti, l’inquilino del secondo piano, è venuto a lamentasse per la puzza, ma io gli ho risposto che il disinfettante bono era finito, così se ‘mpara n’antra vorta a non saluta’ mai e a non da’ la mancia a Oreste a Natale.
Finito de lava’, per fortuna non c’ho avuto antre rotture e me so’ messa a prepara’ il pesce. “Ma che me frega de quello che dice Oreste, io stasera friggo,” ho pensato. Quindi ho tagliato ad anelli i calamari e pulito per bene il baccalà. Siccome però che era ancora presto, me so messa alla TV e devo di’ che quell’antennista il lavoro suo lo sa fa’, perché finalmente riuscimo a vede’ tutti li canali. L’ho detto a Oreste che era tutto felice, perché così mo’ stasera se pò vede’ un film d’azione de quelli che gli
piaceno tanto. Verso le sette ho cominciato. Ho ammollato per bene nella pastella il baccalà e
i fiori di zucca e l’ho buttati nell’olio. Poi ho cominciato a frigge’ i calamari e i moscardini e alla fine ho fatto i carciofi alla giudia, che quelli so’ i più difficili de tutti.
Certo che a frigge’ se suda, me so’ presa ‘na scallata che manco a agosto, ma ne vale la pena. Quando che a cena Oreste ha visto tutta quella roba ha sospirato, però mica ha detto gnente, s’è messo a magna’ come al solito e s’è scofanato tutto. S’è fatto pure l’antra mezza boccia de Frascati, poi ha cacciato un rutto e se n’è annato alla TV.
Poro Oreste, pure a lui ogni tanto bisogna fallo contento, pure quando dice de no, sennò rischia che piano piano me se trasforma in una bestia. Dopo che ho finito de mette in lavastoviglie li piatti so’ annata pur’io alla TV e devo di’ che quel film de botti e de spari n’era così brutto come me credevo. Essendo però che ero stanca, verso le dieci e menzo ho salutato Oreste, me so’ messa il pigiama felpato e me so’ ‘nfilata sotto alle coperte. Prima d’addormentarme ho pensato: “Devo proprio compra’ dell’agnelletto da fa’ al forno, me ce va proprio. Speramo che domani sia ‘na giornata caruccia come a questa”.

In Narrature

Appuntamento con Anastasio

di Danilo Grasso

Un uomo era entrato in una chiesa. Aveva un coltello in mano. Corse urlando: «È arrivata! È arrivata!». Tutti i presenti lo guardarono esterrefatti, alcuni bisbigliavano tra loro, altri ridevano. L’uomo, con sguardo sereno, si tagliò la gola.

Era una calda giornata di luglio. Il treno si era appena fermato. Nei lunghi viaggi di lavoro avevo sempre respinto l’idea di prendere l’aereo. In treno la mia mente fantasticava, immaginavo una vita diversa dalla solita. Quella mattina avevo letto l’articolo di un suicidio di un uomo in una chiesa. Eventi come quello mi portavano a riflettere sulla vita, preziosa e troppo breve.

Mi sporsi dal finestrino e lo sguardo cadde su una coppia di anziani che si tenevano per mano. Sembravano felici. Il treno riprese la sua corsa, quando notaiun uomo avvicinarsicon passo rapido, estrarre una pistola dalla giacca e spararsi. Subito dopo la coppia fece la stessa cosa. Avevo paura.

Mi tornò in mente quella sensazione di malessere che della notte precedente. Distolsi lo sguardo dal finestrino, cercai intorno a me qualcuno che avesse notato l’accaduto. Nessuno.

Tornai per un attimo ad ammirare le distese di girasoli e papaveri. Presi il cellulare in cerca di notizie, non trovai nulla.

D’un tratto si spense. Pensai si fosse scaricata la batteria, ma mi accorsi che agli altri passeggeri era accaduta la stessa cosa. Ogni apparecchio elettronico aveva smesso di funzionare. Anche il treno arrestò la sua corsa. Il controllore chiese a tutti di scendere. D’un tratto qualcuno urlò che c’era una bomba.

I passeggeri scesero in fretta, spingendo verso le porte d’uscita. Attorno a me delirio, caos. Ruppi il finestrino e aiutai una donna incinta a scendere. Camminammo fino ad arrivare in un paese vicino.

La gente si riversava nelle strade, correndo e urlando. Giovani coppie innamorate vivevano il loro amore. Alcuni litigavano per un oggetto rubato, auto distrutte, negozi saccheggiati. Passammo davanti ad una chiesa e vedemmo una moltitudine di persone che pregava, supplicava e gridava: «Perdonami. Assolvimi dai peccati». Il prete, disperato, chiedeva perdono per quelle false confessioni.

Due di loro ci seguirono spaventati, cercando una via d’uscita, un riparo.

Un autobus si avvicinò e l’autista: «Salite, andiamo via da qui». Ci allontanammo. Arrivammo in un casolare abbandonato.

D’un tratto nel cielo comparve un bagliore accecante. Durò un istante, poi tutto tornò come prima. L’autista accesela radio. In ogni stazione si ascoltava un solo messaggio: «A tutti coloro che sono in ascolto,il bagliore di luce apparso nel cielo era divino.Ha salvato le persone pure e i penitenti sinceri. Chiunque è rimasto sulla Terra è condannato. Questa mattina un uomo, da sempre screditato nella nostra comunità, ha rivelato che il Giorno del Giudizio è arrivato. Nessuno gli ha creduto e ora…». In un funesto silenzio, guardai gli altri, disperati. Il vescovo continuò: «Pregate, chiedete perdono. Vivete l’ultimo istante senza rimpianti».

La radio si spense. L’autista tentò di rimettere in moto l’autobus senza riuscirci. Nell’angosciante attesa, ognuno di noi, a turno, si confessò. Ripensai alla coppia di anziani. Ora capivo quel gesto che mi aveva lasciato incredulo. Erano morti, insieme, tenendosi per mano.

Toccava a me confessarmi. Osservai il cielo, poi guardando ognuno dei presenti: «Mi chiamo Anastasio, cioè resurrezione; ora che ci penso, è tragicamente ironico. La piccola fenice. È così che mi chiamava la mia famiglia. Ho commesso tanti errori nella vita, ho rimpianti, come tutti. Il più grande di tutti è quello di non essermi sposato, di non aver trovato una persona con cui condividere mia vita. Sono solo».

Il cielo si oscurò, la terra iniziò a tremare. La fine era giunta. Un lampo di luce aprì il cielo. Mi sentii sollevare. Guardai verso il basso e vidi ogni cosa diventare sempre più piccola. Di colpo una luce forte ma accogliente mi travolse il viso. Ero felice. Mi sentivo rinato.

All’improvviso sentii delle voci lontane che a poco a poco si fecero sempre più nitide. Erano i miei compagni di corso che mi stavano richiamando all’attenzione. Una possente figura si avvicinò con passi pesanti, urlando: «Se non è interessato alla lezione e preferisce dormire, la prego di uscire dalla mia aula!». Le parole del professore diventarono impercettibili sussurri. Ripensai al viaggio in treno e ora questo. In quel momento capii le parole del mio editore: «Se vuoi diventare uno scrittore cerca di preferire sempre l’illusione alla disperazione».

In Narrature

Quando era sabato

di Michele Scarpelli

“Chi è?” domandava il nonno.
“Non lo so, è per te”, rispondevo.
Lui sospirava, poi, tenendo la cornetta in mano, di modo che potesse sentirlo anche la persona che lo aveva chiamato, aggiungeva:
“Sarà qualche rompicoglioni”.
E in effetti era quasi sempre così.
I miei sabati mattina cominciavano quando venivo accompagnavano a casa dei nonni, quando cercavo inutilmente di fare i compiti. Il loro appartamento era al primo piano, proprio sopra un rumoroso supermercato aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. La casa invece era piccola, ma ben arredata. La cucina comunicava con lo studio del nonno attraverso una piccola finestrella, ed era da lì che la nonna mi controllava mentre cercavo di risolvere problemi o di svolgere un tema. Mio zio invece arrivava verso le undici e si chiudeva in salotto, per dare ripetizioni private di violoncello.
Perché le facesse lì anziché a casa sua è rimasto sempre un mistero. Oltretutto i suoi allievi sembrava non non progredire mai. Ricordo una signora cinese sui trent’anni che prendeva lezioni da più di cinque, la quale, invece di migliorare da un sabato all’altro, a ogni lezione sembrava andare indietro. Per tutta la casa risuonavano stridii sgraziati e note stonate, ma data la determinazione della donna, per mio zio si trattava certamente della sua allieva migliore. Senza speranza, ma piena di soldi.
Tra l’altro, ci siamo sempre domandati come comunicassero, dal momento che mio zio è una persona estremamente taciturna e che lei non spiccicava una parola di italiano.
Studiare dunque durante quelle lezioni strazianti, quelle agonie di un’ora e mezzo, era piuttosto difficile e lo era ancor di più quando i miei nonni litigavano. Succedeva sempre per un qualche futile motivo e la cosa incredibile era che mentre il nonno gridava, visto che non poteva farne a meno quando si arrabbiava, restava alla sua scrivania, disegnando con un’attenzione e una precisione degna di chi ha raggiunto la calma interiore. Alzava la voce a livelli talmente alti che quasi non si sentiva lo squillo del telefono, il quale puntualmente cominciava a suonare ogni volta che c’era una discussione, finché non andavo a rispondere. Non oso immaginare cosa potesse sentire dall’altro capo del telefono il povero malcapitato che aveva deciso di chiamare quel sabato mattina, dovendo oltretutto sopportare il fatto di essere additato come un rompicoglioni.
Aspettavo il pomeriggio sempre con grande ansia, perché io e i nonni avremmo fatto sicuramente qualcosa di divertente, a parte le volte in cui ero costretto ad andare a messa con la nonna. In quei casi mi sentivo davvero fregato. Solitamente, se restavamo a casa, disegnavamo oppure cercavamo di realizzare dei pupazzetti di cartapesta. A volte mi mettevo a scrivere una delle “Avventure di Ciccio” su un grosso quaderno. Erano storie che raccontavano la vita di un bambino, Ciccio appunto. Non ricordo di cosa parlassero, ma ricordo che alle illustrazioni ci pensava il nonno.
Erano molto belle, l’unica cosa che valesse veramente la pena guardare in quel quaderno. Se uscivamo andavamo invece a Piazza di Spagna a tirare quattro calci a un pallone, oppure, sotto Natale, alle bancarelle di Piazza Navona a comprare i personaggi del Presepe. L’atmosfera lì, in quel periodo, era incredibile. L’odore della porchetta, dello zucchero filato e delle mandorle caramellate si mischiava insieme in una sorta di odore paradisiaco. Salivo sulla giostra e poi guardavo Pulcinella prendere a mazzate e farsi prendere a mazzate allo spettacolo delle marionette. Infine, mentre tornavo a casa, con un sacchetto pieno di marzapane, torroni, duri di menta e mele stregate, mi mangiavo felice la mia merenda: rosetta con la porchetta, ovviamente.
La sera, le volte che cenavamo a casa, mangiavamo sempre riso allo zafferano, sogliola, patatine fritte e pan di Spagna. Mia nonna cucinava benissimo, eppure al nonno gli era presa la fissazione di prepararsi le cose da solo. Passava ore a cucinare degli strani intrugli, solitamente zuppe dall’aspetto molto poco invitante. Prendeva le ricette da vecchi libri, ma non di cucina, bensì da alcuni romanzi che aveva letto e cercava di rivisitarle. “Volete assaggiare? Guardate che è buonissima”, insisteva, cercando inutilmente di convincere me e la nonna. Poi, dopo qualche cucchiaiata, le lasciava lì. “Stasera ho poca fame, la metto in frigo e me la riscaldo domani”, diceva, come se il giorno dopo l’avrebbe davvero mangiata. Solo alla fine, quando ormai ero steso sul divano, pieno di cibo e vicino all’abbiocco, ammetteva amaramente: “Stasera ho mangiato malissimo”.
Quando invece si cenava fuori, andavamo da Otello alla Concordia, a pochi metri da casa. Io ci andavo molto volentieri perché mi piaceva l’atmosfera di quel posto. Lì, infatti, i miei nonni conoscevano tutti, dai proprietari agli avventori più affezionati. E del resto sarebbe stato strano il contrario, dal momento che erano tutti grandi amici. Mentre cenavamo, spesso gente come Monicelli, Scola o De Bernardi sbucava fuori da un’altra stanza e veniva a salutarci al tavolo. Discutevano affettuosamente col nonno, la maggior parte delle volte sparlando degli altri. Il piacere del pettegolezzo era per loro un elemento fondamentale, quasi una necessità, sebbene non avvenisse mai con malizia, al contrario. Ho un vago ricordo di questa conversazione, anche se non so con chi avvenne, forse con De Bernardi.
“L’altro giorno ho incontrato Mario per strada, l’ho salutato e lui ha fatto finta di nulla…”.
“Ora che ha compiuto novant’anni si è montato la testa, è diventato un fanatico”, rispose mio nonno. Poi succedeva che il sabato successivo incontrassimo Monicelli e che i due sparlassero dell’altro. Era il loro modo di sentirsi tutti amici, tutti allo stesso livello, senza mai prendersi troppo sul serio. In un certo senso erano delle piccole lezioni che assorbivo senza neanche rendermene conto. Solitamente, infatti, non è che mi si prestasse particolare attenzione in quei momenti, ma sapevo che i nonni non vedevano l’ora di chiudere quelle conversazioni per tornare a godersi la cena con me e tanto mi bastava. Il problema di Otello però era che ogni volta che ci andavamo, il giorno seguente uno tra me e il nonno stava male. La nonna si salvava sempre miracolosamente, ma doveva passare tutta la mattina a pulire il vomito dal pavimento. Ogni volta il nonno diceva:
“Mai più. Non ci torniamo mai più”.
“Sono amici, non possiamo smettere di andarci!” rispondeva la nonna.
“E allora che dobbiamo fare, sentirci male ogni volta tutti quanti?”. Evidentemente sì, visto che continuammo a cenare lì. Il record fu di quattro fine settimana di seguito in cui stemmo male tre volte io e una il nonno. Ora la cucina del ristorante è molto migliorata, ma evidentemente in quel periodo c’era proprio qualcosa che non andava.
La notte dormivo su una brandina in salone e la domenica mi svegliavo verso le otto. Facevo colazione e poi guardavo i cartoni alla TV, cosa proibitissima a casa mia e che mi sembrava essere chissà quale privilegio. Verso mezzogiorno e mezzo i miei passavano a prenderci e tutti insieme andavamo a pranzo fuori, solitamente in qualche pizzeria, di certo non da Otello. Il tutto doveva avvenire però entro le due e mezzo perché alle tre bisognava essere a casa. C’era la Roma e non potevo assolutamente perdermela. Era però verso la fine della partita, quando ormai d’inverno cominciava a fare buio, che una certa malinconia mi assaliva. Il giorno dopo sarebbe stato lunedì e tutto sarebbe ricominciato da capo, un’altra dura settimana di scuola, fatiche e impegni non richiesti mi attendeva. Ed è questa la stessa malinconia che ora mi assale, ricordando nostalgicamente quei tempi, senza poter però più vivere quella trepidante impazienza che mi prendeva all’idea che presto un nuovo sabato sarebbe arrivato e che potessi stare ancora con i miei nonni.

In Narrature

La ragazza del tè

di Carolina Germini

Avete presente quelle conversazioni che si fanno davanti al camino? La scena la immagino più o meno così. Fuori piove e un signore anziano con gli stivali di gomma ancora sporchi di fango accarezza una gatta, mentre la moglie getta altra legna sul fuoco. A quel punto lui con la sua tazza di tè fumante tra le mani, sentendo la gatta miagolare compiaciuta, dirà alla moglie: «Chissà da dove viene, come ci è arrivata qui». Che poi è lo stesso che mi domando anch’io. Chissà dov’è finita, come si è salvata. Un giorno se n’è andata ma non ha più trovato la strada di casa. È successo alla mia gatta. Era appena entrata in calore. Non sapeva ancora controllare gli istinti, forse non sapeva neppure di averli, quando, come una lince, ha scavalcato il cancello e di lei si sono perse per sempre le tracce. E da quel giorno, ogni volta che incontro una gatta striata come lei, per un momento mi illudo che sia ancora viva. Penso: sì, è vero, non è più tornata ma qualcuno l’avrà ospitata, o forse lei una casa non l’ha mai voluta. Non si è mai lasciata addomesticare. È rimasta selvaggia e del resto ha fatto sempre di tutto per dimostrarmelo.

Dei gatti ho sempre avuto paura. Non mi fido del loro istinto, dei loro balzi improvvisi, dei loro salti che non posso controllare. Avevo preso quella gatta con me per cambiare idea, per affezionarmi a un animale che in tanti sembrano amare. Con la sua fuga notturna però mi ha ricordato di essere come lei: incapace di restare quando qualcosa di più forte mi chiama.

Un giorno mi piacerebbe rincontrarla, vedere se ancora scatta quando sente un rumore e se ogni cosa la sorprende e la spaventa come allora. Oggi avrebbe otto anni, che non sono poi così tanti per un gatto. Forse non mi riconoscerebbe né io riconoscerei lei. Dove finiscono gli animali che se ne vanno? E allora non è vera quella storia che sanno tornare a casa. Ma se non sono mai scappati prima, come fanno a riconoscere che quella è casa loro? Ma forse questi ragionamenti non valgono per i gatti. Per loro conta solo l’istinto.

Se decidessi una notte di imitarla e di scavalcare il cancello, dove me ne andrei? Vorrei essere ospitata da persone gentili, come quegli anziani davanti al camino. Vorrei che potessero dire di me lo stesso: chissà da dove viene, come ci è arrivata qui. E io non mi sentirei in dovere di rispondere. Potrei inventare qualsiasi storia, una storia raccontata così bene che anch’io finirei per credere vera.

Se mi chiedessero come mi chiamo non risponderei. Lascerei decidere a loro perché un nome già racconta troppo di noi. E per rinascere davvero abbiamo bisogno di cambiare anche quello. Sono stata ribattezzata una volta, in un bar di una città avvolta dalla nebbia. In quel bar, come in quella città, ci ero finita per caso, vagando, più come un cane però che come un gatto. La signora dietro il bancone mi aveva costretta a ripetere due volte l’ordinazione. Alla terza ero quasi tentata di non rispondere e andarmene via. Aveva l’aria di chi da troppo tempo sogna di essere altrove. Alla fine però mi ascoltò e finalmente potei ordinare il mio tè. Mi accorsi che nella vetrina c’erano alcune lingue di gatto. Presi anche quelle; magari la loro solitudine poteva sconfiggere la mia.

Mi domandai dove quella signora con i capelli rosso cobalto volesse andare, se fosse un posto raggiungibile o se l’avesse inventato lei, a forza di immaginarlo. Doveva avere in mente un uomo, un uomo che forse se ne era andato e lei continuava ad aspettare. Non tornerà, le avrei voluto dire, ma in fondo non la conoscevo e forse quell’uomo non era mai esistito. 

Quella non è una città in cui si torna. Quella è una città di passaggio, dove al massimo si nasce. Deve essere capitato così anche a lui, come la mia gatta non ha ritrovato la strada di casa. Forse la nebbia non lo ha aiutato, ha oscurato anche l’ultimo ricordo che aveva. Ma lei  è ancora lì che lo attende, che si innervosisce di fronte a ogni richiesta di un cliente. Il mio tè quel giorno non arrivava più ed ero tentata, sempre più tentata di andare via. Alla fine scappai. Non mi troveranno, non sapranno mai che che quel tè l’ho ordinato io, pensai. Eppure qualcosa mi trascinò di nuovo lì. Credo la paura di deluderla di nuovo, di comportarmi come lui. Quando rientrai mi disse: Sei tu la ragazza del tè?

Sì certo, sono io. Improvvisamente quella sua domanda mi suonò familiare. Improvvisamente ero la ragazza del tè. Immaginai quello che avrebbe potuto dire la gente. «Eccola lì che arriva la ragazza del tè». Pensai a quel momento come a un rituale. Come a Könisberg le persone regolavano l’orologio quando vedevano Kant uscire per la sua passeggiata, così lì tutti avrebbero saputo che erano le 18, vedendomi sedere a quel tavolo.

Forse anche la mia gatta da qualche parte nel mondo, in una casa di campagna o in un appartamento in città, ha una sua abitudine, qualcosa a cui non può rinunciare. Una volta, questo prima della sua fuga, era già sparita. Mia madre, che come me non ama i gatti ma alla fine si prende cura di tutti, mi telefonò per avvisarmi. Tornai subito a casa a cercarla. Sulla facciata del nostro palazzo avevano da poco montato delle impalcature. Pensai: si sarà arrampicata per infilarsi in qualche appartamento. Così cominciai a citofonare a tutti. Nessuno l’aveva vista. Ma c’è un particolare che ho dimenticato di aggiungere e che invece in questa storia è importante. La sentivo miagolare. Ovunque. Continuamente. Girai tutte le stanze di casa. Niente.  Poi aprii il cassetto del mio letto, dove mia madre tiene le lenzuola e lei di colpo cominciò a soffiare con la coda tutta storta. Chissà da quanto tempo stava lì dentro in quello spazio stretto e soffocante. Quella sua prima sparizione mi aveva in qualche modo preparato alla sua fuga ma quel suo ritrovamento mi aveva anche fatto credere che non l’avrei mai persa davvero. Quando un animale, come la gatta, se ne va ti illudi sempre che possa tornare da un giorno all’altro. Anche dopo anni ti sorprendi ad attenderlo. Forse si prova lo stesso quando si aspetta il ritorno di qualcuno che abbiamo amato.

In Narrature

Ti ricordi

di Leonardo Gliatta

“Ma non ti ricordi? Proprio non ti ricordi?”

Continua a ripetermi questo ragazzo. No che non mi ricordo, lo vuole capire? Mai visto prima. Perché non si leva di torno? Vai via. Ci manca pure il pazzo della metropolitana, oggi.

Le porte del vagone si richiudono, il treno riprende la corsa. Sulla banchina, al di qua della linea gialla, i miei piedi di fronte ai suoi. Le mie caviglie gonfie dopo nove ore di ufficio e le sue scarpe da tennis nuove di zecca. Quanti anni può avere? C’arriva ai trentacinque? Più o meno l’età mia. I faldoni del Tribunale pesano sotto il braccio, qualche incartamento sta per scivolare sui binari. Se non mi sbrigo perdo la coincidenza col 41. Togliti dal cazzo. Non vedi che vado di fretta?

Ti accompagno a casa. Prendiamo il 41 per cinque fermate e siamo arrivati.”

“Cosa?” Lo guardo negli occhi per la prima volta. Cosa c’ha da ridere, mi piglia per culo? No, sono certa. Non l’ho mai visto prima. Poi con un nome così, e chi se lo scorda.

Scout.

“Come fai a sapere dove abito? Mi hai seguita?”

Ci conosciamo da una vita.”

La sua voce manco, mi richiama niente. Intorno, più nessuno. Sulle scale mobili gli ultimi passeggeri della nostra corsa. E’ la scia del treno appena passato, questo brivido lungo la schiena? Una donna sola in metropolitana con uno sconosciuto che dice di conoscermi. Uno dei miei ex, quelli ce li ho tutti presenti, uno meglio dell’altro. Un parente, uno di quei cugini che vedi solo ai funerali?

Anna, guardami negli occhi. Cosa vedi?

“Senti, smettila. Ora mi fai proprio innervosire.”

Quante se ne inventano per attaccare bottone. Non sarai brutto, ma caro mio non è questo il modo.

Non ti voglio fare del male. Come potrei, dopo quello che abbiamo fatto?”

“E cosa avremmo fatto?”

Quella volta che abbiamo ucciso Sara Vinci. Quella del terzo banco.”

Sara Vinci. Secoli che non sentivo questo nome. Questa sì che me la ricordavo. Aveva aizzato mezza classe contro di me, diceva che avevo i denti da coniglio e le gambe storte. La odiavo, ma non mi sono mai sognata di ucciderla.

O forse sì?

Oppure quella volta che siamo andati a sciare con le Ruggeri. Le tue amiche Sonia e Daniela Ruggeri. Ricordi dove, vero?

“A Cervinia.” Mezzo secondo per rispondere. Come facevo a dimenticare la baita delle Ruggeri a Cervinia? Ogni anno mi invitavano per la settimana bianca.

Con uno strattone, serro al fianco il faldone semiaperto. Un piccolo crampo nella mano. Il palmo sudato, il polso dolorante.

Come fa a sapere queste cose, cristo. 

Ti sembra strano, lo so. Ma non devi avere paura. Non ti voglio fare del male.”

“Che cosa vuoi? Cioè, chi….”

E’ rimasto lì, fermo. Non osa avvicinarsi. Sembra più spaventato di me. Lo guardo a bocca aperta: è bello. Gli occhi come biglie acquose, paiono di vetro. Maglietta verde. Braccia piene. Mani nodose, sospese a mezz’aria.  Mi comincia a pulsare la vena al centro della fronte, pulsa all’impazzata. A momenti esplode. Sento il sangue passare sulla mia faccia.

Devo stare sognando.

Sono stato chiuso per tanto tempo in una stanza buia. La nostra stanza. C’era il letto con la copertina di Mary Poppins.

La mia cameretta. Il mio copriletto preferito. Nella stessa casa dove abito ora. In quella camera oggi c’è mio figlio Andrea, quattro anni.

“Chi sei? Dimmi la verità” sento tremare la mia voce, un groppo alla gola che tiene sottovuoto il pozzo delle lacrime. Avrei pianto a dirotto, se non avessi sentito i primi passi. Mocassini, tacchi a spillo, stivali, suole di gomma cominciano a riempire la banchina.

Tu sai chi sono. Devi solo ricordare. Vengo da una stanza buia. Quella che ti faceva sempre paura. Di notte. Vengo dalla stanza dove nessuno è mai uscito vivo. Non c’è ritorno. E’ un luogo dove arrivano tutti i treni in corsa del mondo. Una stazione grandissima. E buia. Con banchine piene di gente, proprio come questa. Nessuno è mai ripartito dalla stanza buia. I treni arrivano, ma non ripartono mai. Io sono riuscito a salire nella cabina comandi di uno di loro. L’avevano lasciata aperta i macchinisti. E’ stato facile. Ho tirato un paio di leve, ho spinto qualche bottone e il treno si è mosso. In un lampo, ero già fuori dal buio. E su quel treno ti ho vista. E ti sono venuto incontro.”

I passeggeri lungo la linea gialla stanno vedendo una donna ancora bella, ancora giovane, in abiti da ufficio, le gambe accostate tra di loro, sul volto un’espressione irriconoscibile di terrore e gioia, stupore e malinconia.

Anna, sono tornato.”

Non ti ricordi? Continua a dire. Come fai a non ricordare. Diceva di essere tornato. Di avere preso quel treno per tornare da me. Un amore da un altro pianeta.

La folla cresce, il prossimo treno annunciato. Il rumore dei pensieri della gente sferraglia sotto il peso dei vagoni che stanno frenando.

Anna, hai capito chi sono?

Le orecchie sanguinano, raschiate dallo sfrigolio dei freni della metropolitana. D’istinto chiudo gli occhi, come per bloccare ogni altra apertura del mio corpo. Due secondi, tre al massimo.

Quando li riapro le porte si stanno richiudendo di nuovo. Tutti stipati contro il vetro. E Scout? Che fine ha fatto? Sparito. Cosa è stato?

 Un gruppo di turisti si avvicinano alle scale per risalire.

Ok Anna. Sei sotto la metro. E’ un pomeriggio qualunque. Sei uscita dallo studio, sei stanca. Stai lavorando molto. Hai quelle cause che ti tolgono il sonno. Poi c’è Andrea, che ti aspetta a casa. Suo padre arriverà domattina a prenderlo. E starà con lui tutto il weekend.

“Sono a casa. Amoreee!”

Tutto spento. La babysitter dev’essere andata via da poco. Starà in camera sua. Sarà affamato, stella.

“Sono qui, mamma!” E’ in cameretta.

“Amore, ma sei al buio? Che stai facendo?”  Che ci fa al buio? Sul letto. Sotto le coperte. Non avrà la febbre…

“Ti senti bene, Andrea?”

“Sì mamma. Sto bene.”

“Meno male. E Sonia? E’ andata via da tanto?”

“5 minuti fa”

“Che ci fai lì nel letto, allora? Non sai che è successo alla mamma. Ora ti racconto. Ma, perché non sei di là a giocare? Tutto solo, qui al buio.”

“Non sono solo, mamma. Sto parlando con il mio nuovo amico, Scout.”

Accendo il lume del comodino e lo vedo: un orsacchiotto di peluche, due occhi spalancati fissi che sorridono, una maglietta verde, stretto tra le mani di Andrea.

“Dove..dove l’hai trovato?”

“Era nella cesta dei tuoi vecchi giocattoli, oggi Sonia li ha tirati tutti fuori”.

Non riesco a staccare lo sguardo da quelle due biglie di vetro che mi fissano. La mascella mi trema. Vado ad accendere l’interruttore principale della stanza.

“Come hai detto che si chiama, il tuo nuovo amico?”

E mentre sento la risposta di Andrea, vedo in terra il suo trenino elettrico che è uscito fuori dai binari e si è capovolto sul tappeto.